sabato 8 settembre 2018

EZECHIELE



La vicenda profetica del sacerdote Ezechiele (“Dio è forte”) era iniziata nel 593-592 a.C. lungo uno dei canali di Babilonia, ove da cinque anni viveva, in seguito alla prima deportazione eseguita dai Babilonesi nel 597-596 a.C. (vedi 2Re 24,10-17). Là il Signore, in una maestosa visione, l’aveva chiamato a una missione di giudizio. Spazzando via tutte le illusioni degli Ebrei esuli a Babilonia e di quelli rimasti ancora a Gerusalemme, il profeta nei primi 24 capitoli del suo libro annunzia il crollo irrevocabile del regno di Giuda.

Egli lo fa non solo mediante una predicazione espressa con immagini molto vivaci e potenti, ma anche con tutta una serie di azioni simboliche: esse sono simili a recite pubbliche che, nello stile del mondo orientale, hanno lo scopo di esaltare e mostrare come efficace l’annunzio che si sta per comunicare (esemplare è, fra le altre, la scena della “tavoletta dell’assedio” nei capitoli 4-5). La caduta di Gerusalemme (586 a.C.) segna una svolta radicale nella missione del profeta.

È ciò che appare in molte parti dei capitoli 33-39 (si legga il capitolo 36, ove si riprende il tema della “nuova alleanza” già cantato da Geremia, o l’indimenticabile capitolo 37 con la celebre visione degli scheletri aridi che riprendono vita). Ma è nella finale dei capitoli 40-48 che si ha il disegno della mappa della terra santa e di Gerusalemme risorte. Con minuziosità “sacerdotale” Ezechiele delinea il tempio del futuro, il suo culto e la sua comunità, mentre un fiume d’acqua viva, uscito dal tempio risorto, feconderà tutta la terra d’Israele, riportando vita e speranza.

Una piccola serie di capitoli (25-32) è, infine, dedicata a sette nazioni diverse, alle quali viene indirizzato un severo messaggio divino: grandiosi e interessanti sono gli oracoli dei capitoli 27-28 per la città fenicia di Tiro. Molti sono i temi spirituali che Ezechiele affronta: pensiamo alla responsabilità personale di ogni uomo nei confronti del peccato e della salvezza (capitolo 18), al motivo del buon pastore atteso (capitolo 34), alla citata alleanza con Dio nel cuore rinnovato e nello spirito di Dio (capitoli 11 e 36), all’uso di immagini che diverranno importanti, nel giudaismo successivo, per quella corrente di pensiero e di scritti che verrà chiamata “apocalittica”, mentre le ultime pagine influiranno su quella “Tradizione Sacerdotale” che abbiamo già incontrato leggendo i primi libri della Bibbia.

Nota Finale

Nel 597 a.C., undici anni prima della caduta di Gerusalemme, Ezechiele viene deportato, con altri prigionieri ebrei, a Babilonia, dove Dio lo consacra profeta durante una grandiosa visione, chiamandolo a predicare ai suoi compagni d’esilio: missione che Ezechiele adempirà per ben venticinque anni. Uomo d’inflessibile volontà e tenacia, egli non si limita a predicare, ma compie anche numerose azioni simboliche che prefigurano il crollo di Gerusalemme a causa dei suoi peccati. Gli oracoli di Ezechiele si dividono essenzialmente in tre parti: l’ammonimento al suo popolo a pentirsi, la condanna contro le nazioni pagane e le profezie sulla restaurazione di Israele. 

Provenendo da una famiglia sacerdotale ed essendo egli stesso sacerdote, il profeta mostra un particolare interesse per la riedificazione del tempio di Gerusalemme dopo l’esilio. Il suo messaggio di speranza per una nuova terra, una nuova Gerusalemme e un nuovo tempio non più contaminati dal peccato diverrà una specie di guida spirituale per la ricostruzione della nazione ebraica. 

Fra le tesi teologiche esposte nel libro di Ezechiele, una delle principali è quella che rigetta il principio secondo cui le colpe dei padri ricadono sui figli e afferma invece la responsabilità individuale davanti a Dio. 

Il libro, pur avendo subito rielaborazioni e ampliamenti, è sostanzialmente attribuito a Ezechiele, il quale ha vissuto e descritto la situazione del suo tempo.

domenica 29 luglio 2018

BARUC



Il libro, che è stato posto dalla tradizione sotto il patronato di Baruc (“Benedetto”), il segretario di Geremia, è in realtà un’antologia di brani diversi ordinati in epoca tarda (II secolo a.C.). Anche se è possibile che qualche testo (o tutti) sia stato composto in ebraico o aramaico, il libro è giunto a noi solo in greco. Per questo – come è accaduto ai due libri dei Maccabei, Tobia, Giuditta, Sapienza e Siracide – l’opera non è entrata nel Canone ebraico e protestante delle Sacre Scritture, ma solo in quello cattolico, ove è stato collocato dopo il libro di Geremia e quello delle Lamentazioni, a causa dell’attribuzione a Baruc.

Quattro sono i testi qui raccolti. C’è in 1,1-14 un prologo storico che evoca l’uso del pellegrinaggio annuale a Gerusalemme da parte degli Ebrei della diaspora, cioè di quegli Israeliti che erano dispersi in terre pagane. Segue una supplica penitenziale comunitaria (1,15-3,8), in cui si confessano anche i peccati dei padri che hanno generato l’attuale sofferenza di Israele, secondo la già nota legge della “retribuzione”, per la quale a ogni delitto corrisponde un castigo. Ma il pentimento e la conversione potranno riportare liberazione e serenità a Israele.

Segue un inno sapienziale (3,9-4,4) in cui si identifica la Sapienza divina con “il libro dei comandamenti di Dio e la legge” presente nella Torah, cioè con i primi cinque testi sacri della Bibbia. Da ultimo, ci incontriamo con una specie di discorso profetico (4,5-5,9) ispirato al secondo Isaia (Isaia 40-55): contro l’infedeltà di Israele che conduce alla catastrofe si erge l’«Eterno», cioè il Signore fedele, che perdonerà le colpe e aprirà un nuovo orizzonte di luce e di speranza.

L’antica traduzione della Bibbia, la Vulgata di san Girolamo, aggiunge un sesto capitolo, intitolato “Lettera di Geremia” (che la traduzione greca dei Settanta inserisce dopo le Lamentazioni). Si tratta di un testo polemico nei confronti dell’idolatria, contrassegnato da una specie di ritornello che continua, con lievi varianti, a ripetere la stessa lezione: «Per questo è evidente che non sono dèi. Dunque, non abbiate timore di loro» (versetti 14.22.28.39.44.51.56.64.68).  

Nota Finale

Questo libro, che è un’antologia di brani diversi, è stato forse redatto nel II sec. a.C. e posto sotto il patronato fittizio di Baruc, il fedele segretario di Geremia. Dopo un prologo storico, incontriamo una preghiera penitenziale in cui Israele confessa i peccati della sua storia; segue un inno sapienziale – che ancor oggi viene recitato dagli Ebrei durante la solennità del Kippur (o espiazione) e dai cristiani nella veglia pasquale – al quale si accompagna una specie di omelia profetica contro le infedeltà di Israele. In finale si trova la cosiddetta “lettera di Geremia”: uno scritto che l’autore immagina indirizzato dal profeta Geremia agli esiliati a Babilonia. Il tema di quest’ultima parte è la condanna, ripetutamente espressa nella Bibbia, dell’idolatria.


sabato 21 luglio 2018

LAMENTAZIONI



Attribuite dalla tradizione al profeta Geremia, care alla liturgia giudaica e cristiana (Settimana Santa), le Lamentazioni – dagli Ebrei chiamate con la loro prima parola, «ekah», “come?” – sono in realtà cinque composizioni non del tutto omogenee, ma di forte emozione e di alta qualità poetica. Esse suppongono la rovina di Gerusalemme, cantata in modo lacerante. Stilisticamente le prime quattro sono “acrostici alfabetici”, cioè i singoli versetti cominciano con una parola che inizia con le lettere dell’alfabeto ebraico in successione. Si tratta di una tecnica letteraria che abbiamo già incontrato nei Salmi (25; 34; 37; 111; 112; 119).

La prima lamentazione (capitolo 1) è una commossa rappresentazione della desolazione della città santa, scandita da un ritornello ripetuto cinque volte: «Nessuno la consola». La seconda lamentazione (capitolo 2) si svolge attorno all’amara scoperta del Signore come nemico del suo popolo. La terza lamentazione (capitolo 3) non è nazionale e comunitaria, ma personale, e assomiglia a un Salmo di supplica con un appello alla fede e alla conversione per essere liberati. La quarta lamentazione (capitolo 4) è, invece, ancora nazionale ed è dominata dal racconto dell’assedio e della caduta di Gerusalemme, fatto da un sopravvissuto.

La quinta e ultima lamentazione (capitolo 5) non è “alfabetica”, ma si compone di 22 versetti, tanti quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico. La versione latina della Bibbia l’ha intitolata “Preghiera di Geremia”. Si tratta, però, di una supplica comunitaria rivolta a Dio in occasione di una non meglio specificata calamità nazionale. Forte è il senso del peccato che dai padri si ripercuote nei figli.

Questo tema della colpa comunitaria pervade tutte le Lamentazioni. Siamo in presenza di quella “tesi della retribuzione”, esaltata dal libro dei Proverbi e dagli amici di Giobbe: al delitto di Israele corrisponde il castigo, verificabile nella distruzione di Gerusalemme e nell’esilio. Ma, se scatta la conversione, si avrà la grande svolta: al pentimento subentrerà – sempre per la stessa tesi della retribuzione – la ricompensa divina della liberazione di Israele. È ciò che canterà il Secondo Isaia, il profeta del ritorno dall’esilio di Babilonia (Isaia 40-55).

Nota Finale

Il libro delle Lamentazioni è una raccolta di cinque lamenti, alcuni collettivi, altri individuali, sulla distruzione di Gerusalemme nel 586 a.C. e sui patimenti inflitti agli Ebrei dai conquistatori babilonesi. Tema comune è la sofferenza del popolo, il suo apparente abbandono da parte di Dio causato dal peccato, e la speranza che egli restituirà la nazione ebraica, umiliata e pentita, al suo antico splendore.

Il nome dell’autore è sconosciuto; la tradizione attribuisce il libro a Geremia, ma esso differisce per molti aspetti dalle opere accertate del profeta. La stesura delle Lamentazioni può essere datata intorno al 538 a.C., quando viene concesso agli Ebrei di tornare dall’esilio di Babilonia. In questo breve libro si trovano pagine di alto tenore poetico e di grande intensità umana: sembrano quasi dei testi da pronunziare davanti alle rovine del tempio di Gerusalemme in attesa della sua ricostruzione, che sarà compiuta a partire dal 520 a.C. dai rimpatriati da Babilonia.



sabato 14 luglio 2018

GEREMIA



Nato attorno alla metà del VII secolo a.C. nel villaggio di Anatot, presso Gerusalemme, Geremia (nome dal significato incerto) è stato chiamato, contro la sua volontà e la sua natura di uomo sensibile, a una missione profetica durissima, quella di essere l’annunziatore e il testimone della rovina di Gerusalemme e del regno davidico di Giuda, rovina consumatasi nel 586 a.C. sotto l’incombere delle armate babilonesi. La vicenda personale del profeta è testimoniata da una specie di diario intimo, che gli studiosi amano chiamare “le Confessioni” di Geremia, distribuito nei capitoli 10-20 del suo libro, l’opera più lunga dell’Antico Testamento.

Anche il fedele segretario Baruc lascerà in questo libro pagine biografiche sull’amara sorte del suo maestro, inviato dal Signore ad annunziare la fine a un popolo che si cullava nelle illusioni nazionalistiche, che praticava una religiosità arida, che era governato da sovrani indegni. Certi oracoli del profeta sono veementi, spesso rivelano la sua sofferenza e la contraddizione della sua missione, che è di giudizio e di condanna, mentre egli vorrebbe che fosse di conversione e di salvezza.

Il libro, che è giunto a noi in una forma notevolmente diversa nell’antica versione greca detta dei “Settanta” rispetto all’originale ebraico che possediamo, si può dividere in quattro grandi parti. Nei capitoli 1-25 si hanno oracoli profetici molto severi contro Giuda e Gerusalemme.
Nei capitoli 26-35, quando ormai la tragedia si sta per compiere e non c'è più scampo, il profeta muta completamente registro e annunzia un futuro di speranza e di liberazione per Israele, il regno settentrionale già caduto da un secolo e mezzo, e per Giuda.

Nei capitoli 36-45 sono raccolte alcune narrazioni di Baruc sulle vicende tormentate di Geremia, in particolare nei confronti dei re del tempo e della drammatica fuga finale in Egitto su costrizione dei ribelli ebrei al governo babilonese. I capitoli finali 46-51 sono, invece, dedicati alle nazioni circostanti, soprattutto a Babilonia, “martello” nella mano del Signore. La ricchezza di queste quattro parti si rivelerà solo nella loro lettura diretta. Noi ora ci limitiamo a ricordare l’annunzio della «nuova alleanza» nel cuore e nello Spirito divino che il profeta proclamerà (31,31-34) e che sarà raccolto dal cristianesimo come l’eredità spirituale più preziosa di Geremia (Luca 22,20; Ebrei 8,8-12).

Nota Finale

Nessun altro profeta dell’Antico Testamento ha lasciato nei suoi scritti tanti dati autobiografici quanto Geremia. Scelto da Dio per la missione profetica nel 626 a.C., Geremia chiama il suo popolo al risveglio morale e all’abbandono dell’idolatria, perché la giustizia divina non si abbatta su di esso. La sua predicazione gli attira l’ostilità della classe dirigente ebraica, che lo fa imprigionare. Alla caduta di Gerusalemme (586 a.C.), Geremia non viene condotto in esilio a Babilonia poiché ha consigliato di cedere senza resistenza all’avanzata babilonese, considerata lo strumento del castigo divino. Ma poco più tardi, quando un gruppo di cospiratori uccide il governatore Godolia, imposto dai Babilonesi, il profeta è costretto a riparare in Egitto, dove muore.

Dopo la sua morte, le sue profezie vengono raccolte dal segretario Baruc. Sebbene viva le ore più tragiche della storia ebraica e sia amareggiato dall’insensibilità dei suoi compatrioti, Geremia conosce anche parole di speranza, protese verso un orizzonte di luce e di restaurazione. Uno dei momenti più alti del suo insegnamento profetico, infatti, è la promessa che Dio stringerà una “nuova alleanza” con il suo popolo, promessa realizzata da Gesù durante l’ultima cena, quando offre il suo sangue come suggello della “nuova alleanza” annunziata da Geremia.




sabato 7 luglio 2018

ISAIA



Solo la lettura diretta del testo potrà rendere conto di questo grande scritto profetico che apre la sezione della Bibbia nota come i “Profeti”. Isaia (il cui nome assomiglia per significato a quello di Gesù, “il Signore salva”) è considerato «il Dante della poesia biblica», e da san Girolamo è stato definito «il primo degli evangelisti». Nella sua opera, però, confluiscono gli scritti di almeno altri due profeti di molto posteriori a lui. Egli, infatti, come si vedrà nelle testimonianze del testo, è vissuto sotto i re Acaz ed Ezechia, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C.

A lui, alla sua presenza sulla ribalta della storia tormentata di quel periodo, si può ricondurre la maggior parte dei capitoli 1-39 del libro che porta il suo nome (si devono, però, escludere i capitoli 24-27 e 34-39, come spiegheremo). Dal capitolo 40 al 55 entra in scena un profeta anonimo dallo stile diverso e originale, convenzionalmente chiamato dagli studiosi “Secondo Isaia” (o anche Deutero-Isaia). Egli vive negli anni successivi al 538 a.C., quando il re persiano Ciro, vinti i Babilonesi, aveva permesso agli Ebrei esuli di ritornare nella terra dei padri, abbandonata nel 586 a.C., al momento della distruzione di Gerusalemme.

Il compito di questo profeta è appunto quello di stimolare il ritorno a Sion e di cantarlo come un evento glorioso voluto da Dio. Nella sua opera appare anche la figura del “Servo di JHWH” (o Servo del Signore), celebrata in quattro canti e letta poi in chiave messianica soprattutto dal cristianesimo (capitoli 42; 49; 50; 53). Gli ultimi capitoli del libro di Isaia (56-66), piuttosto vari ma segnati da pagine interessanti (56; 60; 61), sono attribuiti a un altro profeta (o più profeti) anonimo, che gli studiosi chiamano “Terzo Isaia” (o Trito-Isaia), vissuto durante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e negli anni successivi (dal 520 a.C. in avanti).

Particolarmente caro alla tradizione cristiana, che ha considerato Isaia come un cardine nella speranza messianica (si pensi al “Libro dell’Emmanuele” dei capitoli 7-12 o ai citati canti del Servo di JHWH), Il testo di Isaia è stato rinvenuto in un’importante copia del I secolo a.C. su pergamena tra i manoscritti scoperti nel 1947 nelle grotte di Qumran, presso il Mar Morto, frutto dell’attività di una comunità giudaica vissuta in quel periodo, alle soglie del cristianesimo e oltre (il “monastero” di Qumran verrà distrutto dai Romani nel 72 d.C. 

Nota Finale

Isaia riceve la vocazione profetica intorno al 740 a.C., perciò vive durante il drammatico periodo in cui il regno settentrionale di Israele viene conquistato dagli Assiri, ai quali il regno meridionale di Giuda, minacciato della stessa sorte, versa già un pesante tributo. Questi avvenimenti storici, e altri sotto forma di profezie, sono presenti nel libro di Isaia, interpretati però in chiave teologica. Nella prima parte del libro si ammoniscono i peccatori di Giuda e di Israele, predicendo che Dio punirà la loro infedeltà per mano degli Assiri, ma si profetizza anche l’avvento del regno glorioso del principe della pace, l’Emmanuele, una figura dai contorni messianici. Le altre due parti del libro, chiamate il “Secondo Isaia” e il “Terzo Isaia”, sono un’aggiunta posteriore. In esse si esalta la misericordia di Dio, che perdonerà le colpe di Giuda e di Israele. Si preannuncia, così, il ritorno degli esuli da Babilonia in seguito all’editto emanato da Ciro il Grande nel 538 a.C.

L’importante ruolo svolto da Isaia nelle vicende del suo paese ne fa un eroe nazionale, ma il profeta è anche un poeta geniale, la cui opera occupa un posto preminente nella letteratura biblica per lo splendore dello stile e la freschezza delle immagini. Alcune pagine come il cantico di Sion, il carme della vigna, gli inni messianici in onore dell’Emmanuele e gli oracoli contro le grandi potenze sono dei veri e propri capolavori letterari e teologici.   




domenica 1 luglio 2018

SIRACIDE




L’antica versione latina della Bibbia, la “Vulgata”, aveva intitolato questo libro sapienziale "Ecclesiastico", non solo per metterlo in parallelo con il Qohelet, L’Ecclesiaste, ma anche perché l’opera era molto usata nella comunità ecclesiale cristiana, a causa della vastità dei suoi insegnamenti, vera e propria sintesi della sapienza ebraica. Fino allo scorcio dell’Ottocento, il libro era noto solo nella versione greca stesa dal nipote dell’autore «nell’anno trentottesimo del re Evergete di Egitto», cioè nel 132 a.C. Ma alla fine del secolo scorso, grazie a manoscritti scoperti al Cairo, prima, e successivamente in Israele, presso il Mar Morto (Qumran e Masada), è stato possibile ricostruire il testo originario ebraico per due terzi.

Proprio per l’adozione del testo greco, rispetto all’originale ebraico, il nostro libro non è entrato (insieme con 1 e 2Maccabei, Tobia, Giuditta, Baruc, e Sapienza) nel Canone delle Scritture sacre degli Ebrei e, in seguito, dei protestanti, ma solo in quello cattolico. Il nome completo dell’autore, vissuto nel II secolo, era «Simone, figlio di Gesù, figlio di Eleazaro, figlio di Sirach» (50,27, secondo l’originale ebraico), donde l’appellativo Ben Sirach o Siracide, attribuito anche all’opera.

L’autore fa il punto sulla sapienza tradizionale d’Israele aggiornandola secondo i problemi e le esigenze del suo tempo. Quattro inni punteggiano l’opera creando, così, una sequenza di tre parti. Nel capitolo 1 e nel 24 è di scena la Sapienza divina, che si presenta nella sua funzione di mediatrice tra Dio, il creato e l’umanità (si veda l’analogo inno di proverbi 8). Il Siracide tende, però, a identificare la Sapienza creatrice e rivelatrice con «il libro dell’alleanza del Dio altissimo, la legge che ci ha comandato Mosè» (24,22), cioè la Torah, i libri sacri del Pentateuco.

È, quindi, vivo il legame tra la Sapienza divina e Israele. Non si esclude, però, il nesso con il resto del mondo. Ecco poi il terzo inno (42,15­­­-43,33), che esalta il creatore e le meraviglie da lui operate, soprattutto con la creazione del sole. Risultano così tre grandi aree di capitoli (1-23; 24-41; 42-50): le prime due di proverbi e riflessioni sapienziali, la terza con una rilettura sapienziale di tutta la storia santa d’Israele (l’«elogio dei padri»). Un quarto inno, nel capitolo 51, conclude tutta quest’opera particolarmente ricca di temi e di lezioni sapienziali.

Nota Finale

Per molti aspetti il Siracide riflette lo stile e le tematiche del libro dei Proverbi. Attraverso brevi aforismi o piccoli trattati, si affrontano i temi fondamentali della vita umana: la giustizia, la vita sociale, familiare e matrimoniale, il lavoro, la morte, la libertà, la storia della salvezza, tutto è visto alla luce di Dio e della sua sapienza. Pur essendo ancorato alla tradizione antica d’Israele, il Siracide contiene anche valori assunti dal mondo greco e per questo motivo è stata coniata per il suo autore la definizione di “conservatore illuminato”.

La concretezza dei temi e la vastità dell’opera hanno reso questo testo sapienziale caro alla tradizione cristiana, che l’ha chiamato significativamente l’Ecclesiastico, cioè “il libro della Chiesa”. Redatto agli inizi del II sec. a.C. da un sapiente giudeo della Palestina che si firma Gesù figlio di Sirach, conosciuto come Ben Sira o il Siracide, il libro è giunto sino a noi nella versione greca, ma il ritrovamento di vari frammenti del testo primitivo ha permesso di ricostruire ampiamente la versione originale ebraica.   




domenica 24 giugno 2018

SAPIENZA



Questo scritto sapienziale poetico è posto sotto il patronato ideale di Salomone, il re simbolo della sapienza d’Israele (X secolo a.C.), ma in realtà è stato composto alle soglie del cristianesimo, in greco, forse ad Alessandria d’Egitto, nella seconda metà del I secolo a.C. Proprio perché non scritta in ebraico, l’opera non è entrata nel Canone delle Scritture sacre degli Ebrei e dei protestanti, mentre è stata accolta in quello cattolico con altri sei libri, detti “deuterocanonici” (Tobia, Giuditta, primo e secondo libro dei Maccabei, Baruc, Siracide).

Il libro della Sapienza rivela aspetti diversi: è un piccolo trattato teologico, è un’esortazione alla fedeltà per gli Ebrei dispersi tra i pagani nel mondo, è un testo di meditazione sulla Bibbia (in particolare sul libro dell’Esodo), è un’opera “missionaria” indirizzata indirettamente ai pagani, perché scoprano la bellezza del messaggio biblico. Il volume si svolge lungo tre temi fondamentali.

Il primo è la proclamazione della dottrina dell’immortalità beata dei giusti (capitoli 1-5), una verità che finora era stata dichiarata solo sporadicamente e non sempre in maniera così netta e nitida. Questa immortalità non è, però, quella greca: non è tanto una qualità dell’anima, ma è comunione piena del giusto con la stessa vita divina. 

Il secondo tema è quello della sapienza: essa è dono divino che pervade i fedeli e li guida nella loro esistenza, ma penetra anche il cosmo in tutte le sue meraviglie. Proprio perché dono, dev’essere implorata da Dio (capitoli 6-9).

Una terza sezione dell’opera (capitoli 10-19) rivela l’ultimo tema. Attraverso una lunga e complessa meditazione in sette quadri sulle vicende dell’esodo di Israele dall’Egitto, si illustrano i destini antitetici dei giusti e degli empi. La salvezza finale e il giudizio sono tratteggiati sulla base della storia della lotta tra Ebrei ed Egiziani. La sequenza di questi sette quadri – che è, tra l’altro, interrotta nei capitoli 13-15 da un trattato sull’idolatria e le sue misure – sfocia nel canto finale dei salvati (19,5-21), un inno che sigilla un testo pieno di luce e di speranza.
 
Nota Finale

Piccolo gioiello della letteratura giudaica fiorita ad Alessandria d’Egitto durante la diaspora degli Ebrei, il libro della Sapienza è stato redatto in greco nel I sec. a.C., alle soglie del Cristianesimo, e posto sotto la paternità fittizia del re sapiente per eccellenza, Salomone. L’opera si sviluppa attorno a «tre temi»: il dono dell’immortalità beata offerta da Dio ai giusti, il dono della sapienza divina effuso nell’uomo e nel mondo, l’esodo dall’Egitto visto come manifestazione della sapienza di Dio nella storia d’Israele e come segno di liberazione totale dell’essere.

Nell’interno dell’opera si intravedono riferimenti alla cultura greca e si nota il tentativo di rendere comprensibili anche al mondo pagano greco i valori del messaggio biblico. Nonostante si avvertono echi delle difficoltà sperimentate dagli Ebrei al loro interno e nel rapporto con l’ambiente esterno, il libro è pervaso da un grande ottimismo e da uno spirito “ecumenico”. L’afflato spirituale (soffio, alito), il senso vivo della speranza di una vita oltre la morte, la descrizione della sapienza come emanazione di Dio, la meditazione sulle vicende dell’esodo come segni di una salvezza più grande conferiscono un enorme valore a questo testo, che ha esercitato un influsso notevole anche su due autori del Nuovo Testamento: Giovanni e Paolo.



sabato 16 giugno 2018

CANTICO DEI CANTICI


Dopo le pagine aspre e provocatorie di Qohelet, ecco apparire un poemetto colmo di luce, di colori, di aromi, di passione, posto sullo sfondo di una primavera appena sbocciata. Sono soltanto 1250 parole ebraiche, intitolate con un’espressione superlativa, “Shir Hashshirim”, «Cantico dei Cantici», cioè il “Cantico” per eccellenza, il cantico sublime e perfetto.

Al centro della scena sono due innamorati, lei e lui, che intessono un dialogo, curiosamente diretto dalla donna, che occupa una posizione di primato, nonostante la società maschilista dell’antico Vicino Oriente. Gli otto capitoli sono costellati di simboli affascinanti e si svolgono secondo una serie libera di quadri, ma con una profonda unitarietà di sentimenti e di temi. L’amore, nella sua donazione e nella reciproca appartenenza dei due innamorati (2,16; 6,3), è il cuore del poema, un amore «insaziabile come la morte» (8,6-7), capace di permanere al di là di ogni ostacolo, che tenta di contrastarlo, e della stessa separazione che incombe in due stupende scene notturne (3,1-4 e 5,2-16; 6,1-3).

L’amore trasfigura anche l’eros e la corporeità che hanno una vigorosa presenza in alcune descrizioni di forte passione, ma anche di grande purezza interiore (capitoli 4,5,7). La tradizione giudaica e cristiana ha interpretato questa storia d’amore in chiave esclusivamente spirituale, spogliandola di quella concretezza che pure riverbera da ogni versetto. Il cantico è divenuto, così, la celebrazione dell’amore tra JHWH e Israele, tra Cristo e la Chiesa e anche tra Dio e l’anima o tra Cristo e Maria, come si legge nei commenti rabbinici e patristici.

In realtà, in quest’opera poetica in cui Dio parla il linguaggio degli innamorati, il punto di partenza è terrestre e umano, è l’amore di una coppia giovane e felice che incarna l’eterno sbocciare dell’amore tra ogni Adamo e ogni Eva, secondo il racconto del capitolo 2 della Genesi. Ma questo amore puro e concreto è la rappresentazione di ogni amore, rimanda di sua natura all’amore supremo tra Dio e la sua creatura. Perciò, come scriveva nel secolo III un grande maestro cristiano, Origene, «beato chi comprende e canta i cantici della scrittura; ma ben più beato chi comprende e canta il Cantico dei Cantici!».

Nota Finale

Il Cantico dei Cantici è innanzitutto una raccolta di liriche amorose. Non contiene accenni espliciti che possono ricondurlo a un’applicazione spirituale e la parola “Signore” vi compare una sola volta. La sua inclusione nel canone sia ebraico sia cristiano è dovuta al fatto che questo poema è stato interpretato dalla tradizione giudaica e cristiana come un’allegoria dell’amore di Dio per Israele o dell’amore di Cristo per la Chiesa. È noto, del resto, che già Osea nella sua profezia tratteggiava il rapporto tra Dio e Israele secondo uno schema nuziale. Le liriche del Cantico sono collegate dal filo poetico dei simboli e sembrano quasi recitate da vari personaggi, come in una rappresentazione il cui fulcro è il dialogo fra una fanciulla ebrea e il suo amato. A esso assistono come spettatori i personaggi del coro e anche la natura, con tutti i suoi profumi e i suoi colori, viene coinvolta in questo inno alla gioia e all’amore. 

Non mancano probabilmente anche allusioni a temi e simboli presenti nella poesia d’amore dell’Antico Oriente. Per lungo tempo questo splendido poema è stato attribuito a Salomone, come dice lo stesso titolo aggiunto al poemetto in epoca posteriore, ma gli studiosi moderni ritengono che esso sia stato composto attorno al IV secolo a.C.


domenica 10 giugno 2018

QOHELET



L’autore di questo scritto sapienziale, a prima vista sconcertante e provocatorio, usa lo pseudonimo Qohelet che è collegato a una radice ebraica, qahal, che indica il “convocare un’assemblea” e che nella traduzione greca antica della Bibbia era reso con un termine ben noto, ekklesía, divenuto poi il nostro “chiesa”. È per questo che la tradizione greca e latina ha chiamato il libro e il suo autore Ecclesiaste. Il senso dello pseudonimo “Qohelet” potrebbe essere “Presidente di assemblea”.

C’è, poi, un termine ebraico che risuona per ben 38 volte e che è posto come sigla del libro, in apertura (1,2) e conclusione (12,8): è hebel, reso dall’antica versione latina di san Girolamo come vanitas. Il vocabolo rimanda a qualcosa di vuoto, di inconsistente come il fumo o la nebbia. Ebbene, per Qohelet tutta la realtà del mondo e dell’uomo ha una radicale inconsistenza. La storia ritorna sui suoi eventi in una specie di eterna ripetizione simile ai giri del vento (1,4-11 e 3,1-8). L’esistenza umana, retta dalla fatica e costellata di poche gioie che devono essere godute perché sono l’unica realtà positiva (2,24-25), è votata alla dissoluzione, dipinta nella celebre pagina finale (12,1-7).

Qohelet è stato variamente interpretato o come un sapiente pessimista e disincantato, maestro del sospetto, influenzato anche dalla cultura greca del suo tempo (III secolo a.C.), oppure, al contrario, come un sostanziale ottimista che, proprio perché vede la miseria dell’esistenza, invita a godere gli scarsi momenti di serenità e di piacere e la giovinezza (11,7-10). È, però, più probabile che egli rifletta la crisi della sapienza tradizionale, alle prese con nuove domande.

Crisi del linguaggio, della storia, del mondo, della vita, del lavoro, dell’intelligenza: con parole pacate ma aspre egli segnala questo «hebel», “vuoto”, “vanità”, che corrode tutta la realtà. Non ha soluzione da proporre. Egli, perciò, diventa il segno più forte dell’incarnazione della Parola di Dio che si adatta pure ai dubbi e alle crisi dell’uomo, nell’attesa di far sorgere una speranza e una luce maggiore. È in questa prospettiva più ampia che si deve collocare e comprendere il severo messaggio di Qohelet, temperato dalla presenza di elementi sapienziali di taglio più tradizionale, col rispetto nei confronti della misteriosa azione divina. 


























Nota Finale

Il Qohelet è anche conosciuto con il titolo di “Ecclesiaste”, termine greco corrispondente a Qohelet, che significa “presidente d’assemblea” o “predicatore”. Il libro è una riflessione amara e disincantata sulla caducità dell’esistenza e di tutto quanto a essa attiene: potenza, ricchezza, affetti, piaceri, e persino la stessa sapienza, "tutto è vanità” (cioè vuoto, nulla, assurdo), tutto è destinato a finire nel nulla. La poesia del testo è aspra, incisiva, fatta di cose e di implacabile sincerità. Il fatto che un messaggio così negativo (“tutto è vanità”) sia stato considerato parola di Dio significa che anche il silenzio, l’oscurità, l’amarezza possono celare un misterioso significato, possono raccogliere persino una parola divina. Sebbene la prima parte del libro sia presentata come opera di Salomone, figlio di Davide, è evidente dall’argomento trattato e dal linguaggio usato che il Qohelet è stato redatto da un ignoto scrittore vissuto secoli dopo, forse verso la metà del IV secolo a.C. 




domenica 3 giugno 2018

PROVERBI



Il “proverbio”, in ebraico «mashal», costituisce un fenomeno comune a tutte le culture e alle tradizioni popolari: sono schegge di riflessioni e osservazioni legate a formule lapidarie, spesso rinate, desunte dall’esperienza concreta quotidiana e trasformate in lezione per tutti. Nel mondo biblico il proverbio è costruito ricorrendo spesso a una tecnica letteraria detta “parallelismo”: lo stesso tema è ripreso due o più volte da angolature differenti, non di rado antitetiche.

Il libro è appunto una raccolta di proverbi, ordinati secondo varie collezioni, sorte in tempi diversi. Non mancano, però, pagine che contengono inni o riflessioni generali più vaste. Ecco la serie delle collezioni proverbiali presenti in questo libro. Nei capitoli 1-9, che sono i più recenti (pur contenendo anche materiali antichi), si offrono piccoli poemi o quadri di vita. Nei capitoli 1 e 8 è la Sapienza divina che entra in scena presentando la sua lezione di vita e indicando il senso della realtà; nei capitoli 5 e 7 si dipinge l’adescamento che una donna «straniera» compie nei confronti di un giovane ingenuo.

I capitoli [10,1] – [22,16] comprendono, invece, una vivace raccolta di proverbi collegati all’epoca di Salomone (X secolo a.C.): sfila davanti al lettore tutta l’esistenza con le sue miserie e i suoi splendori, con le professioni e la vita familiare, con il bene e con il male che segna la natura umana. Nei capitoli [22,17] – [24,34] si ha una sezione di proverbi curiosamente legati a un testo della sapienza egiziana detta di “Amen-em-ope” (X-VIII secolo a.C.). Passiamo poi ai capitoli 25-29, che vengono presentati come «proverbi di Salomone, che hanno trascritto gli uomini di Ezechia, re di Giudea» (VIII-VII secolo a.C.). Si tratta di una piccola collezione di detti pittoreschi, spesso legati alla natura, ma anche attenti alla vita sociale.

Il libro è chiuso da quattro mini-raccolte: due derivate da personaggi estranei a Israele, forse dell’ambito delle tribù arabe [30,1-14 e 31,1-9]; una costituita da proverbi basati sul giuoco dei numeri («tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro…»; e, infine, un canto che contiene il ritratto della donna ideale [31,10-31]. Il libro dei Proverbi offre la visione tradizionale della sapienza d’Israele di stampo ottimistico: la giustizia è premiata già in questa vita, mentre la malvagità è punita. È quella che viene chiamata «dottrina della retribuzione».

Nota Finale

Il libro dei Proverbi è un compendio di sentenze e di regole morali e religiose impartite dai saggi alla gioventù ebraica in epoche diverse della storia biblica. Suo concetto informatore è la sapienza, che è al tempo stesso individuale e universale e non consiste nell’erudizione e neppure nell’abilità dell’individuo, ma nel riconoscere il bene e praticarlo. La sapienza è, perciò, un dono divino, è il saper riconoscere il bene e il male e il saper vivere coerentemente l’esistenza quotidiana.

Il libro rappresenta una raccolta di varie collezioni di proverbi di diversa provenienza e datazione (dal IX al III secolo a.C.). Alcune parti contengono in forma estesa ammonizioni ed esortazioni, altre offrono massime concise, altre ancora dipendono dalla cultura sapienziale dell’Antico Oriente, soprattutto egiziano, e tutte si rifanno alla lezione dell’esperienza. L’uso frequente delle massime contenute nel libro da parte degli scrittori del Nuovo Testamento dimostra come i primi Cristiani tenessero in grande considerazione i pensieri dei saggi d’Israele.



domenica 27 maggio 2018

SALMI



Chiamate dalla tradizione ebraica “Tehillim”, cioè «lodi», e da quella greca e cristiana “Psalmoi”, cioè «inni da cantare con musica», le centocinquanta preghiere poetiche del libro dei Salmi sono espressione del culto d’Israele. Composti in epoche differenti a partire dalla monarchia davidica (X-VI secolo a.C.) fino alla rivolta dei Maccabei (II secolo a.C.), nati dalla liturgia o dalla pietà personale, i Salmi sono divenuti nei secoli successivi all’esilio babilonese il libro della preghiera del tempio ricostruito. Posto idealmente dalla tradizione sotto il patronato di Davide (ma già gli antichi titoli apposti ai vari Salmi riconoscono diverse paternità), il Salterio riflette in realtà temi, stili, situazioni molto differenti, prima di essere unificato e spesso riletto in chiave di speranza messianica.

Da tempo gli studiosi hanno classificato le varie composizioni salmiche secondo diversi modelli chiamati “generi letterari”. Si incontrano, così, suppliche o lamentazioni che presentano a Dio una sofferenza personale o un dramma nazionale, chiedendo conforto e liberazione. Ci sono, poi, inni che celebrano il creatore nelle opere meravigliose della natura o che esaltano Gerusalemme, sede del tempio, o che esprimono l’adesione al regno del Signore, che governa la storia e l’universo. Altri testi sono ringraziamenti rivolti a Dio per i benefici ottenuti, oppure sono preghiere di fiducia purissima nella sua bontà e nel suo amore.

Alcuni sono canti in onore del re ebraico discendente di Davide, divenuti poi celebrazione della speranza nel Messia. Altre pagine sono “sapienziali”, sono cioè meditazioni sulla storia della salvezza o sulla vita quotidiana retta dalla parola di Dio. Tutta l’esistenza viene presentata a Dio perché la illumini: la felicità e le lacrime, le sconfitte e i successi, la società e la famiglia, la vita e la morte, il cielo e la terra diventano nei Salmi materia di lode e di implorazione.

La tradizione giudaica ha diviso il Salterio in cinque libri (Salmi 1-41; 42-72; 73-89; 90-106;107-150), quasi a creare una risposta orante ai cinque libri della Torah, la parola di Dio per eccellenza. La tradizione cristiana ha assunto i Salmi nella sua preghiera liturgica. È per questo che la versione del Salterio di questo libro non è del tutto nuova come negli altri libri biblici, ma è quella usata dalla liturgia attuale, cioè la traduzione della Conferenza episcopale italiana. 

Nota Finale

Già diversi secoli prima di Cristo, il libro dei Salmi, o Salterio, era la raccolta di inni usata nella liturgia e nella preghiera personale dai Giudei – e in seguito dalla Cristianità – a causa della profonda spiritualità e bellezza di queste liriche, che costituiscono un tesoro impareggiabile per la devozione pubblica e privata. Il titolo originale ebraico della raccolta significa “Libro delle Lodi”, ed effettivamente parte dei Salmi sono di lode; tuttavia ve ne sono numerosi altri che appartengono a generi molto diversi: si va da quelli di supplica e penitenza a quelli di fiducia, da quelli di ringraziamento a quelli a contenuto didattico e ad altri che sembrano essere stati composti per particolari occasioni, come un’incoronazione o nozze regali. Alcuni Salmi vengono considerati messianici perché citati in questa luce dagli scrittori neotestamentari e perché ricchi di una tensione particolare che trascende il semplice orizzonte della dinastia davidica e conduce verso più gloriosi orizzonti di giustizia e di pace. Divisi dalla tradizione giudaica in cinque libri, i singoli Salmi sono di secoli e di autori diversi, e molti vengono attribuiti al re Davide. La maggior parte di essi ha assunto la forma attuale durante l’epoca del secondo tempio, vale a dire tra il 500 e il 100 a.C.