domenica 24 giugno 2018

SAPIENZA



Questo scritto sapienziale poetico è posto sotto il patronato ideale di Salomone, il re simbolo della sapienza d’Israele (X secolo a.C.), ma in realtà è stato composto alle soglie del cristianesimo, in greco, forse ad Alessandria d’Egitto, nella seconda metà del I secolo a.C. Proprio perché non scritta in ebraico, l’opera non è entrata nel Canone delle Scritture sacre degli Ebrei e dei protestanti, mentre è stata accolta in quello cattolico con altri sei libri, detti “deuterocanonici” (Tobia, Giuditta, primo e secondo libro dei Maccabei, Baruc, Siracide).

Il libro della Sapienza rivela aspetti diversi: è un piccolo trattato teologico, è un’esortazione alla fedeltà per gli Ebrei dispersi tra i pagani nel mondo, è un testo di meditazione sulla Bibbia (in particolare sul libro dell’Esodo), è un’opera “missionaria” indirizzata indirettamente ai pagani, perché scoprano la bellezza del messaggio biblico. Il volume si svolge lungo tre temi fondamentali.

Il primo è la proclamazione della dottrina dell’immortalità beata dei giusti (capitoli 1-5), una verità che finora era stata dichiarata solo sporadicamente e non sempre in maniera così netta e nitida. Questa immortalità non è, però, quella greca: non è tanto una qualità dell’anima, ma è comunione piena del giusto con la stessa vita divina. 

Il secondo tema è quello della sapienza: essa è dono divino che pervade i fedeli e li guida nella loro esistenza, ma penetra anche il cosmo in tutte le sue meraviglie. Proprio perché dono, dev’essere implorata da Dio (capitoli 6-9).

Una terza sezione dell’opera (capitoli 10-19) rivela l’ultimo tema. Attraverso una lunga e complessa meditazione in sette quadri sulle vicende dell’esodo di Israele dall’Egitto, si illustrano i destini antitetici dei giusti e degli empi. La salvezza finale e il giudizio sono tratteggiati sulla base della storia della lotta tra Ebrei ed Egiziani. La sequenza di questi sette quadri – che è, tra l’altro, interrotta nei capitoli 13-15 da un trattato sull’idolatria e le sue misure – sfocia nel canto finale dei salvati (19,5-21), un inno che sigilla un testo pieno di luce e di speranza.
 
Nota Finale

Piccolo gioiello della letteratura giudaica fiorita ad Alessandria d’Egitto durante la diaspora degli Ebrei, il libro della Sapienza è stato redatto in greco nel I sec. a.C., alle soglie del Cristianesimo, e posto sotto la paternità fittizia del re sapiente per eccellenza, Salomone. L’opera si sviluppa attorno a «tre temi»: il dono dell’immortalità beata offerta da Dio ai giusti, il dono della sapienza divina effuso nell’uomo e nel mondo, l’esodo dall’Egitto visto come manifestazione della sapienza di Dio nella storia d’Israele e come segno di liberazione totale dell’essere.

Nell’interno dell’opera si intravedono riferimenti alla cultura greca e si nota il tentativo di rendere comprensibili anche al mondo pagano greco i valori del messaggio biblico. Nonostante si avvertono echi delle difficoltà sperimentate dagli Ebrei al loro interno e nel rapporto con l’ambiente esterno, il libro è pervaso da un grande ottimismo e da uno spirito “ecumenico”. L’afflato spirituale (soffio, alito), il senso vivo della speranza di una vita oltre la morte, la descrizione della sapienza come emanazione di Dio, la meditazione sulle vicende dell’esodo come segni di una salvezza più grande conferiscono un enorme valore a questo testo, che ha esercitato un influsso notevole anche su due autori del Nuovo Testamento: Giovanni e Paolo.



sabato 16 giugno 2018

CANTICO DEI CANTICI


Dopo le pagine aspre e provocatorie di Qohelet, ecco apparire un poemetto colmo di luce, di colori, di aromi, di passione, posto sullo sfondo di una primavera appena sbocciata. Sono soltanto 1250 parole ebraiche, intitolate con un’espressione superlativa, “Shir Hashshirim”, «Cantico dei Cantici», cioè il “Cantico” per eccellenza, il cantico sublime e perfetto.

Al centro della scena sono due innamorati, lei e lui, che intessono un dialogo, curiosamente diretto dalla donna, che occupa una posizione di primato, nonostante la società maschilista dell’antico Vicino Oriente. Gli otto capitoli sono costellati di simboli affascinanti e si svolgono secondo una serie libera di quadri, ma con una profonda unitarietà di sentimenti e di temi. L’amore, nella sua donazione e nella reciproca appartenenza dei due innamorati (2,16; 6,3), è il cuore del poema, un amore «insaziabile come la morte» (8,6-7), capace di permanere al di là di ogni ostacolo, che tenta di contrastarlo, e della stessa separazione che incombe in due stupende scene notturne (3,1-4 e 5,2-16; 6,1-3).

L’amore trasfigura anche l’eros e la corporeità che hanno una vigorosa presenza in alcune descrizioni di forte passione, ma anche di grande purezza interiore (capitoli 4,5,7). La tradizione giudaica e cristiana ha interpretato questa storia d’amore in chiave esclusivamente spirituale, spogliandola di quella concretezza che pure riverbera da ogni versetto. Il cantico è divenuto, così, la celebrazione dell’amore tra JHWH e Israele, tra Cristo e la Chiesa e anche tra Dio e l’anima o tra Cristo e Maria, come si legge nei commenti rabbinici e patristici.

In realtà, in quest’opera poetica in cui Dio parla il linguaggio degli innamorati, il punto di partenza è terrestre e umano, è l’amore di una coppia giovane e felice che incarna l’eterno sbocciare dell’amore tra ogni Adamo e ogni Eva, secondo il racconto del capitolo 2 della Genesi. Ma questo amore puro e concreto è la rappresentazione di ogni amore, rimanda di sua natura all’amore supremo tra Dio e la sua creatura. Perciò, come scriveva nel secolo III un grande maestro cristiano, Origene, «beato chi comprende e canta i cantici della scrittura; ma ben più beato chi comprende e canta il Cantico dei Cantici!».

Nota Finale

Il Cantico dei Cantici è innanzitutto una raccolta di liriche amorose. Non contiene accenni espliciti che possono ricondurlo a un’applicazione spirituale e la parola “Signore” vi compare una sola volta. La sua inclusione nel canone sia ebraico sia cristiano è dovuta al fatto che questo poema è stato interpretato dalla tradizione giudaica e cristiana come un’allegoria dell’amore di Dio per Israele o dell’amore di Cristo per la Chiesa. È noto, del resto, che già Osea nella sua profezia tratteggiava il rapporto tra Dio e Israele secondo uno schema nuziale. Le liriche del Cantico sono collegate dal filo poetico dei simboli e sembrano quasi recitate da vari personaggi, come in una rappresentazione il cui fulcro è il dialogo fra una fanciulla ebrea e il suo amato. A esso assistono come spettatori i personaggi del coro e anche la natura, con tutti i suoi profumi e i suoi colori, viene coinvolta in questo inno alla gioia e all’amore. 

Non mancano probabilmente anche allusioni a temi e simboli presenti nella poesia d’amore dell’Antico Oriente. Per lungo tempo questo splendido poema è stato attribuito a Salomone, come dice lo stesso titolo aggiunto al poemetto in epoca posteriore, ma gli studiosi moderni ritengono che esso sia stato composto attorno al IV secolo a.C.


domenica 10 giugno 2018

QOHELET



L’autore di questo scritto sapienziale, a prima vista sconcertante e provocatorio, usa lo pseudonimo Qohelet che è collegato a una radice ebraica, qahal, che indica il “convocare un’assemblea” e che nella traduzione greca antica della Bibbia era reso con un termine ben noto, ekklesía, divenuto poi il nostro “chiesa”. È per questo che la tradizione greca e latina ha chiamato il libro e il suo autore Ecclesiaste. Il senso dello pseudonimo “Qohelet” potrebbe essere “Presidente di assemblea”.

C’è, poi, un termine ebraico che risuona per ben 38 volte e che è posto come sigla del libro, in apertura (1,2) e conclusione (12,8): è hebel, reso dall’antica versione latina di san Girolamo come vanitas. Il vocabolo rimanda a qualcosa di vuoto, di inconsistente come il fumo o la nebbia. Ebbene, per Qohelet tutta la realtà del mondo e dell’uomo ha una radicale inconsistenza. La storia ritorna sui suoi eventi in una specie di eterna ripetizione simile ai giri del vento (1,4-11 e 3,1-8). L’esistenza umana, retta dalla fatica e costellata di poche gioie che devono essere godute perché sono l’unica realtà positiva (2,24-25), è votata alla dissoluzione, dipinta nella celebre pagina finale (12,1-7).

Qohelet è stato variamente interpretato o come un sapiente pessimista e disincantato, maestro del sospetto, influenzato anche dalla cultura greca del suo tempo (III secolo a.C.), oppure, al contrario, come un sostanziale ottimista che, proprio perché vede la miseria dell’esistenza, invita a godere gli scarsi momenti di serenità e di piacere e la giovinezza (11,7-10). È, però, più probabile che egli rifletta la crisi della sapienza tradizionale, alle prese con nuove domande.

Crisi del linguaggio, della storia, del mondo, della vita, del lavoro, dell’intelligenza: con parole pacate ma aspre egli segnala questo «hebel», “vuoto”, “vanità”, che corrode tutta la realtà. Non ha soluzione da proporre. Egli, perciò, diventa il segno più forte dell’incarnazione della Parola di Dio che si adatta pure ai dubbi e alle crisi dell’uomo, nell’attesa di far sorgere una speranza e una luce maggiore. È in questa prospettiva più ampia che si deve collocare e comprendere il severo messaggio di Qohelet, temperato dalla presenza di elementi sapienziali di taglio più tradizionale, col rispetto nei confronti della misteriosa azione divina. 


























Nota Finale

Il Qohelet è anche conosciuto con il titolo di “Ecclesiaste”, termine greco corrispondente a Qohelet, che significa “presidente d’assemblea” o “predicatore”. Il libro è una riflessione amara e disincantata sulla caducità dell’esistenza e di tutto quanto a essa attiene: potenza, ricchezza, affetti, piaceri, e persino la stessa sapienza, "tutto è vanità” (cioè vuoto, nulla, assurdo), tutto è destinato a finire nel nulla. La poesia del testo è aspra, incisiva, fatta di cose e di implacabile sincerità. Il fatto che un messaggio così negativo (“tutto è vanità”) sia stato considerato parola di Dio significa che anche il silenzio, l’oscurità, l’amarezza possono celare un misterioso significato, possono raccogliere persino una parola divina. Sebbene la prima parte del libro sia presentata come opera di Salomone, figlio di Davide, è evidente dall’argomento trattato e dal linguaggio usato che il Qohelet è stato redatto da un ignoto scrittore vissuto secoli dopo, forse verso la metà del IV secolo a.C. 




domenica 3 giugno 2018

PROVERBI



Il “proverbio”, in ebraico «mashal», costituisce un fenomeno comune a tutte le culture e alle tradizioni popolari: sono schegge di riflessioni e osservazioni legate a formule lapidarie, spesso rinate, desunte dall’esperienza concreta quotidiana e trasformate in lezione per tutti. Nel mondo biblico il proverbio è costruito ricorrendo spesso a una tecnica letteraria detta “parallelismo”: lo stesso tema è ripreso due o più volte da angolature differenti, non di rado antitetiche.

Il libro è appunto una raccolta di proverbi, ordinati secondo varie collezioni, sorte in tempi diversi. Non mancano, però, pagine che contengono inni o riflessioni generali più vaste. Ecco la serie delle collezioni proverbiali presenti in questo libro. Nei capitoli 1-9, che sono i più recenti (pur contenendo anche materiali antichi), si offrono piccoli poemi o quadri di vita. Nei capitoli 1 e 8 è la Sapienza divina che entra in scena presentando la sua lezione di vita e indicando il senso della realtà; nei capitoli 5 e 7 si dipinge l’adescamento che una donna «straniera» compie nei confronti di un giovane ingenuo.

I capitoli [10,1] – [22,16] comprendono, invece, una vivace raccolta di proverbi collegati all’epoca di Salomone (X secolo a.C.): sfila davanti al lettore tutta l’esistenza con le sue miserie e i suoi splendori, con le professioni e la vita familiare, con il bene e con il male che segna la natura umana. Nei capitoli [22,17] – [24,34] si ha una sezione di proverbi curiosamente legati a un testo della sapienza egiziana detta di “Amen-em-ope” (X-VIII secolo a.C.). Passiamo poi ai capitoli 25-29, che vengono presentati come «proverbi di Salomone, che hanno trascritto gli uomini di Ezechia, re di Giudea» (VIII-VII secolo a.C.). Si tratta di una piccola collezione di detti pittoreschi, spesso legati alla natura, ma anche attenti alla vita sociale.

Il libro è chiuso da quattro mini-raccolte: due derivate da personaggi estranei a Israele, forse dell’ambito delle tribù arabe [30,1-14 e 31,1-9]; una costituita da proverbi basati sul giuoco dei numeri («tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro…»; e, infine, un canto che contiene il ritratto della donna ideale [31,10-31]. Il libro dei Proverbi offre la visione tradizionale della sapienza d’Israele di stampo ottimistico: la giustizia è premiata già in questa vita, mentre la malvagità è punita. È quella che viene chiamata «dottrina della retribuzione».

Nota Finale

Il libro dei Proverbi è un compendio di sentenze e di regole morali e religiose impartite dai saggi alla gioventù ebraica in epoche diverse della storia biblica. Suo concetto informatore è la sapienza, che è al tempo stesso individuale e universale e non consiste nell’erudizione e neppure nell’abilità dell’individuo, ma nel riconoscere il bene e praticarlo. La sapienza è, perciò, un dono divino, è il saper riconoscere il bene e il male e il saper vivere coerentemente l’esistenza quotidiana.

Il libro rappresenta una raccolta di varie collezioni di proverbi di diversa provenienza e datazione (dal IX al III secolo a.C.). Alcune parti contengono in forma estesa ammonizioni ed esortazioni, altre offrono massime concise, altre ancora dipendono dalla cultura sapienziale dell’Antico Oriente, soprattutto egiziano, e tutte si rifanno alla lezione dell’esperienza. L’uso frequente delle massime contenute nel libro da parte degli scrittori del Nuovo Testamento dimostra come i primi Cristiani tenessero in grande considerazione i pensieri dei saggi d’Israele.



domenica 27 maggio 2018

SALMI



Chiamate dalla tradizione ebraica “Tehillim”, cioè «lodi», e da quella greca e cristiana “Psalmoi”, cioè «inni da cantare con musica», le centocinquanta preghiere poetiche del libro dei Salmi sono espressione del culto d’Israele. Composti in epoche differenti a partire dalla monarchia davidica (X-VI secolo a.C.) fino alla rivolta dei Maccabei (II secolo a.C.), nati dalla liturgia o dalla pietà personale, i Salmi sono divenuti nei secoli successivi all’esilio babilonese il libro della preghiera del tempio ricostruito. Posto idealmente dalla tradizione sotto il patronato di Davide (ma già gli antichi titoli apposti ai vari Salmi riconoscono diverse paternità), il Salterio riflette in realtà temi, stili, situazioni molto differenti, prima di essere unificato e spesso riletto in chiave di speranza messianica.

Da tempo gli studiosi hanno classificato le varie composizioni salmiche secondo diversi modelli chiamati “generi letterari”. Si incontrano, così, suppliche o lamentazioni che presentano a Dio una sofferenza personale o un dramma nazionale, chiedendo conforto e liberazione. Ci sono, poi, inni che celebrano il creatore nelle opere meravigliose della natura o che esaltano Gerusalemme, sede del tempio, o che esprimono l’adesione al regno del Signore, che governa la storia e l’universo. Altri testi sono ringraziamenti rivolti a Dio per i benefici ottenuti, oppure sono preghiere di fiducia purissima nella sua bontà e nel suo amore.

Alcuni sono canti in onore del re ebraico discendente di Davide, divenuti poi celebrazione della speranza nel Messia. Altre pagine sono “sapienziali”, sono cioè meditazioni sulla storia della salvezza o sulla vita quotidiana retta dalla parola di Dio. Tutta l’esistenza viene presentata a Dio perché la illumini: la felicità e le lacrime, le sconfitte e i successi, la società e la famiglia, la vita e la morte, il cielo e la terra diventano nei Salmi materia di lode e di implorazione.

La tradizione giudaica ha diviso il Salterio in cinque libri (Salmi 1-41; 42-72; 73-89; 90-106;107-150), quasi a creare una risposta orante ai cinque libri della Torah, la parola di Dio per eccellenza. La tradizione cristiana ha assunto i Salmi nella sua preghiera liturgica. È per questo che la versione del Salterio di questo libro non è del tutto nuova come negli altri libri biblici, ma è quella usata dalla liturgia attuale, cioè la traduzione della Conferenza episcopale italiana. 

Nota Finale

Già diversi secoli prima di Cristo, il libro dei Salmi, o Salterio, era la raccolta di inni usata nella liturgia e nella preghiera personale dai Giudei – e in seguito dalla Cristianità – a causa della profonda spiritualità e bellezza di queste liriche, che costituiscono un tesoro impareggiabile per la devozione pubblica e privata. Il titolo originale ebraico della raccolta significa “Libro delle Lodi”, ed effettivamente parte dei Salmi sono di lode; tuttavia ve ne sono numerosi altri che appartengono a generi molto diversi: si va da quelli di supplica e penitenza a quelli di fiducia, da quelli di ringraziamento a quelli a contenuto didattico e ad altri che sembrano essere stati composti per particolari occasioni, come un’incoronazione o nozze regali. Alcuni Salmi vengono considerati messianici perché citati in questa luce dagli scrittori neotestamentari e perché ricchi di una tensione particolare che trascende il semplice orizzonte della dinastia davidica e conduce verso più gloriosi orizzonti di giustizia e di pace. Divisi dalla tradizione giudaica in cinque libri, i singoli Salmi sono di secoli e di autori diversi, e molti vengono attribuiti al re Davide. La maggior parte di essi ha assunto la forma attuale durante l’epoca del secondo tempio, vale a dire tra il 500 e il 100 a.C.



domenica 20 maggio 2018

GIOBBE




Il libro di Giobbe è sicuramente uno dei capolavori poetici e spirituali non solo della Bibbia, ma anche della letteratura di tutti i tempi e di tutte le nazioni della terra. Composta dopo l’esilio babilonese, forse nel V-IV secolo a.C., in un linguaggio tutto costellato di simboli, l’opera rivela al suo interno strati successivi di formazione. L’autore principale ha probabilmente usato un’antica parabola in prosa che aveva per protagonista “uno dei figli d’Oriente”, cioè un personaggio giusto, non ebreo, del quale si narrava tutta una lunga serie di disgrazie umanamente inspiegabili, che suscitavano come reazione la sua fedeltà inconcussa e si concludevano con una grandiosa ricompensa divina finale.

Nella cornice di questo racconto, trasformato in prologo (capitoli 1-2) ed epilogo (42,7-17), uno scrittore ebreo ha sviluppato un poema mirabile che comprende sostanzialmente due atti. Il primo (capitoli 3-28) è un triplice e serrato dialogo tra Giobbe e tre suoi amici, Elifaz, Bildad e Zofar, che incarnano la teologia ufficiale di Israele. Essi cercano di offrire al grande sofferente le risposte codificate e scontate della tradizione, mentre Giobbe fa emergere in tutta la sua lacerazione il dramma del dolore dell’uomo e il mistero insondabile del silenzio di Dio.

Egli vuole che Dio stesso offra una risposta, e il secondo atto (capitoli 29-31 e 38-42) descrive il dialogo tra Giobbe e il Signore in pagine di suprema bellezza. Il libro si rivela come una ricerca del vero volto di Dio attraverso la strada aspra del dolore: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno visto» (42,5), esclama alla fine Giobbe. All’interno del corpo fondamentale dell’opera si sono inserite aggiunte successive (come l’apparizione di un quarto amico, Eliu, nell’ampia sezione dei capitoli 32-37) e si sono operati tagli e correzioni, soprattutto quando la protesta di Giobbe contro Dio si faceva violenta e quasi blasfema.

Il significato ultimo di questo capolavoro è da cercare nel desiderio di penetrare il mistero dell’uomo e il mistero di Dio, in particolare quando entrano in tensione. Ma molti significati ulteriori appaiono e scompaiono e sono variamente interpretati. Giustamente san Girolamo affermava che «interpretare Giobbe è come stringere tra le mani un’anguilla: più la premi, più ti sfugge di mano»

Nota Finale

Il mistero del dolore e di una equa retribuzione nella vita umana è il tema centrale del libro di Giobbe. Perché il giusto, il probo, l’innocente sono colpiti talvolta da grandi pene e afflizioni? Giobbe, un uomo buono che subisce gravi disgrazie, respinge la tesi tradizionale, esposta da amici che si recano a trovarlo, secondo cui la sofferenza rappresenta la punizione per i peccati commessi ed è strumento di correzione e purificazione per l’uomo. Egli è sicuro della propria innocenza, perciò non sa spiegarsi come mai sia stato colpito da tante calamità, dato che non può ammettere che Dio agisca ingiustamente. Dopo una serie di dialoghi tra Giobbe e i suoi amici, i quali rappresentano la teologia ufficiale, Dio appare in una misteriosa rivelazione e ricorda a Giobbe l’impossibilità dei mortali a comprendere le leggi che regolano l’universo.


Il libro non offre alcuna soluzione esplicita del problema trattato, ma dal suo contesto appare chiaro che ciò che nella nostra dimensione umana e razionale non può avere spazio e logica, può essere collocato e giustificato in un più ampio e totale progetto: quello divino. Del libro di Giobbe sono ignoti sia l’autore sia l’epoca di composizione, che gli studiosi moderni fanno risalire al V secolo a.C. L’opera è in assoluto uno dei capolavori della letteratura biblica per lo splendore delle immagini, la passione dei sentimenti, il rigore del discorso e dei suoi simboli, l’intensità della fede.











domenica 13 maggio 2018

MACCABEI 1-2



Si tratta di due opere distinte che affrontano, da angolature diverse e in forme differenti, le vicende vissute dagli Ebrei sotto il dominio dei Seleucidi, i discendenti di uno dei generali di Alessandro Magno, Seleuco, che avevano sotto il controllo l’area siro-palestinese. Questa dinastia con uno dei suoi sovrani, Antioco IV (175-164 a.C.), aveva imposto a tutto il proprio regno un modello di società, di legislazione, di cultura e di religione di impronta greca.

Tale imposizione non poteva essere accettata dagli Ebrei osservanti, che reagirono dando vita a una vera e propria rivoluzione capeggiata da Giuda, soprannominato “Maccabeo” (termine che può significare “martello” o “designazione del Signore”), che coagulò attorno a sé un vero e proprio esercito partigiano, destinato a opporsi alle forze siro-ellenistiche di Antioco IV.

Il primo libro descrive appunto, in tre medaglioni, le valorose imprese di Giuda (3,1-9,22), di suo fratello e successore Gionata (9,23-12,53) e infine di Simone, l’altro fratello che darà origine a una dinastia che regnerà in Israele fino alle soglie dell’era cristiana (capitoli 13-16). Gli eventi narrati vanno dal 167 al 134 a.C. e comprendono guerre, atti eroici, trattative diplomatiche, la purificazione del Tempio di Gerusalemme, profanato su ordine del re Antioco IV con una statua idolatrica, forse di Zeus. Non mancano pagine esaltanti ma anche vicende confuse e oscure.





Il secondo libro dei Maccabei, presentato come il riassunto di un’opera in cinque libri di un certo Giasone di Cirene, ha invece al centro solo la figura dell’eroe Giuda Maccabeo. L’opera è interessante perché permette di individuare anche alcuni temi cari alla religione giudaica dell’epoca recente. Si proclama la fede nella risurrezione e nella vita eterna (capito 7,9), si esalta la presenza degli angeli accanto ai combattenti per la libertà, si dichiara la fede nella creazione dal nulla operata da Dio (7,28), si afferma la validità del suffragio dei vivi per i morti (12,38-45). I due libri, giunti a noi in greco, non sono entrati per questo nel Canone ebraico (e in quello protestante), ma sono riconosciuti come ispirati dalla Chiesa cattolica.


Nota Finale

«Primo libro dei Maccabei». I due libri dei Maccabei narrano i quarant’anni di storia che vanno dal 175 al 134 a.C. È un periodo denso di avvenimenti per il popolo ebraico, mentre la Palestina si trova sotto il controllo della dinastia dei Seleucidi, che regge il regno di Siria, uno degli stati sorti con la spartizione dell’impero di Alessandro Magno. Quando i re seleucidi, e soprattutto Antioco IV Epifane (175-164 a.C.), decidono di imporre la religione e la cultura greche agli Ebrei, si scontrano con la reazione popolare guidata dalla famiglia dei Maccabei, i quali intraprendono una lunga lotta, che porta alla conquista della libertà e dell’autonomia religiosa. L’autore del primo libro dei Maccabei, composto tra la fine del II e l’inizio del I sec. a.C., ci è ignoto; egli è spesso uno storico attendibile e un testimone oculare di molti avvenimenti, ma il suo intento è principalmente religioso e nazionalistico: mostrare la provvidenza del Signore verso il suo popolo, rafforzare la fede nell’unico Dio contro i culti pagani dell’ellenismo ed esaltare l’eroismo dei Giudei perseguitati.

«Secondo libro dei Maccabei». Scritto originariamente in greco, non è il seguito del primo, né opera dello stesso autore. Si tratta di una rielaborazione dei medesimi avvenimenti riguardanti la rivolta dei Maccabei contro il potere ellenistico della dinastia seleucide regnante in Siria. Al centro del libro domina la figura di Giuda, il più celebre e attivo dei Maccabei, ma attorno a lui si sviluppano quadri famosi non citati nel primo libro, come l’umiliazione di Eliodoro, incaricato dal re Seleuco IV di spogliare il tempio di Gerusalemme, o come il martirio di Eleazero e dei sette fratelli giudei che non vogliono tradire la loro fede. L’opera, fortemente intrisa di passione nazionalistica, di tesi moraleggianti e composta in uno stile retorico e solenne, è il riassunto di un altro scritto di un certo Giasone di Cirene, andato perduto. Tuttavia, è importante perché l’anonimo autore ci rivela le convinzioni teologiche del Giudaismo attorno al I sec. a.C.: la fede nella risurrezione, il suffragio per i defunti, l’intercessione dei morti per i vivi, la presenza degli angeli e la dottrina della creazione del mondo dal nulla. 
    




domenica 6 maggio 2018

ESTER



Libro particolarmente caro al giudaismo che l’ha inserito tra le “Meghillot”, cioè tra i cinque “Rotoli” biblici letti in alcune feste liturgiche (Ester è proclamato nella festa di Purim, e vedremo subito la ragione), questo scritto è giunto a noi in ebraico e in una versione greca, che è più estesa dell’originale ebraico a noi noto. L’opera ha come sfondo la corte persiana, che l’autore dimostra di conoscere nei suoi cerimoniali, mentre le coordinate storiche sono fittizie e ci riportano al tempo di Assuero-Serse (morto nel 465 a.C.). Si tratta probabilmente di uno scritto sorto nella diaspora orientale degli Ebrei, ma in epoca più recente (forse il II secolo a.C.).

L’eroina Ester, porta un nome pagano, da ricondurre alla dea Ishtar, la Venere orientale, o a un vocabolo persiano che significa “stella”; il co-protagonista, lo zio Mardocheo, evoca nel nome il dio Marduk della religione babilonese. Ma la funzione di entrambi è quella di essere strumenti di salvezza nei confronti degli Ebrei, sottoposti a persecuzione e al rischio della stessa eliminazione come popolo, a causa dell’ostilità di un ministro del re di Persia, Aman. 

L’editto reale di sterminio degli Ebrei, affidato a una data decisa dalle “sorti” (purim), è alla fine cancellato per intercessione di Ester, la bellissima ebrea che Assuero aveva posto al vertice del suo harem, scalzandovi Vasti, la prima moglie. La finale del libro è appunto dedicata alla celebrazione della festa di Purim, nome derivante dalle “sorti” a cui si faceva riferimento; essa sarà una solennità gioiosa, che nel giudaismo posteriore acquisterà progressivamente i connotati di un carnevale, pur non perdendo la sua matrice religiosa.

Il libro esalta la tesi cara alla Bibbia del ribaltamento dei destini: l’empio, che sembra avere successo e trionfi, verrà umiliato e subirà la punizione che egli aveva destinato ai giusti, mentre le vittime assurgeranno alla gloria. Tutto questo rivela l’azione decisiva di Dio all’interno della storia degli uomini. L’opera si trasforma, così, sulla scia della vicenda dell’esodo dall’Egitto, in un appello alla fiducia nel Signore, salvatore del suo popolo, e alla speranza, anche quando le vicende sono drammatiche e apparentemente senza sbocco.

Nota Finale

Durante il regno del re persiano Assuero (cioè Serse I, 485-465 a.C), il gran visir Aman, feroce nemico degli Ebrei, tenta di organizzare il loro massacro con l’approvazione del re. L’umile orfana giudea Ester, diventata regina, viene a conoscenza del malvagio progetto e riesce, correndo gravi rischi, a capovolgere la situazione a danno del cospiratore. Per quanto alcune notizie storiche possano dare un certo fondamento alla vicenda, il libro di Ester ha le caratteristiche di un racconto a scopo edificante: la tesi fondamentale è quella della liberazione ottenuta per mezzo di una donna perché, come afferma l’apostolo Paolo, Dio confonde i potenti attraverso i poveri e i deboli. 

Il libro non menziona esplicitamente aspetti specifici della religione ebraica, e il probabile motivo della sua inclusione nel canone dell’Antico Testamento sta nel fatto che descrive l’istituzione dei Purim (letteralmente “delle sorti”), una festa annuale ricca di aspetti gioiosi, celebrata ancor oggi dagli Ebrei. Nulla si sa del nome dell’autore o dell’epoca di compilazione del libro. Il Nuovo Testamento non lo menziona e non ne sono stati trovati frammenti nei manoscritti biblici scoperti a Qumran.  




domenica 29 aprile 2018

GIUDITTA



Il libro di Giuditta è la testimonianza di un giudaismo tardo, perseguitato ma orgoglioso della sua libertà e della sua capacità di vittoria sotto la guida di Dio, che sceglie, come spesso accadeva nella storia antica d’Israele, il debole per confondere il potente e vincerlo. L’eroina è, infatti, una donna vedova, il cui nome è emblematico perché significa “la giudea” per eccellenza, vera “madre della patria” come Debora, Giaele ed Ester. La sua città ha anch’essa un nome simbolico, Betulia, allusivo forse a Betel, “casa di Dio”, “casa del Signore Dio”.

Il testo di Giuditta è giunto a noi in greco, pur avendo forse una matrice ebraica o aramaica: per questa ragione non è entrato nel Canone dei libri biblici ispirati, riconosciuti come tali dagli Ebrei e dai protestanti, che hanno privilegiato solo i libri scritti in ebraico. I cattolici usano definire il libro come “deutero-canonico”, insieme agli altri libri greci dell’Antico Testamento (ad esempio, Tobia, che abbiamo già commentato). Lo sfondo storico è fittizio e rimanda a Nabucodonosor (VI secolo a.C.), erroneamente considerato come re assiro (era, invece, babilonese) e residente a Ninive, la capitale assira distrutta da suo padre Nabopolassar.

Lo scopo di questo racconto esemplare, analogo a quello di Ester, non è infatti storico, ma è l’esaltazione della protezione che il Signore riserva al suo popolo nel momento della tragedia, attraverso l’opera di una persona debole e ultima, che in questo modo rivela l’azione divina. È probabile che si rifletta l’epoca dei Maccabei, nel II secolo a.C., allorché su Israele si stendeva la dura oppressione dei siro-ellenisti. È in questa luce che deve essere interpretato anche il gesto violento di Giuditta.

La narrazione, dopo una lunga preparazione (capitoli 1-7), ha al centro una grande scena dominata dal festino del generale nemico Oloferne e dall’audacia di Giuditta, che spicca il capo al generale con un colpo di scimitarra. In finale si leva l’inno nazionale che celebra la vittoria di Giuditta: la tradizione cristiana l’ha liberamente reinterpretata come una figura mariana. 
   
Nota Finale

Il libro di Giuditta, incentrato come quelli di Tobia ed Ester su un personaggio principale, racconta di una grande vittoria del popolo eletto sui suoi nemici grazie all’intervento di una donna, che con la fede e l’astuzia riesce a sconfiggere Oloferne, generale di Nabucodonosor. Il racconto è volutamente svincolato da ogni plausibilità storico-geografica (Nabucodonosor è presentato come un sovrano assiro, mentre in realtà era re di Babilonia, e la città di Betulia, centro dell’azione, risulta sconosciuta) e propone soprattutto un messaggio teologico: il debole sorretto dal Signore può piegare il potente superbo, mentre nulla possono i nemici di Israele contro il vero Dio. L’eroina Giuditta è diventata, nella tradizione cristiana, simbolo di Maria Vergine, vincitrice del male attraverso suo figlio Gesù Cristo. Il libro, di autore sconosciuto e il cui originale ebraico risalente al II sec. a.C. è andato perduto, è giunto a noi in versione greca.



domenica 22 aprile 2018

TOBIA



Come dice la radice ebraica che sta alla base del nome dei due protagonisti, Tobi e Tobia – «tob» in ebraico significa “buono”, “bello”, “utile” –, siamo di fronte a una storia che esalta il bene come fonte di bellezza e di felicità. Si tratta di una narrazione popolare esemplare post-esilica, che evoca un precedente sfondo storico assiro e persiano (Ninive ed Ecbatana, sovrani come Ciassare, Salmanassar V, Assarhaddon, Sennacherib, del VII secolo a.C.) in modo molto approssimativo. Lo scopo principale, infatti, è quello di esaltare la fedeltà di un Ebreo, che vive nella diaspora e quindi in terra straniera, alla legge e alla fede dei padri.

Il racconto rivela subito un certo fascino e cattura il lettore con i suoi colpi di scena, col suo svolgimento nitido, con il gusto del particolare. Tre coppie di personaggi reggono la trama. La prima è quella “eroica” dei due Tobia, padre e figlio. Entrambi sono legati a un’altra coppia, femminile, costituita dalle rispettive mogli, Anna e Sara, che sono rappresentate secondo la negatività misteriosa che spesso l’Oriente attribuisce alla femminilità. Infine, c’è la coppia trascendente, l’angelo Raffaele-Azaria e il demone Asmodeo.

Ci sono, quindi, tutti gli ingredienti per una storia che lascia con il fiato sospeso fino all’atteso lieto fine. Lutero scriveva: «Se si tratta di storia, è storia sacra; se si tratta di poesia, è poema molto bello, salutare e proficuo, opera di un poeta geniale. Commedia fine e amabile». Eppure è il libro che esalta le opere giuste che danno salvezza, una tesi non certo cara al celebre riformatore.

Tobia è, infatti, la celebrazione del giudaismo fedele, che, pur in mezzo a difficoltà, conserva intatta la sua adesione ai precetti della legge biblica ed è, perciò, alla fine benedetto da Dio secondo la ben nota legge della retribuzione, per la quale la giustizia ha sempre quaggiù una ricompensa. Il libro è giunto a noi in greco; perciò non è conosciuto come “canonico” dagli Ebrei e dai protestanti.
  
Nota Finale

Per il suo interessante contenuto e per lo stile vivace, il libro di Tobia è considerato dalla tradizione ebraica e cristiana un piccolo gioiello letterario. Si tratta della storia di una famiglia giudaica in esilio a Ninive e della felice conclusione di un matrimonio, realizzato dopo il superamento di molteplici ostacoli naturali e soprannaturali. Nel racconto interviene anche un personaggio celeste, l’angelo Raffaele, che appare in veste umane col nome di Azaria. Il tema fondamentale di questo delicato quadretto di vita familiare è quello della provvidenza divina che libera i giusti da ogni tribolazione: Dio può mettere alla prova, ma chi ha fede, alla fine, sarà premiato. Il libro è anche un elogio dell’ebreo fedele della diaspora, cioè di colui che, pur essendo disperso fra i pagani, mantiene alta la fiamma della legge del Signore. Nulla sappiamo circa l’autore del libro di Tobia, composto presumibilmente attorno al 200 a.C.