venerdì 18 gennaio 2019

IL NUOVO TESTAMENTO CI RIVELA GESÙ CRISTO



Il Nuovo Testamento è costituito da 27 scritti di diversa estensione, composti con poco più 140.000 parole greche (il più lungo dei vangeli, quello di Luca, contiene 19.404 parole). Se volessimo ordinare questi libri in settori definiti da elementi comuni, potremmo rimandare sostanzialmente a tre aree. Ci sono innanzitutto i “quattro vangeli” – che assommano in sé 64.327 parole greche – che dalla tradizione sono riferiti a quattro autori con caratteristiche proprie: Matteo, Marco, Luca, Giovanni.

La collocazione cronologica più certa è quella che va dalla fine degli anni 60 allo scorcio del I secolo. Il più antico è quasi certamente il vangelo di Marco, seguito da Matteo, Luca e Giovanni. Il “vangelo” costituisce un vero e proprio genere letterario, cioè un modello di composizione che non ha paralleli prima del cristianesimo, e nel valore del termine stesso – in greco “euanghelion”, «buona novella», «annunzio di bene» – contiene la caratteristica fondamentale che lo definisce. Infatti, i racconti evangelici si preoccupano di riferire gli eventi storici e le parole di Gesù di Nazaret, l’indiscusso protagonista di queste pagine.

Gli Evangelisti illuminano quei dati, che tra l’altro sono stati da loro selezionati, alla luce della fede e, più precisamente, dall’esperienza vissuta dalla Chiesa delle origini, quella della Pasqua di Cristo. Perciò, se da un lato è possibile compiere una ricerca sul Gesù storico presente nei vangeli, d’altro lato la testimonianza evangelica si propone la finalità di far comprendere ai lettori il mistero di Cristo, Figlio di Dio, e di condurre il lettore all’adesione nella fede: «[Queste cose sono state scritte] perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Giovanni 20, v.31).

Storia e fede, eventi e interpretazione, «carne» e «parola» (per usare il linguaggio del prologo di Giovanni) si intrecciano in modo stretto, proprio come accade in Cristo che è uomo e Dio. Si può, allora, dire che «il cristianesimo è nato due volte» (Lucien Cerfaux): la prima nascita avviene con la predicazione, l’azione e la storia di Gesù; la seconda con la sua gloriosa risurrezione che diventa il cuore e la chiave di interpretazione dell’intero Nuovo Testamento. Ogni evangelista, che respira la fede della Chiesa e che si rivolge alla Chiesa (anzi, a una precisa comunità ecclesiale), rivela un suo personale approccio alla figura di Cristo.

Matteo (vedi post pubblicazione 07-01-2016) sembra privilegiare le parole di Cristo, distribuendo nella sua opera cinque solenni discorsi; ma al tempo stesso rivela un’attenzione particolare a raccordare la figura e l’insegnamento di Gesù all’Antico Testamento. È, questa, una consapevolezza della sua comunità, costituita da cristiani provenienti dall’ebraismo, ma è anche la coscienza di tutta la Chiesa, come testimonia l’apostolo Paolo: «Tutto quanto è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza» (Romani15,4).

Marco, il primo degli evangelisti in ordine cronologico, si preoccupa invece di avviare il suo lettore su un itinerario che procede dall’oscurità verso la piena rivelazione. Gesù appare innanzitutto come uomo che, però, compie atti sorprendenti di liberazione dal male nei confronti di malati fisici e spirituali. A metà strada è riconosciuto da Pietro come «Cristo», cioè Messia. Una lunga tappa che conduce da Gerusalemme mostra la qualità strana di questo Messia: egli non sarà un trionfatore ma uno sconfitto. Ma è proprio nel momento della sua morte in croce che un centurione romano scopre il segreto ultimo di Gesù, che verrà poi suggellato dalla risurrezione: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39).

Un lungo viaggio è anche al centro del vangelo di Luca (vedi post pubblicazione 14-05-2016). Questa volta, però, è un vero e proprio percorso che si estende nello spazio che conduce a Gerusalemme (capitoli 9-19). Alle spalle ci sono le origini di Cristo e la sua prima predicazione nella regione settentrionale della Galilea; davanti vi sono la morte e la gloria che hanno come meta ultima l’ascensione al cielo, cioè il ritorno di Gesù nell’orizzonte divino, dopo essere stato una presenza viva e salvatrice nella storia umana. Nel viaggio verso Gerusalemme Luca colloca quei temi che più gli sono cari e che ai suoi occhi meglio raffigurano il volto di Cristo: l’amore, la gioia, la povertà, il distacco, la preghiera e la storia trasfigurata dal passaggio del Signore.

Verso la fine del I secolo, tenendo conto di una lunga predicazione della Chiesa e degli altri vangeli, fiorisce l’ultimo scritto, il più alto e originale, quello di Giovanni (vedi i tre post pubblicati il 02-01-2016; il 6 e 7-05-2016), aperto da uno stupendo inno che esalta Cristo come “Logos”, cioè come Parola, Verbo divino, entrato però nella “carne” dell’umanità. L’evangelista modella il linguaggio di Gesù in modo solenne; imposta la sua vicenda terrena immaginando una specie di processo nel quale Cristo è condannato eppure è vincitore; seleziona “sette” miracoli che presenta come “segni”, cioè come espressione di una realtà superiore a cui il Figlio di Dio ci vuole condurre; presenta la fine della vita terrena di Gesù come l’«Ora» per eccellenza della storia della salvezza, e la sua Pasqua come una “esaltazione” nella gloria per attrarre l’intera umanità a Dio.

Profili diversi, quindi, dell’unico Gesù Cristo, proprio perché ciò che gli evangelisti – e prima di loro i predicatori cristiani delle origini della Chiesa – vogliono rivelare non è solo la vicenda storica del nazareno, ma l’opera di salvezza che egli ha compiuto, deponendo un seme di eternità e di vita divina nell’umanità. Gli atti di Gesù sono spesso miracoli perché contengono in sé una forza trascendente; le sue parabole sono racconti affascinanti, ma rimandano al “Regno di Dio”; la sua morte approda a un orizzonte trascendente di luce e di vita, nella risurrezione e nella glorificazione, capace di svelare la divinità di Gesù, ma anche di fecondare e trasformare il dolore e la morte dell’umanità.

Da questa radice fondamentale dell’annunzio di «Gesù Cristo, Figlio di Dio» (Marco 1,1), che si cristallizza nelle pagine dei vangeli, si dirama la riflessione di Paolo e della Chiesa. Giungiamo, così, alla seconda area del Nuovo Testamento, quella delle “Lettere”. Essa è occupata da due generi particolari di scritti che rivelano un aspetto epistolare: si hanno, infatti, indirizzo e saluti iniziali, dichiarazioni rivolte ai destinatari e raccomandazioni e saluti vari in finale.

Dapprima incontriamo il complesso delle Lettere di Paolo, ordinate secondo una sequenza tradizionale che, però, non corrisponde a quella cronologica. Si tratta di 13 scritti contrassegnati in modo esplicito dal nome dell’Apostolo e di un quattordicesimo che è a sé stante, la “Lettera agli Ebrei”. Questa è stata attribuita a Paolo fin dal II secolo, ma in modo esitante, e ora è considerata nettamente distinta dal resto dell’epistolario paolino.

Gli studiosi prevalentemente riconducono a Paolo in modo diretto sette lettere, composte tra gli anni 50-60: 1Tessalonicesi, 1 e 2Corinzi, Galati, Filippesi, Romani, Filemone (Questo è il probabile ordine cronologico). Le altre sarebbero da riferire all’orizzonte paolino e forse riflettono la mano di discepoli, che si ispirano al loro maestro sviluppandone il pensiero (2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1 e 2Timoteo, Tito; le ultime tre vengono chiamate di solito “Lettere pastorali”).

Questa divisione non significa che le seconde non siano ispirate e canoniche: tutte portano in sé il sigillo della rivelazione divina, che si comunica attraverso uomini differenti, ma tutti segnati dallo Spirito di Dio. La “lettera agli Ebrei” è, in realtà, una splendida e complessa omelia della Chiesa delle origini, centrata sulla figura di Cristo sacerdote e sul significato del suo sacerdozio.

Difficile è riassumere in poche battute il sistema di pensiero di Paolo, un uomo che ebbe la vita attraversata dall’irruzione di Cristo (la celebre esperienza sulla via di Damasco narrata in Atti 9). Egli è profondamente ancorato alla matrice ebraica: «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge» (Filippesi 3,5). Tuttavia, la sua nascita a Tarso in Cilicia (attuale Turchia meridionale), città romana, e la sua formazione lo rendono aperto anche all’orizzonte greco-romano. Dopo la sua conversione, la sua grande sfida sarà quella di trascrivere e di comunicare il messaggio cristiano per quel nuovo orizzonte sul quale la nuova fede si stava affacciando.

In quest’opera egli ordina ed elabora il messaggio di Cristo in un nuovo progetto che ne conservi l’anima profonda, ma anche ne riveli le potenzialità e l’attualità. Usando un vocabolario greco molto personale, cioè scegliendo termini particolari e imprimendo ad essi nuovi significati, Paolo sviluppa la visione cristiana dell’uomo e della storia, tesa tra l’epifania della grazia divina offerta in Cristo e il peccato dell’umanità. L’abbraccio di salvezza tra Dio e la creatura avviene attraverso la fede che trasfigura l’uomo conducendolo a partecipare alla stessa vita divina.

I credenti divengono figli adottivi di Dio nel Figlio, Gesù Cristo. Ed è proprio la figura di Cristo a dominare gli scritti paolini; il nome ricorre, infatti, più di quattrocento volte. L’Apostolo confessa che per lui «il vivere è Cristo» (Filippesi 1,21). D’altronde tutti gli scritti neotestamentari potrebbero essere posti all’insegna di una frase della lettera agli Ebrei, che, pur non essendo paolina, ne riflette alcuni elementi: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» (13,8).

Il secondo tipo di lettere raccoglie, invece, una serie di sette scritti attribuiti a vari apostoli – Giacomo, Pietro, Giovanni e Giuda – e oscillanti tra il testo teologico molto ampio e profondo (pensiamo, ad esempio, alla 1Pietro e alla 1Giovanni), l’omelia (Giacomo, ad esempio) e il biglietto breve ed essenziale (2 e 3Giovanni). La tradizione le ha chiamate “Lettere cattoliche”, cioè “universali”, considerandole un messaggio destinato a tutta la cristianità del I secolo, anche se in realtà esse sembrano riflettere l’ambito ecclesiale dell’Asia Minore. La celebrazione del Dio amore ha reso famosa soprattutto la 1Giovanni, ma non mancano spunti molto interessanti anche nelle lettere di Pietro e di Giacomo.




















Giungiamo, così, al terzo e ultimo settore degli scritti neotestamentari. Esso comprende due opere profondamente differenti tra loro e originali nella loro qualità. La prima è il libro degli Atti degli Apostoli, un grande affresco della vita missionaria della Chiesa delle origini tratteggiato dall’evangelista Luca. Da Gerusalemme, il vangelo, predicato da Pietro, dagli altri testimoni e soprattutto da Paolo, raggiunge Roma, la capitale dell’impero, attraversando l’intera area del Mediterraneo. L’attenzione è riservata in particolare a Paolo e ai suoi viaggi missionari. Ma sono la parola di Cristo e lo Spirito Santo l’anima profonda che sostiene la storia della Chiesa e il suo slancio missionario.

A sé stante è anche l’Apocalisse attribuita a Giovanni, l’ultimo libro, che suggella non solo il Nuovo Testamento ma anche tutta la Bibbia. Anch’essa è una descrizione della Chiesa – quella dell’Asia Minore è al centro dei primi capitoli –, non solo nel suo itinerario travagliato nelle vicende storiche ma anche nel suo destino glorioso, raffigurato dalla Gerusalemme celeste, la città della speranza e dell’incontro pieno con Cristo, invocato con passione nell’ultima pagina («Vieni, Signore Gesù!»). L’opera, costellata di simboli gloriosi e terribili, affidata al linguaggio “apocalittico” che era presente già nell’Antico Testamento (Ezechiele e Daniele), si rivela perciò come un grandioso annunzio di fiducia rivolto alla Chiesa in crisi al suo interno e perseguitata all’esterno e come una vigorosa interpretazione della storia. Essa è apparentemente dominata dalle forze mostruose del male, ma la meta che l’attende è luminosa e segnata dalla vita e dal bene.

Abbiamo, così, tracciato la mappa essenziale della Scrittura sacra cristiana: essa, però, non si esaurisce in questi 27 scritti ma si unisce in un ideale abbraccio anche ai 46 libri dell’Antico Testamento e tutti insieme i 73 scritti compongono la Bibbia, il grande libro della parola di Dio. I due Testamenti, il Primo o Antico e il Nuovo, costituiscono non solo la Rivelazione del mistero di Dio ma anche la «lampada per i passi» dell’uomo nel cammino della storia (Salmo 119,105). Infatti, «tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (vedi 2Timoteo 3,16).

Cristo non è venuto per «abolire la legge o i profeti, ma per dare compimento» (Matteo 5,17). È per questo che egli costituisce la chiave d’interpretazione delle Scritture nel loro progetto unitario di salvezza, iniziato con Israele e condotto a sviluppo e a pienezza nel popolo di Dio, a cui tutta l’umanità è invitata a iscriversi e ad aderire attraverso la fede e la giustizia. Cristo, connettendosi ai profeti, continua a interpellare ogni uomo perché accolga e partecipi al Regno di Dio che egli annunzia ed edifica nella storia. La lettura del Nuovo Testamento non è, allora, soltanto la conoscenza della figura di Gesù e della sua realtà profonda e misteriosa né delle testimonianze che su di lui ci hanno lasciato coloro che lo videro e ascoltarono né delle vicende iniziali della cristianità.

Seguire accuratamente e penetrare le pagine neotestamentarie vuol dire anche essere provocati a una risposta personale, a un incontro con la figura di Cristo che ci ripete la domanda rivolta ai discepoli di allora: «Voi, chi dite che io sia?» (Matteo 16,15). La nostra risposta è possibile dopo averlo seguito nei percorsi di fede che queste pagine del Nuovo Testamento ci delineano, invocando la sua vicinanza, ma anche pregandolo di mettersi lui per primo a cercarci, come diceva il filosofo Soren Kierkegaard: «Gesù, vieni in cerca di me sui sentieri dei miei traviamenti ove io mi nascondo a te e agli uomini». Paolo, infatti, aveva scritto ai Romani: «Isaia arriva a dire: Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non si rivolgevano a me» (Rm10,20).



sabato 15 dicembre 2018

MALACHIA



Posto alla fine della raccolta dei profeti, Malachia – il cui nome potrebbe essere anche uno pseudonimo, “messaggero di JHWH” (vedi 3,1) – visse forse nel V secolo a.C. e riflette il clima della comunità ebraica al tempo di Esdra e Neemia. Ma lo apre anche su altri orizzonti più vasti e protesi verso un futuro messianico: è per questo che Malachia è stato citato ben dodici volte dal Nuovo Testamento e un suo passo di sapore universalistico (1,11) è stato applicato, dai primi commentatori cristiani e dal Concilio di Trento, all’Eucarestia.

Dopo una celebrazione dell’amore di Dio che ha scelto Giacobbe-Israele e rigettato Esaù-Edom (1,2-5), Malachia polemizza con la freddezza e l’indifferenza dei sacerdoti nell’espletare le loro funzioni liturgiche (1,6-2,9) e con gli Israeliti che divorziano dalle loro mogli per sposare donne straniere (2,10-16). Si apre, così, una pagina grandiosa che dipinge il «giorno del Signore» nel quale si celebrerà un giudizio di purificazione dal male (2,17-3,5).

Si passa poi a una lezione concreta: le cavallette e la scarsità del raccolto sono viste come segno della punizione divina a causa dell’infedeltà nel versare le decime al tempio (3,6-12). Ai giusti scoraggiati il profeta annunzia l’irruzione di Dio nella storia umana per far finalmente trionfare le vittime delle prepotenze. Questa irruzione sarà preparata dal ritorno sulla terra di Elia, una promessa che Gesù applicherà alla figura di Giovanni Battista (3,6-24).

Pieno di Zelo per la santità dei sacerdoti e per il loro ideale di dedizione alla legge del Signore, impegnato nella perfetta osservanza del culto e nella moralità dei costumi, sostenitore della purezza del matrimonio, Malachia riflette un momento storico non facile, segnato da una pratica religiosa formalistica e da una vita morale in crisi. È questa l’atmosfera di torpore che egli vuole scuotere con l’annunzio del giudizio imminente di Dio e che anche Esdra e Neemia avevano cercato di vincere introducendo maggior rigore nell’osservanza della legge.

Nota Finale

Il nome ebreo Malachia, che significa “mio messaggero”, probabilmente è solo l’appellativo di un profeta rimasto anonimo. Chiunque sia il redattore del libro, egli – rivolgendosi agli Ebrei nel V secolo a.C., alcuni decenni dopo il loro ritorno dall’esilio babilonese e la ricostruzione del tempio – rimprovera non soltanto il popolo ma anche i sacerdoti per la rilassatezza dei costumi e per le infedeltà all’alleanza. 

Come Zaccaria, Malachia parla del giorno del Signore, in cui Dio benedirà i giusti e condannerà i malvagi. Il nuovo elemento introdotto dal vaticinio di Malachia è la promessa che nel grande giorno del giudizio finale sarà inviato un messaggero per preparare la venuta del Signore e purificare il culto, messaggero che gli evangelisti del Nuovo Testamento hanno identificato in Giovanni Battista. Un altro dato di questo profeta, riguardante “l’oblazione pura” offerta in ogni luogo della terra, è stato liberamente applicato dalla tradizione cattolica all’Eucarestia, il sacrificio perfetto e universale.



venerdì 7 dicembre 2018

ZACCARIA



Sotto l’unico nome di Zaccaria (che in ebraico significa: “Il Signore ricorda”) si raccolgono due profeti diversi, così come è accaduto al libro di Isaia che comprendeva gli scritti di almeno tre differenti profeti. Il cosiddetto Primo Zaccaria occupa i capitoli 1-8 del libro: egli inizia la sua predicazione nell’ottobre-novembre del 520 a.C. È quindi contemporaneo del profeta Aggeo, ma la sua scrittura riflette maggiormente quella di un grande profeta dell’esilio, Ezechiele.

Gli oracoli del Primo Zaccaria sono, perciò, da collegare ai primi anni della ricostruzione, dopo l’esilio babilonese, ed evocano i due personaggi principali, il capo politico Zorobabele e il sacerdote Giosuè.
Le sue pagine sono in prosa e sono dominate da otto visioni surreali (capitoli 1-6) poste in coppia tra loro, ma con la prima e l’ultima reciprocamente coordinate. Eccone, allora, la sequenza simbolica logica.

Prima visione: i cavalieri (1,7-17); a essa si associa l’ottava: i cocchi (6,1-8). La seconda visione delle corna e degli artigiani (2,1-4) si raccorda a quella del “geometra” (2,5-9). La quarta, che mette in scena le vesti sacerdotali di Giosuè (3,1-10), va insieme con la quinta del candelabro e degli olivi (4,1-14). La sesta, che introduce un rotolo volante (5,1-4), si connette con la settima, che presenta un moggio enorme da cui esce una donna, l’«iniquità» (5,5-11). Non mancano elementi suggestivi come quello del «servo Germoglio» (3,8), una figura di taglio messianico.

Con il secondo Zaccaria (capitoli 9-14) si passa dalla prosa alla prevalenza di testi poetici e si giunge fino all’epoca ellenistica, come sembrerebbe attestato dal passo di 9,1-17 che mette in scena forse Alessandro Magno e la sua conquista delle città siro-palestinesi (fine IV secolo a.C.). Non mancano anche qui immagini curiose come nella parabola dei due pastori. Molti elementi di queste pagine sono stati riletti dal Nuovo Testamento in chiave cristiana: si ricordino il pastore trafitto, i trenta sicli d’argento e il celebre ingresso in Sion del re-Messia su un asino per annunziare a tutto il mondo il ristabilimento e il trionfo della pace (9,9-10). 

Nota Finale

Nella prima sezione di questo libro, Zaccaria sprona gli Ebrei tornati dall’esilio, e specialmente i loro capi Giosuè e Zorobabele, alla ricostruzione del tempio di Gerusalemme. Gli oracoli del profeta, databili intorno al 519 a.C., si differiscono notevolmente da quelli dei suoi contemporanei: consistono in visioni allegoriche e dialoghi esplicativi sul significato delle visioni. Le immagini, spesso oscure e barocche, sono entrate nel bagaglio tradizionale della letteratura apocalittica. Segue quindi un’esortazione a osservare i comandamenti del Signore e la promessa di un premio per coloro che li rispetteranno.

Nella seconda sezione il tono generale cambia e l’esposizione rispecchia un’età successiva a quella di Zaccaria. Lo sconosciuto compilatore di questa parte prevede per Israele guerre e patimenti, dopo i quali giungerà la redenzione. La descrizione della venuta del re vittorioso e umile è stata vista dagli scrittori del Nuovo Testamento come una prefigurazione dell’entrata di Gesù in Gerusalemme nella domenica delle Palme. Altri simboli, come i trenta denari, l’uomo trafitto e il pastore rifiutato dal suo popolo, serviranno agli evangelisti per interpretare le ultime ore della vicenda terrena del Cristo.

sabato 1 dicembre 2018

AGGEO



Insieme a Zaccaria, il profeta Aggeo (il cui nome rimanda in ebraico al termine “festa”) è il testimone partecipe della ricostruzione della città santa da parte degli Ebrei ritornati dall’esilio babilonese. Le date offerte dal libretto del profeta parlano di agosto-dicembre 520 a.C., allorché si erano intrapresi i lavori di ricostruzione del tempio di Sion (vedi Esdra 5,1 e 6,14, ove si citano Aggeo e Zaccaria).

Lo svolgimento dei due capitoli dell’opera di Aggeo è abbastanza netto. Si parte con un’esortazione rivolta al capo politico degli Ebrei rientrati dalla Babilonia, Zorobabele, e al sacerdote Giosuè, perché si impegnino ad accelerare i lavori di riedificazione vincendo gli egoismi e le inerzie (1,1-11). Rispondono Zorobabele, Giosuè e il popolo (1,12-15), assicurando il loro impegno. Aggeo si rivolge di nuovo ai suoi interlocutori esaltando l’opera da essi intrapresa: la gloria del secondo tempio supererà quella dell’edificio salomonico distrutto nel 586 a.C. dai Babilonesi (2,1-9). In esso confluirà la ricchezza dei popoli (2,7), cioè i contributi persiani e quelli degli Ebrei della diaspora (il passo è stato letto in chiave messianica e universalistica da san Girolamo nella sua versione latina della “Vulgata”).

Le difficoltà agricole che Israele sta attraversando – continua il profeta (2,10-19) – saranno risolte se si offriranno sacrifici puri e accettabili ritualmente, diversamente da quanto finora si è fatto. Rivolgendosi, infine, a Zorobabele, Aggeo annunzia che il Signore abbatterà presto i regni nemici e renderà lo stesso Zorobabele un “anello-sigillo” (2,20-23). È probabile che il profeta veda nel capo d’Israele di quegli anni una specie di figura messianica.

Breve scritto, l’opera di Aggeo è composta in un linguaggio di non alto livello letterario e risulta una testimonianza diretta della situazione difficile in cui si erano trovati i rimpatriati da Babilonia, una volta giunti nella terra dei padri e intrapresa la ricostruzione della città santa di Gerusalemme e del suo tempio.

Nota Finale

Nel 520 a.C., dopo il rientro in patria dall’esilio babilonese, Aggeo esorta il popolo a completare la ricostruzione del tempio di Gerusalemme, distrutto da Nabucodonosor circa settant’anni prima. Sono già passati quasi due decenni dal ritorno degli Ebrei in Palestina, in seguito all’editto di Ciro del 538 a.C., ma del nuovo tempio sono state poste soltanto le fondamenta. Aggeo invita allora i capi della comunità giudaica a impegnarsi con entusiasmo per completare l’opera. Il profeta chiama inoltre i sacerdoti a purificare il culto e sottolinea il legame fra le antiche tradizioni israelite e la promessa di un’età messianica. Il tempio, anche per merito delle insistenze di Aggeo, verrà definitivamente consacrato nel 515 a.C. Il libro, redatto probabilmente più tardi, contiene soltanto un estratto della vigorosa predicazione del profeta.



giovedì 22 novembre 2018

SOFONIA



Di poco più anziano di Geremia, il profeta Sofonia (“il Signore protegge”) visse sotto il regno di Giosia e all’epoca della riforma religiosa compiuta da quel re, attorno al 622 a.C. (2Re 22). La sua predicazione si muove sostanzialmente lungo due traiettorie: il giudizio inesorabile sui peccatori di Giuda e la speranza per gli “anawim”, i «poveri» del Signore, che verranno da lui salvati e difesi.

Una prima parte (1,2-2,3) raccoglie oracoli molto severi di giudizio, che rimandano ripetutamente al «giorno di JHWH», cioè al suo intervento all’interno del groviglio di ingiustizie presente nella storia (si ricordi che il tema del «giorno di JHWH» era stato annunziato per la prima volta dal profeta Amos nell’VIII secolo a.C.). La tradizione cristiana medievale si è ispirata proprio a questa pagina di Sofonia per creare il celebre canto del “Dies irae”. 

Una seconda parte (2,4-3,8) raccoglie, invece, oracoli contro le nazioni che vengono giudicate da Dio: sfilano i Filistei, Moab, Ammon, l’Etiopia, l’Assiria e, infine, Gerusalemme, «città ribelle» e prepotente. Ma ecco, all’improvviso, nella terza parte (3,9-20) la grande svolta: l’orizzonte si illumina e il “resto” fedele a Dio e le stesse nazioni giuste vedono aprirsi una nuova era di gioia e di pace. Si cita probabilmente un canto di Sion (3,14-18), in cui si esalta l’ingresso del Signore nel cuore della città santa come cittadino e come salvatore. Sarà una presenza che irradierà su tutto Israele e sull’intera umanità speranza, gioia e salvezza.

Giudizio e salvezza, terrore e felicità si accostano in questo libretto che rivela la ripresa di temi già noti (il «giorno di JHWH» e i «poveri» del Signore), ma anche l’inserzione di elementi posteriori di epoca post-esilica, come quello sulla conversione delle «isole» (2,11), cioè dei popoli lontani, sulla scia del Secondo Isaia. Un libretto che mostra, quindi, come la parola di Dio veniva conservata e applicata a nuovi contesti e prospettive, per offrire a tutti il dono della salvezza.

Nota Finale

Sofonia è uomo dotato di un vivo senso del peccato, che egli sente come una profonda offesa alla maestà del Dio vivente. Egli profetizza durante i primi anni del re di Giuda Giosia (640-609 a.C.), annunciando con linguaggio espressivo l’avvento del “giorno del Signore”, in cui la punizione di Dio si abbatterà su tutte le nazioni. Giuda stesso è condannato per la sua corruzione religiosa e morale, provocata dall’orgoglio e dalla disubbidienza. Pochi si salveranno, ammonisce il profeta: la collera divina risparmierà soltanto coloro che si pentiranno e torneranno al Signore. 

È un annunzio molto vicino ad alcune pagine di Amos, ma anticipa anche certi temi del quasi contemporaneo Geremia, come la condanna dei sacerdoti e dei profeti che portano la nazione alla rovina. La descrizione del “giorno del Signore” ha ispirato l’inizio di un celebre testo liturgico medievale, il “Dies irae”.



domenica 18 novembre 2018

ABACUC



Di questo profeta, il cui nome sembra rimandare in ebraico a una pianta acquatica, si conosce ben poco. Il nemico che incombe nel suo breve scritto è variamente interpretato: si va da un personaggio dello stesso regno di Giuda, che, ribellandosi a Nabucodonosor, ne causò l’invasione del paese (VII-VI secolo a.C.), fino ai Greci dell’epoca di Alessandro Magno (IV-III secolo a.C.), dagli Assiri ai Babilonesi. L’opinione prevalente colloca Abacuc sul finire del VII secolo a.C.

Il suo libretto raccoglie una specie di dialogo tra il profeta e Dio secondo diverse tonalità letterarie. Ci si lamenta che il giusto sia oppresso (1,1-4) e JHWH risponde annunziando l’irruzione dei Caldei (Babilonesi), che con la loro potenza giudicheranno il “nemico” nel nome del Signore (1,5-11). Il profeta avanza ancora la sua accorata protesta a Dio a causa della prepotenza dei tiranni (1,12-2,1). Il Signore replica dichiarando che l’empio perirà mentre il giusto per la sua fede vivrà (2,2-5). Viene, così, affermata la vittoria del bene sul male.

Seguono cinque «Guai!» contro il tiranno che opprime le nazioni: egli sarà votato alla rovina e i popoli ritroveranno la loro libertà (2,6-20). Il libro è concluso da un salmo, forse più antico, in cui si esalta l’epifania gloriosa e potente del Signore che giudica e salva. I versi di questo poema sono di grande intensità, segnati da una vera e propria coreografia di immagini. Il libro di Abacuc – considerato uno degli scritti più profondi dell’Antico Testamento – ha avuto un notevole successo nella successiva tradizione giudaica e cristiana.

Il profeta appare anche nel libro di Daniele (14,33-39) in un episodio curioso, già da noi letto. Nel Nuovo Testamento la sua frase: «Il giusto sopravvive per la sua fedeltà!» (Ab 2,4) sarà usata da Paolo quasi come dichiarazione di base per la sua riflessione teologica sulla fede e sulla grazia (Romani 1,17; Galati 3,11; vedi anche Ebrei 10,38). Tra i manoscritti trovati a Qumran, presso il Mar Morto, è venuto alla luce un antico commento agli oracoli del profeta, mentre la versione greca antica di 3,2 («Ti manifesterai in mezzo a due animali…») è stata alla base, con Isaia 1,3, della tradizione della nascita di Gesù tra il bue e l’asino.  

Nota Finale

In questo libro il profeta pone direttamente a Dio l’eterna domanda che tormenta l’uomo: «Perché taci mentre l’empio ingoia il giusto?» E la risposta è che il Signore regna sempre sulla storia e, sia pure attraverso vie imperscrutabili, sceglierà il tempo in cui punire i malvagi e ristabilire il suo ordine; nell’attesa «il giusto vivrà per la sua fede». Questa espressione, ripresa soprattutto da Paolo nella lettera ai Romani, ha assunto un’importanza fondamentale nel pensiero cristiano come punto d’inizio dell’approfondimento teologico del concetto di “fede”.

La composizione dell’opera risale probabilmente alla fine del VI secolo a.C., quando i Caldei (cioè i Babilonesi) sottomettono l’Assiria e minacciano direttamente Giuda. Al termine del libro si trova però anche un carme più antico, forse del X secolo a.C., che celebra l’irruzione trionfale del Signore nella storia umana per giudicare e salvare.



venerdì 9 novembre 2018

NAUM



Nato nel villaggio ignoto di Elcos, che san Girolamo collocava in Galilea, Naum (o Nahum) ci offre un libretto profetico centrato sull’evento della distruzione della capitale assira Ninive, caduta nel 612 a.C. sotto i colpi del re dei Medi, Ciassare, e di Nabopolassar, il fondatore della dinastia neo-babilonese. Si ha, quindi, la possibilità di riferire l’opera del profeta Naum (il cui nome significa “consolazione”) al tempo del re di Giuda Giosia e della sua riforma religiosa (2Re 22), che sembra essere evocata in un paragrafo di questo breve scritto profetico (1,9-2,2).

Dicevamo, però, che il centro della predicazione di questo profeta, vissuto nella seconda metà del VII secolo a.C., è costituito da un canto dedicato alla rovina della grande avversaria di Israele, l’Assiria (2,3-3,19). Si tratta di una lamentazione sarcastica in cui, fingendo il lutto per quella fine, si ironizza e si esprime la gioia per l’opera di giustizia compiuta dal Signore contro un oppressore così duro e crudele. La caduta di Ninive diventa il simbolo della grande vittoria che Dio riporta sul male e dalla speranza in un futuro diverso per le vittime.

Il poema contro Ninive è di un’intensa forza poetica ed è articolato in una serie di quadri che dipingono le vicende quasi in presa diretta ed evocano anche un evento precedente, la distruzione di Tebe, la capitale egiziana sconfitta nel 663 a.C. dall’assiro Assurbanipal (3,8-10), il cui destino ricade ora sul vincitore di allora. Si noti anche che il libretto di Naum è preceduto da un salmo alfabetico incompleto (1,2-8), i cui versetti sono aperti da parole che iniziano con le lettere dell’alfabeto ebraico in successione, dall’ “Alef” alla “Kaf” (esclusa la lettera “Dalet”).

Le parole severe del giudizio divino si accompagnano alle promesse di una sicura salvezza: Il Signore, che regge il cosmo e la storia, si schiera dalla parte degli oppressi e assicura loro la liberazione e la possibilità di ritornare a essere in festa (2,1), mentre sugli oppressori cala il silenzio della morte (3,18).

Nota Finale

La predicazione di Naum, nato in un piccolo villaggio della Galilea, Elcos, si svolge alcuni anni prima della caduta di Ninive, conquistata dai Babilonesi nel 612 a.C. Per secoli l’Assiria (paragonata nel testo a una tana di leoni), ha devastato e dominato le altre nazioni del Medio Oriente, ma ora, afferma il profeta in uno stile vibrante e appassionato, la collera del Signore si abbatterà sul suo orgoglioso impero: nessun potere umano può usurpare indefinitamente il dominio di Dio sull’universo. L’autore, che è lontano dallo spirito universalistico di Giona e da quello del Nuovo Testamento, esprime con rara efficacia il tema della giustizia vendicativa di Dio. Il canto del giudizio divino su Ninive è di una tale potenza evocatrice e finezza letteraria da essere considerato uno dei capolavori della poesia ebraica.



sabato 3 novembre 2018

MICHEA



Contadino come il profeta Amos, ma contemporaneo e forse discepolo di Isaia, Michea (“chi è come il Signore?”) visse e operò nell’VIII secolo a.C. nel regno meridionale di Giuda, ove era nato (nel villaggio di Moreset-Gat, a 35 chilometri a sud-ovest di Gerusalemme). Michea è citato da Geremia (26,17-18), ma a sua volta nel capitolo 4 cita il canto di Sion che Isaia ha composto nel capitolo 2 del suo libro di oracoli. È lo stupendo inno alla pace e alla salvezza dei tempi messianici.

La prima parte del suo libretto (capitoli 1-3) è un vigoroso messaggio di denuncia nei confronti dei politici di Giuda, dei profeti di professione e dei sacerdoti infedeli, responsabili di ingiustizie sociali vergognose. Si passa, poi, a una raccolta di oracoli protesi verso il futuro con la speranza di una nazione nuova e santa, guidata da un nuovo Davide. È qui che appare quell’annunzio (5,1) che Matteo citerà così nel racconto dei Magi: «E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te infatti uscirà un capo che pascerà il mio popolo, Israele» (2,6). L’orizzonte tratteggiato dal profeta aveva, infatti, chiari connotati messianici. Questa è la seconda parte del libro di Michea (capitolo 4-5).

La terza parte (capitoli 6-7) inizia con un appassionato dialogo tra Dio e Israele infedele. Il dialogo si trasforma in una requisitoria processuale in cui si contesta al popolo una religiosità puramente rituale, non alimentata dalla vita e dalla giustizia, nello spirito di un messaggio che i profeti hanno spesso ripetuto (6,6-8). Michea non esita a condannare le infedeltà e i peccati del popolo, ma l’ultima parola è riservata alla speranza e al perdono. Israele si convertirà e Dio avrà ancora pietà del suo popolo e metterà sotto i piedi i suoi peccati eliminandoli (7,19).

Predicatore saldo e non privo di immediatezza, dovuta alla concretezza di uomo dei campi, Michea ripropone le caratteristiche della profezia delle origini, che nell’VIII secolo a.C. aveva visto emergere le figure di Amos, Osea e Isaia. Come si è detto, la sua fortuna continuerà anche attraverso la rilettura cristiana.

Nota Finale

Il libro di Michea, profeta che svolge la sua missione nel regno meridionale di Giuda (VIII secolo a.C.), comprende numerosi oracoli brevi, pronunciati in tempi diversi e raccolti in seguito in una cornice unitaria. Michea si scaglia contro il culto esteriore e lo sfruttamento dei poveri, annunciando la punizione divina su Samaria e Gerusalemme, ma profetizza anche la restaurazione del regno davidico e la gloria futura del popolo ebraico. Celebre è l’annunzio dell’avvento di un sovrano messianico il quale nascerà a Betlemme, la patria di Davide, e «sarà grande fino agli estremi confini della terra». Questo testo è citato da Matteo come annunzio della nascita di Gesù. L’ultima parte del libro contiene il nucleo della predicazione profetica di Michea sul vero culto e sulla vera religione, che si riassume in queste parole: «Praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio».



giovedì 25 ottobre 2018

GIONA



Questa raffinata storia, che ha per protagonista un profeta, Giona (“colomba”), evocato nel secondo libro dei Re (14,25) al tempo di Geroboamo II, sovrano di Samaria dell’VIII secolo a.C., è in realtà un racconto esemplare più che un vero e proprio testo profetico. Esso vuole sostenere in modo molto vivace l’apertura universalistica che si stava introducendo in alcuni ambiti del giudaismo dopo l’esperienza dell’esilio babilonese e della diaspora di Israele in altre nazioni.

Se, da un lato, non mancavano correnti particolaristiche e inclini alla chiusura (si pensi all’opera di Esdra e Neemia) – e lo stesso profeta Giona ne è una testimonianza – dall’altro, si sentiva l’urgenza di un impegno missionario. La trama del racconto è, infatti, retta da un viaggio che il profeta doveva compiere a Ninive , la capitale dell’Assiria, un antico simbolo di oppressione per Israele. Un viaggio per invitare alla conversione: Giona, per nulla convinto di tale scelta e quindi renitente alla chiamata divina, aveva deciso invece di dirigersi all’estremo opposto (la città di Tarsis – di non certa identificazione – ne è il simbolo), imbarcandosi su una nave che solcasse il Mare Mediterraneo e proseguisse per l’occidente.

Il narratore di questo breve e vivace racconto ha il gusto dell’ironia nei confronti di un profeta così gretto, e non rifiuta il ricorso al fiabesco (il pesce mostruoso che ingoia Giona e lo rigetta, un simbolo che sarà ripreso da Gesù per indicare la sua morte e risurrezione), cita nel capitolo 2 un salmo di supplica, adatto ad esprimere i sentimenti del profeta chiuso nel grembo del mostro e del mare, e usa nel capitolo 4 una bella parabola in azione (il ricino, il verme e il vento).

Ma tutto il libretto è orientato a quella domanda finale che esige una risposta da parte del profeta, del lettore e di tutto Israele: Il Signore non deve aver compassione di tutte le sue creature viventi e offrire la possibilità del riscatto dal loro male così da ottenere la salvezza? Il libro esalta, quindi, l’amore universale di Dio e la sua volontà di liberazione e di gioia per tutti gli uomini.

Nota Finale

Diversamente dagli altri scritti profetici, che si snodano attraverso l’esposizione solenne di una serie di oracoli, il libro di Giona si presenta come un racconto esemplare dai colori vivaci, che descrive la riluttanza del profeta ad accettare la missione affidatagli dal Signore di andare a predicare a Ninive, la capitale dell’Assiria, e il suo sgomento di fronte al desiderio di Dio di voler convertire e perdonare la grande città, emblema dei nemici tradizionali del popolo ebraico.
Lo scopo del libro è quello di dimostrare che l’amore misericordioso di Dio è universale e che il messaggio salvifico deve varcare i ristretti confini della nazione ebraica.

L’opera è stata quasi certamente redatta in epoca post-esilica (V-III secolo a.C.), anche se il profeta Giona è vissuto alcuni secoli prima. Nei vangeli, Gesù parla più volte del “segno di Giona”, riferendosi all’episodio in cui Giona è inghiottito e liberato dal mostro marino, che in Matteo è interpretato come una profezia simbolica della morte e risurrezione del Cristo.



sabato 20 ottobre 2018

ABDIA



Abdia (“servo del Signore”) ha lasciato il più breve di tutti gli scritti profetici: un solo capitolo di 21 versetti. Dell’uomo Abdia e della sua storia non sappiamo nulla né è da confondere – come farà una successiva tradizione giudaica – con Abdia, maggiordomo del re Acab al tempo del profeta Elia (1Re 18).

Secondo alcuni studiosi il testo di Abdia a noi giunto sarebbe costituito da due frammenti (versetti 1-14 e 15-21). Nel primo si legge un veemente oracolo contro Edom, la popolazione imparentata con gli Ebrei, ma ad essi ostile. Il profeta lo pronunzia perché gli Edomiti si schierarono con gli invasori babilonesi al momento della distruzione di Gerusalemme (586 a.C.). Ben dieci versetti di questo oracolo si ritrovano, con alcune varianti, nel libro di Geremia (49,7-16).

Il secondo frammento, pur partendo ancora da Edom, allarga l’orizzonte descrivendo «il giorno del Signore», che vedrà la rivincita gloriosa di Israele su Edom e il sorgere di una nuova era di gioia per il popolo di Dio, ritornato sul monte di Sion. Si può, dunque, pensare a uno scritto immediatamente post-esilico.

Segnata da una forte passione nazionalistica, quest’unica pagina a noi giunta di Abdia è la testimonianza dell’incarnazione della parola di Dio nella storia di Israele, nelle sue sofferenze e passioni, ma anche nelle sue speranze in un futuro migliore di libertà, attuato dalla giustizia divina che si schiera dalla parte degli oppressi. Il profeta vede realizzarsi tutto ciò nel «giorno del Signore».

Nota Finale

Si tratta del libro più breve dell’Antico Testamento. Il profeta, il cui nome significa “servo del Signore” e del quale si hanno scarse notizie, ammonisce il paese di Edom (discendente da Esaù) preannunciando che sarà colpito dalla punizione divina per aver rifiutato di combattere contro gli stranieri che hanno conquistato Gerusalemme e per aver anzi approfittato della situazione saccheggiando il territorio di Giuda. Il brano esalta la giustizia di Dio, che agisce come difensore del diritto non solo del suo popolo ma di tutte le genti. Abdia assicura quindi i superstiti d’Israele che la terra promessa sarà loro restituita e che avranno la rivincita su Edom. 

La sventura di Gerusalemme descritta dal profeta è probabilmente il sacco (assalto, devastazione) della città compiuto dai Babilonesi nel 586 a.C. e, poiché Edom viene soggiogato dai Nabatei nel 312 a.C., la profezia di Abdia si può collocare fra queste due date.




sabato 6 ottobre 2018

AMOS



Nato a Tekoa, un villaggio nel deserto di Giuda a sud di Gerusalemme, Amos era un piccolo possidente agricolo che allevava bestiame (1,1) e coltivava sicomori (7,14), un albero tropicale dai frutti dolci e dalla scorza simile al sughero. Al suo lavoro fu strappato dalla chiamata divina, che lo lanciò nel regno settentrionale d’Israele, nell’opulenta città di Samaria. Là egli iniziò una predicazione tesa alla denuncia delle ingiustizie perpetrate dalle alte classi nei confronti dei poveri e degli umili e dal forte richiamo alle esigenze del Dio dell’alleanza.

Le sue parole, spesso intrise di sdegno e colorate di immagini desunte dal mondo agricolo da cui il profeta proveniva, sono state raccolte in un libro (forse il primo dei testi profetici, essendo vissuto Amos a metà dell’VIII secolo a.C., sotto il regno di Geroboamo II). La divisione di questa raccolta di oracoli veementi è scandita da alcuni verbi. Nelle sette scene dei capitoli 1-2, ove sono giudicate le nazioni, si ha il verbo «dire», presente in quella che gli studiosi chiamano “la formula dell’inviato” divino: «Così dice il Signore…».

Nei capitoli 3-6 i discorsi sono, invece, introdotti da tre «Ascoltate!» (3,1; 4,1; 5,1), che spesso s’intrecciano con i «Guai!» del giudizio divino scagliati contro i ricchi proprietari terrieri (5,7), destinati al «giorno del Signore», in cui Dio interverrà contro l’ingiustizia (5,18) e contro gli abusi dei politici (6,1). La terza parte (capitoli 7-9) è occupata da cinque visioni, introdotte dalla formula: «Ecco ciò che mi fece vedere il Signore», o dal verbo «vedere» (7,1.4.7; 8,1; 9,1).

Il profeta offre una serie di denunce precise e documentate contro le violenze, le volgarità, le ingiustizie perpetrate dai ricchi di Samaria, attirandosi anche gli attacchi del sacerdote Amasia, capo del clero del santuario del re a Betel. Si rivela, così, anche l’annunzio – caro a tutti i profeti – di un culto non ipocrita ed esteriore, ma radicato nella vita. Altrimenti Dio rigetterà santuari, canti, feste, sacrifici (4,4-5; 5,4-6; 5,21-24), perché per lui fondamentali sono la giustizia, la fedeltà, l’onestà. Il libro di Amos (“il Signore porta” è il significato del suo nome, come di quello del suo avversario Amasia) finisce con una pagina di speranza messianica, forse posteriore, che si apre a un orizzonte di salvezza e di vita (9,11-15).

Nota Finale

Da un piccolo villaggio del regno meridionale di Giuda, dove fa il pastore e il coltivatore di sicomori, Amos viene inviato da Dio a predicare nel regno settentrionale di Israele, sotto Geroboamo II (VIII sec. a.C.). In questi anni, Israele si trova all’apice della potenza e del benessere economico, ma è anche afflitto da profonde ingiustizie sociali. Scandalizzato dai culti pagani, dall’oppressione dei poveri e dall’immoralità, Amos inveisce aspramente contro gli Israeliti ed entra ben presto in conflitto con le autorità, che lo espellono dal santuario regale di Betel. In ordine di tempo, Amos è il primo profeta di cui ci siano giunti gli oracoli scritti e non soltanto alcune note biografiche come nel caso di Elia ed Eliseo. La sua profezia è carica di simboli desunti dal mondo campestre e di uno sdegno veemente contro l’ingiustizia. Il susseguirsi di dure minacce si conclude però con una nota di speranza: la promessa che Israele risorgerà e tornerà a essere fertile e ricco.