venerdì 5 dicembre 2014

PENSIERO E LINGUAGGIO


Proprio perché afferma l' inseparabilità di «Pensiero» e «Linguaggio», la Filosofia contemporanea e' spinta ad attribuire al «Linguaggio» i caratteri che la Filosofia moderna, da Cartesio a Hegel, ha attribuito al «Pensiero». Heidegger scrive che dappertutto ci si fa incontro il «Linguaggio». La grande scoperta di Cartesio e' che dappertutto ci si fa incontro il «Pensiero», giacché il «Pensiero» e' tutte le cose, in quanto sono in noi, accadono in noi e in noi vi e' coscienza di esse. Quel che dappertutto ci viene incontro, anche il dolore, il piacere, le cose sensibili, sono cioè «Idee». 
Aristotele non lo avrebbe mai detto, perché per lui quel che dappertutto incontriamo sono «Cose», «Enti». La casa, l' albero, il monte sono «Cose»; e le nostre «Idee», per Aristotele, sono la via lungo la quale le «Cose» ci vengono incontro. 
Ma Cartesio scopre che l' albero, il monte e tutte le «Cose» di cui abbiamo coscienza sono appunto qualcosa di «Pensato», di «Conosciuto», e quindi non possono essere le «Cose» reali che esistono indipendentemente dal «Pensiero». Alberi, monti e tutto il resto sono cioè soltanto «Idee» (sì che l' Idea non e' più ciò mediante cui si conosce, ma e' ciò che si conosce). Da qui prende inizio il grande sviluppo del Pensiero moderno, che conduce a Kant e poi all'Idealismo. 
Il rifiuto della separazione di «Pensiero» e «Linguaggio» e' continuamente ribadito dalla Filosofia contemporanea. Ma nella Filosofia contemporanea la fondazione di tale rifiuto tende a restare in ombra. Cioè l' inseparabilità di «Pensiero» e «Linguaggio» può essere mostrata con una radicalità superiore a quella messa in atto dalla stessa Filosofia che oggi pone il «Linguaggio» al centro dell'attenzione. La Necessità non resta cioè travolta dal divenire del «Linguaggio», a differenza di quanto afferma la Filosofia contemporanea. 
Proviamo dunque, volgendoci al «Linguaggio», a non dimenticare Cartesio e quel che ne e' seguito. La separazione di «Realtà» e «Linguaggio» (sostenuta dall' intera tradizione filosofica) sembra la cosa più evidente del mondo. Le «Cose» non sono le parole con cui le indichiamo. Per il «Pensiero» pre-moderno e' altrettanto evidente che le «Cose» non sono le «idee» con cui le pensiamo. Ma poi, si e' visto, Cartesio scorge che queste «Cose» sono «Idee». Ebbene, per quanto possa sembrare strano e assurdo, si tratta di rendersi conto che tutte le «Cose» che ci vengono incontro sono «Parole». 
Ma come e' possibile dir questo? Questa casa non sta forse qui davanti in tutta la sua massiccia consistenza, e quindi come qualcosa di ben diverso da una semplice «parola»? Si , certamente. Eppure noi comprendiamo di aver a che fare con questa consistenza massiccia della casa , comprendiamo di aver a che fare con una casa , solo se quanto ci sta dinanzi si presenta come casa, cioè come un significato che appare all' interno di una «Parola» ben determinata, una «Parola» della lingua italiana: la «Parola» casa. Se facciamo a meno di questa «Parola», quanto ci sta dinanzi non e' più una casa, ma qualcosa d' altro , che però può venirci incontro e farsi comprendere solo presentandosi a sua volta all'interno di un'altra «Parola». Certo, la casa non viene sempre incontro come casa, ma, presso i Greci antichi, come «Oikia», e ai Latini come «Domus», e come «Haus» e «Maison» per Tedeschi e Francesi; ma, sempre, la massiccia consistenza della casa si fa incontro nella luce di una «Parola», e' una «Parola». 
Se si ritiene che la Realtà non sia fatta di «Parole», si dovrà dire allora che la Realtà vera , il vero «Essere», e' indicibile, inesprimibile, ineffabile. In modi diversi, Schlick, Wittgenstein, Heidegger sono giunti ad affermarlo. Ma come l'affermazione che la «Cosa» si identifica alla «Parola» ripete, sul piano del «Linguaggio», l' affermazione cartesiana che la «Cosa» e' «Idea», così l' affermazione che la «Cosa» e' indicibile ripete, su quel piano, la tesi kantiana che la «Cosa» in sé , cioè come distinta dalle nostre «Idee» (o fenomeni), e' inconoscibile. 
L' idealismo, poi, si e' reso conto che anche la «Cosa» in sé  e' pur sempre qualcosa di conosciuto, di pensato, e che dunque non se ne sta chiusa in sé al di là del «Pensiero». Non esiste Nulla al di là del «Pensiero», e quindi ciò che il «Pensiero» Pensa non e' più una semplice Idea o immagine della Realtà vera, ma e' esso stesso la Realtà vera e propria, la «Cosa» in sé. 
Ma non accade lo stesso per il «Linguaggio»? In relazione alla tesi di Wittgenstein e Heidegger che l' «Essere» e' indicibile, ci si deve render conto che l' indicibile e' pur sempre qualcosa di detto e che dunque non può costituirsi al di là del «Linguaggio»: così come l' idealismo aveva visto che la «Cosa» non può costituirsi al di là del «Pensiero». Il «Linguaggio» non può essere oltrepassato, perché non e' più semplice «Parola», ma e' l' «Essere» stesso.

La Filosofia contemporanea tende a questo risultato. Ma nel carattere storico del «Linguaggio» essa vede il segno inequivocabile del «Divenire» al quale l' «Essere» e l' uomo sarebbero definitivamente consegnati. Ma e' così indiscutibile che il «Linguaggio» dica solo «Cose» che vengono da esso continuamente trasformate, prodotte dal «Nulla» e risospinte nel «Nulla»? Che l' «Essere» sia «Divenire» e' la Fede fondamentale dell'Occidente (Vedi Post Marzo 2014 Il Divenire evidenza suprema e Post Maggio 2014 la Fede nel Divenire)  e dunque anche della riflessione contemporanea sul «Linguaggio», che identifica l' «Essere» e il «Linguaggio». Mettere in discussione questa Fede significa dunque mettere in discussione il modo in cui il «linguaggio» e' inteso dalla Filosofia contemporanea. Solo scendendo nel cuore più profondo del «Linguaggio» dell'Occidente e' possibile stare oltre il «Linguaggio».

sabato 29 novembre 2014

ERESIA-UTOPIA-FILOSOFIA: L'INTRECCIO


Usata nella cultura cristiana per indicare una dottrina che si allontana dalla predicazione apostolica, «Eresia» (hàiresis) è parola costruita sul verbo «hairèin», che nell'antica lingua greca significa «prendere una cosa trattenendola nel proprio ambito e, quindi, togliendola via dal luogo in cui si trovava, sì che questo prendere è uno scegliere, avendo la forza di mandare a effetto ciò che è scelto». Per il Cristianesimo l' «Eresia» è la scelta con cui si toglie via, alterandola, una cosa che appartiene al messaggio autentico di Gesù. Ma, già prima di questo messaggio, gli uomini vivono per millenni nel mondo del mito, che domina e regola la loro esistenza. E sei secoli prima di Cristo il popolo greco, per la prima volta, prende le cose del mondo, togliendole via dal loro essere interpretate dal mito e le trattiene all'interno di una «Sapienza» che non intende imporsi come abitudine sociale e istinto, ma per la sua «Verità», cioè per l'impossibilità di essere negata dalla mente dell'uomo. La «scelta» di questa sapienza, che è libera da tutto ciò che non sia la «Verità», è l' «Eresia» da cui nasce la civiltà occidentale e che ben presto prende il nome di «Filosofia». La «Verità» si impadronisce delle cose. La Filosofia è l' «Eresia» originaria. Il Rinascimento ripropone, rispetto al mito cristiano, l' atteggiamento originario della Filosofia.
Telesio, Bruno e Campanella sono appunto accusati di «Eresia» e la società cristiana prende posizione rispetto a essi in modo analogo a quello in cui la democrazia ateniese, ancora avvolta dal mito, condanna Socrate. Muoiono, Socrate e Bruno, per aver «scelto» di farsi guidare non dal mito, ma dalla «Verità». Anche Tommaso Moro viene ucciso per lo stesso motivo. Egli è un santo della Chiesa cattolica. Ma la sua opera più celebre è intitolata «Utopia», una parola da lui coniata per indicare che gli Stati esistenti, in particolare quello inglese, non sono ancora guidati dalla «Verità» quale appare all'interno della sapienza filosofica. Solo se le leggi che guidano lo Stato sono leggi della «Verità», lo Stato può esistere realmente e non in apparenza. Stati apparenti quelli che appaiono nella storia. Non Stati, ma instabilità. Come stabilità resa possibile dalla «Verità», lo Stato, ancora, non esiste, non ha ancora luogo, è ancora «senza luogo». Tommaso Moro vuole esprimere in greco questo concetto e conia la parola «Utopia», che egli ottiene unendo due parole dell'antica lingua greca: ou («non») e tòpos («luogo»). «Utopia» è il non aver ancora luogo, da parte della stabilità del vero Stato.
Anche Campanella e lo stesso Bruno procedono nella direzione di Tommaso Moro. Ma tutti insieme guardano e ripropongono il modo in cui il pensiero greco, sin dal suo inizio, e, nelle forme più splendenti e potenti, con Platone, intende il rapporto tra la «Verità» e lo Stato. La vera «Potenza» e stabilità dello Stato richiedono che esso, la «pòlis», sia guidato dalla «Verità», non dai miti e dalle fedi, come invece di fatto accade, e che dunque l'essenziale «Eresia» della Filosofia, in cui la «Verità» si manifesta, sia insieme la sua essenziale «Utopia». Questo, l' intreccio profondo di «Eresia», «Utopia», «Filosofia».

Scegliendo la «Verità» come luce delle cose, ci si propone di dare un luogo, cioè di realizzare le cose della «Verità». In questo intreccio, l' «Utopia» non ha nulla a che vedere con la fantasia irrealizzabile. Si può dire che le stelle non si trovano in mezzo alle onde e alla sabbia, che tra le onde e la sabbia non c' è un luogo per le stelle, e che, tuttavia, la loro luce guida naviganti e carovane. Si può dirlo. Ma in questo modo si perde di vista che la «Repubblica» di Platone, la res publica, la «cosa pubblica», lungi dall'esser rimasta «senza luogo», semplice fantasia irrealizzabile di un «filosofo», è divenuta invece la grande «Pòlis» in cui l' Occidente, e ormai l'intero Pianeta, consiste. 
Nell' «Eresia-Utopia» della Filosofia viene alla luce, una volta per tutte, il «Senso» della parola più semplice ed essenziale, e più terribile, il «Senso» presente in ogni luogo, il luogo di ogni luogo, il «tòpos» più decisivo per ogni pensiero e per ogni agire dell' Occidente: il «Senso» della «cosa». La «cosa» è ciò di cui ci si impadronisce per dominarla. Non dunque «la guerra è madre di tutte le cose» come dice Eraclito, ma.. «la cosa è la madre di tutte le guerre».

sabato 22 novembre 2014

SCIENZA E VERITA'


Le grandi scoperte della Biologia (Darwin ) , della Fisica (Einstein ) e della Psicoanalisi (Freud ) sono mosse dalla Falsa Convinzione che si possa tracciare un percorso con un inizio e una fine, dal «Nulla» al «Nulla». Eppure, proprio sbagliando, hanno aperto la via alla «Scienza». Per Hawking i buchi neri presenti nell'universo sono voragini in cui vanno definitivamente distrutte le cose che vi precipitano. Leonard Susskind vede in questa tesi la violazione del «Primo Principio della Termodinamica», per il quale la quantità totale di energia dell'universo rimane costante nella trasformazione delle sue forme. Ora la costanza dell'energia è il suo continuare a «Essere»; e l' incostanza delle sue forme è il loro venire a «Essere» e il loro ridiventare «Non Essere», «Nulla». Certo, il fisico si disinteressa del «Senso» dell' «Essere» e del «Nulla», ma il «Primo Principio della Termodinamica» non può disinteressarsene: lo ha dentro di sé, ne è animato. 

All'interno di quest'anima, a cui la Filosofia si rivolge sin dall'inizio, cresce la «Scienza». Si ritiene che la teoria generale della relatività di Einstein e la fisica quantistica di Heisenberg siano incompatibili. Ma si contrappongono mantenendosi entrambe all'interno del «Senso» Greco dell' «Essere» e del «Nulla»: per il determinismo di Einstein le forme di energia escono dal proprio «Esser Nulla» e vi ritornano seguendo un percorso inevitabile (determinato) e quindi prevedibile; per Heisenberg tale percorso non è né inevitabile né prevedibile; ma anche per lui le forme di energia escono e rientrano nel proprio «Nulla». Non è un caso che egli riconduca il concetto di onde di probabilità al concetto aristotelico di dynamis, «Potenza» (cioè alla possibilità reale che uno stato del mondo sia seguito da un cert'altro stato). La Filosofia sostiene spesso la tesi del carattere controvertibile della «Scienza». Anche al tema dell' in-contro-vertibilità la Filosofia si rivolge da sempre. 

Oggi, ciò che decide dove stia la «Verità» non è il costrutto concettuale delle teorie contrapposte, non è la loro incontrovertibilità ma... la loro maggiore o minore capacità di trasformare il mondo conformemente ai progetti che l' «Apparato Scientifico-Tecnologico» planetario si propone. Una «Scienza» che si affanni a dimostrare la «Verità Incontrovertibile» dei propri contenuti combatte una battaglia di retroguardia. E quanto si sta dicendo delle scienze della natura vale anche per quelle logico-matematiche. 

L'esistenza delle geometrie non euclidee, ad esempio, implica che la geometria euclidea sia una «Verità Incontrovertibile» solo in relazione ai postulati e agli assiomi su cui essa si fonda, e dunque non sia assolutamente ma relativamente «Incontrovertibile». Da quando nasce, la Filosofia pensa la «Verità» come in-contro-vertibilità, ossia come ciò contro cui non ci si può rivoltare (vertere), ma che non intende essere una costrizione transeunte e quindi violabile. La connessione tra la «Verità» e l'inviolabile «Principio di non Contraddizione» attraversa tutta la storia della cultura. 

La Filosofia ha voluto giungere in modo incontrovertibile all'affermazione dell' esistenza del «Principio», ma insieme ha reso estrema la «Fede» che è radicata nell'uomo più antico: la «Fede» che le «Cose» e l'uomo abbiano bisogno di qualcosa d'altro da esse, che le spinga sulla terra e le renda disponibili. Qualcosa d'altro che è il mondo degli antenati e dei fondatori della stirpe, il demonico, il divino : l' «Arché», il «Principio» , l’ «Origine» appunto. L' immenso e tremendo sottinteso di questa «Fede» è la convinzione che le cose, di per sé, sono incapaci di stare sulla terra, di per sé incapaci di essere sono preda del «Nulla». Cose morte. La «Morte» e il «Nulla» sono la loro culla naturale. Perché si alzino dal sepolcro occorre dar loro un' «Origine». 

Anche la «Scienza» si muove all'interno della «Fede» nell'«Origine» (ormai divenuta Fede filosofica). Dell'antica origine demonico-divina la concezione filosofica e scientifica sono trascrizioni mondane che di quell'«Origine» conservano l'essenziale. Così accade per l' «Arché» e l' origine della specie, per il «Big Bang» come origine dell'universo, per l' «Inconscio Freudiano» come origine della coscienza. E ancora: per «il lavoro, la storia, il linguaggio, il cervello», come origini della mente e della cultura. In generale, per le cause prossime e remote degli eventi. 

E perfino il «Nulla» è un succedaneo dei vecchi e nuovi dei, il «Nulla» da cui i più oggi pensano, più o meno consapevolmente, che l' esistenza abbia l' «Origine» ultima. Sì, in queste forme dell' «Origine» è presente l' intera sapienza dell'uomo. Ma, proprio perché la «Fede» nell' «Origine» porta sulle proprie spalle un fardello così gravoso, siamo sicuri che non le si debba chiedere se sia in grado di reggerlo? 


martedì 18 novembre 2014

ETICA E SCIENZA


C’è una tendenza ad avere un’ immagine della «Scienza» come semplice fornitrice di occasioni, o come semplice strumento in vista della realizzazione di scopi che non appartengono allo strumento ma, al contrario, si vede una profonda solidarietà tra «Etica e Scienza». Bisogna cominciare a chiedersi il significato di queste parole. «Etica» è una parola greca. Non che prima dei Greci non vi fossero problemi di carattere morale, sebbene, col pensiero greco, l' «Etica» acquista una connotazione che potremmo dire inaudita. I popoli vivono e credono di poter vivere meglio se si alleano con ciò che essi ritengono sia per loro la «Potenza Suprema», e questo è abbastanza naturale, poiché per vivere mi appoggio a ciò che ritengo stabile, capace di reggere. Allora, questo agganciarsi a ciò che si ritiene la «Potenza Suprema» è il vivere in un ambiente rassicurante. 
La parola «Etica» indica appunto il luogo in cui si vive, la consuetudine. «Etica» vuol dire: vivere in un luogo rassicurante perché ci si trova in accordo e non in contrapposizione con la «Potenza». Se vivo in un luogo e so che è minacciato, e so di non avere strumenti per difendermi, vado altrove. Invece «Ethos» in greco indica la consuetudine, che è insieme l' ambiente in cui ci si può difendere. Ma difendersi da che cosa? Dal dolore, dalla morte, dall'angoscia, dalla sofferenza, dai pericoli. 
Ora, con il pensiero greco, questo atteggiamento assume una radicalità , appunto , inaudita: la «Potenza» con la quale ci si allea per sopravvivere e per difendersi dal pericolo è ciò che il pensiero greco chiama «Verità». Se ci si allea con una finta «Potenza», allora l'alleanza è insicura; è quindi inevitabile che emerga l'esigenza di allearsi con ciò che è la vera «Potenza», che l' «Ethos» sia l'alleanza con la vera «Potenza». Ma per fare questo bisogna che cominci a esserci l'idea o il significato della parola «Verità». È solo perché il pensiero greco porta alla luce il significato radicale della «Verità», che ci può essere un'alleanza con la «Potenza» vera. 
Ora, tutto quello che abbiamo detto dell' «Etica» dobbiamo dirlo anche per la «Scienza», che non è affatto quella semplice occasione di opportunità, quella neutralità di cui si parla. No, anche la «Scienza» merita che si dica di essa ciò che già aveva detto Nietzsche: la «Scienza» nasce dalla paura, così come l' «Etica», perché difendersi alleandosi alla «Potenza» vuole dire cercare di andare oltre la paura. Ciò che noi oggi diciamo «Scienza» è lo sviluppo di tutte le tecniche messe in atto dagli uomini per non avere paura e per riuscire a sopravvivere. Qual è l' «Etica» della «Scienza»? La «Scienza» ha ed è di per sé un' «Etica». Perché ha quell'insieme di procedure che, soprattutto oggi, dà agli uomini la «Fede», la convinzione che essa sia lo strumento che più efficacemente di altri consente di allontanare la paura. Allora «Etica» significa difendersi dalla paura alleandosi alla «Potenza», che oggi viene dalla «Scienza» identificata con la «Potenza» soprattutto Tecnologica; in questo «Senso» non c' è scissione tra «Etica e Scienza». 
Nella tradizione, la vera «Potenza» è quella «Verità» il cui contenuto è soprattutto il Dio, quindi la «Potenza» di una conoscenza indiscutibile che dice in modo indiscutibile: il vero potente è Dio. Oggi non si dice più così, anche se si dice una cosa simile; è cambiato il protagonista, è cambiata la qualifica del potente. 
Oggi il vero potente è la «Tecnica». La «Tecnica» è l' erede della funzione di rassicurazione che nella tradizione veniva compiuta da Dio (Vedi Pubbl. Genn. e Febbr. 2014 in merito alla Tecnica). Da sempre, ma soprattutto nell'età moderna, ciò che si dice «Scienza» è Specializzazione, che separa un certo campo di oggetti, o di cose, da tutti gli altri e lo analizza in base a precisi criteri e metodi. L’analisi appartiene, da sempre, alla Filosofia. Quando uno scienziato considera i rapporti tra il proprio campo e la Filosofia, non parla dunque in nome della propria disciplina. Si porta sul piano della Filosofia, con maggiore o minore coscienza; vi si porta inevitabilmente, e, d'altra parte, anche quando si chiude nel proprio terreno, si appoggia pur sempre a qualcosa che gli è esterno, cioè al «Senso» che il pensiero filosofico ha attribuito alla «Cosa», all'oggetto. 
Anche gli individui seguono (e tradiscono) certe specifiche regole di comportamento. In questo «Senso» delimitano a loro volta un dominio particolare di cose, sono essi stessi, gli individui, specializzazioni. Si muovono però sempre, volenti o nolenti, all'interno delle grandi regole etiche seguite (e tradite) dai popoli a cui appartengono. Ma se oggi nemmeno a uno scienziato è consentito dominare l'intera ricchezza della propria disciplina, come può pretendere la Filosofia di comprendere addirittura il fenomeno «Scienza» nel suo insieme? O di comprendere la storia dell'Occidente? 
La Filosofia del nostro tempo tende a rispondere che questo è impossibile. E, infatti, se le cose vengono dal «Nulla» e vi ritornano, sono essenzialmente estranee le une alle altre, cioè non può esistere né essere conosciuto alcun principio che le unifichi. Il «Senso» greco della «Cosa» sta al fondamento di ogni separare, isolare, specializzarsi dell'Occidente. Oggi quel «Senso» si esprime nell'affermazione che il mondo intero è un insieme di frammenti e che la conoscenza autentica è Specializzazione. Senonché , anche questa affermazione getta uno sguardo sul mondo e ne scorge l' Essenza unificante e vede che questa Essenza è la frammentarietà stessa del mondo, la stessa divisione delle «Cose». Ciò significa che, in qualche modo, la manifestazione del «Senso» unitario del mondo è inevitabile; e che tale manifestazione continua a essere il compito della Filosofia.

mercoledì 12 novembre 2014

SCIENZA E TECNICA


La celebrazione della «Giornata per la ricerca sul cancro» (ogni anno a novembre) ha come sfondo i grandi problemi della salute e della salvezza, del dolore e della morte. La malattia e la perdizione, tanto del corpo quanto dell'anima, sono forme di impotenza. Appunto per questo, da sempre, l'uomo tenta di allearsi alle forze che ai suoi occhi appaiono come le potenze supreme. L' uomo antico e l'uomo della tradizione pensano che la «Potenza Suprema» sia il «divino». L'uomo del nostro tempo pensa invece di essere egli stesso il costruttore dell'unica forma possibile della «Potenza Suprema»: si allarga sempre di più sulla Terra la convinzione che la capacità di muovere le montagne, cioè di liberare l'uomo dalla sofferenza e dalla morte, competa alla «Tecnica» guidata dalla «Scienza Moderna» (Vedi Pubbl. Genn. e Febbr. 2014 in merito alla Tecnica). Certo, tra l'uomo vecchio e quello nuovo c' è un contrasto radicale. Che però non si deve tentare di nascondere, soprattutto ai giovani. 
Il «Senso» fondamentale del nostro tempo è appunto il contrasto tra l'antico e il nuovo modo di pensare e mirare alla «Potenza» salvifica: il contrasto, da un lato, tra l' alleanza con la «Potenza Divina», da parte dell'uomo metafisico-religioso-artistico, e, dall'altro lato, l' alleanza con la «Potenza della Tecnica» guidata dalla «Scienza moderna» e sensibile alla critica a cui il divino è stato sottoposto da parte del pensiero filosofico degli ultimi due secoli. Ma se il contrasto che ci sta dinanzi non è anche dialogo tra l'antico e il nuovo, allora ogni «Potenza», salvezza, salute, ogni essere bene e ogni benessere abbandonano sia l'uomo antico sia il nuovo. 
«Scienza e Tecnica», infatti, non possono ignorare che la loro forma di «Potenza» si trova dinanzi agli stessi problemi affrontati dalla «Potenza» che è propria del sapere religioso, metafisico, artistico del passato. Le forme sociali e culturali che ereditano i valori del passato umanistico e religioso intendono servirsi della «Scienza e della Tecnica» come uno strumento, di un mezzo il cui unico compito sia quello di perpetuare tali valori. 
Tuttavia queste forze debbono riconoscere che, proprio per far vivere i valori del passato, lo strumento con cui si fa vivere non può essere indebolito, frenato, legato. Si aggiunga che, rispetto alla continua innovazione prodotta dal sapere scientifico-tecnologico, anche forme sociali come la Democrazia, il Capitalismo e, ieri, il Socialismo reale, sono da considerare come appartenenti al passato e dunque coinvolti nel rapporto conflittuale con la «Scienza e la Tecnica». Le quali hanno anch'esse, di per sé stesse, uno scopo: la crescita indefinita della «Potenza» capace di liberare il più possibile l'uomo dal dolore e dalla morte. E ciò va sottolineato, aggiungendo che non si deve perdere di vista la destinazione tra l' «Apparato scientifico-tecnologico» e la gestione ideologica di tale «Apparato». 
E' quest'ultima la vera responsabile delle diffidenze che spesso si nutrono nei confronti della «Scienza e della Tecnica» e della loro libertà. Nessuna «Potenza» è possibile senza giustizia sociale. Un sistema sociale ingiusto provoca conflitto; il conflitto rende impotente il sistema. La «Potenza» autentica della «Scienza e della Tecnica» è inseparabile dalla «giustizia».

mercoledì 5 novembre 2014

MORALE, TRA SCIENZA E POLITICA


Oggi la Morale è interpellata, invocata, difesa da molte voci importanti. Non si sospetta neppure che essa sia un «sepolcro imbiancato». L' immoralità, e innanzitutto la violenza, non è certo una casa riempita dal sole. È un sepolcro non imbiancato. Ma in un tempo di violenza come il nostro non è immorale e dannoso insinuare il sospetto che la Morale sia un «sepolcro imbiancato»? I problemi del razzismo e dell'immigrazione vengono affrontati in termini umanitari, cioè, daccapo, morali. 
Nella cultura capitalistica si sostiene che un'azienda non può funzionare efficacemente senza Morale. Oggi lo si risente dire anche a proposito della «Politica». Ancora in nome di una comune Morale le religioni del mondo tentano di avvicinarsi tra loro. Gli intellettuali che riescono a farsi sentire esortano: in tono pensoso alcuni, altri con l'ironia e la satira. Esortano a non violare le leggi morali. 
Ma che cos'è la Morale? La complessità del problema è gigantesca. Anche gli addetti ai lavori annaspano. I benpensanti esortano, come bambini che esortano a salire su un convoglio di cui non possono conoscere il funzionamento. Tuttavia esiste un nucleo attorno al quale tendono a convergere le concezioni più disparate della Morale, cristiane e non cristiane, antiche e moderne, e che è anche il loro punto più alto. Esso afferma che un'azione è Morale quando è compiuta con retta intenzione, cioè in «Buona Fede». Anche gli atei dicono: beati gli uomini di Buona Volontà. Alcuni diranno che è un nucleo troppo ristretto; che, ad esempio, bisogna guardare, oltre alle intenzioni, anche alle conseguenze dell'agire. Però nemmeno per costoro (o per chi ritiene indispensabili i Dieci Comandamenti) un'azione è Morale se non è compiuta in «Buona Fede». Ma che significa agire in «Buona Fede»? Generalmente si risponde: significa fare ciò che si è intimamente convinti di dover fare. 
La «Buona Fede» è appunto questa convinzione. Se uno è convinto di dover sacrificare la propria vita per il bene del prossimo, e la sacrifica, costui agisce in «Buona Fede». E anche chi, convinto di doverlo fare, sacrifica un gran numero di vite umane per salvare un popolo intero. Chiediamoci: l'uomo Morale, ossia chi è convinto di dover fare ciò che fa, possiede forse una «Scienza» incontrovertibile, innegabile, necessaria, immodificabile intorno a ciò che egli deve fare? Se rispondiamo di sì, veniamo a dire che solo chi possiede questa «Scienza» può essere un uomo Morale. Agli ignoranti e alla maggior parte degli uomini sarebbe preclusa la possibilità di essere morali. Ma poi, dove mai potremmo trovare quella «Scienza»? L' uomo Morale, dunque, una «Scienza» siffatta non la possiede. Egli è sì intimamente convinto di dover fare ciò che fa, ma questa convinzione è una «Fede», e appunto per questo non si dice che egli sia in buona Scienza, ma che è in «Buona Fede». 
Ma una «Fede», qualsiasi «Fede», è una certezza smentibile, che potrebbe rivelarsi falsa, e il cui contenuto potrebbe non convincere più chi ne era convinto. Si tratta di comprendere che il dubbio non è altro che la situazione di cui abbiamo appena parlato, quella cioè dove, nella «Fede», la Coscienza ha dinanzi qualcosa che non si presenta con i caratteri di una «Scienza» innegabile e assoluta. Ma questo non significa forse che chi ha «Fede» dubita; e non prima o dopo, ma proprio nell'atto in cui ha «Fede», e proprio perché ha «Fede»? Non significa dunque che la «Fede», come pura «Fede» che riesca a liberarsi per un solo momento dal dubbio, non può esistere? Se questo è la «Fede», che ne è allora della «Buona Fede», senza di cui non c' è Morale? Dovremo dire che, come ogni fedele (ateo o religioso) anche chi è in «Buona Fede» dubita. Dubita che quello che egli crede di dover fare sia proprio quello che egli deve fare. Agisce dunque col dubbio di non star facendo quello che deve fare. Sacrifica ad esempio la vita altrui col dubbio di non star facendo quel che egli deve fare. Ma che nome daremo a questa forma di azione se non quello di «Malafede», sia pure di un tipo particolare ed implicito? 
E allora non dovremo dire che all'essenza della «Buona Fede» appartiene la «Malafede»? Qui si poteva solo intravvedere perché ci si è azzardati a dire che la Morale è un «sepolcro imbiancato»: perché la «Buona Fede» è il bianco che ricopre il sepolcro della «Malafede». Chi parlava dei «sepolcri imbiancati» guardava verso una Morale sublime. Ma il pensiero non ci spinge ad affermare che proprio le morali sublimi sono «sepolcri imbiancati»?

giovedì 30 ottobre 2014

MORALE CATTOLICA E MORALE LAICA (CAP.2)


A proposito della «Fecondazione Eterologa» i parlamentari Cattolici hanno da tempo valorizzato l' argomento che la esclude per i gravi disagi mentali e affettivi a cui andrebbe incontro il bambino quando venisse a sapere di essere figlio di più di due genitori. Poiché in alternativa a tali disagi non rimane altro che impedire la nascita di chi li patirebbe, ne viene che anche i nemici della manipolazione genetica svolgono molto sul serio la funzione di «Designer» dell'uomo futuro. Non è infatti uno scherzo decidere che certi individui umani non debbano nascere, e debbano per tanto rimanere un «Nulla» per sempre, qualora siano fatti nascere con procedure contrarie alla «Morale Cattolica». 
In campo Laico è in circolazione un argomento analogo a quello qui sopra indicato. Questa volta il bersaglio è l' «Eugenetica» con scopi terapeutici. Il Filosofo Jürgen Habermas osserva che, in una società dove si adottassero le strategie del miglioramento del patrimonio ereditario, l'individuo che fosse il loro prodotto potrebbe, prima o poi, non condividere le scelte fatte dai suoi «Designer» e trovarsi a disagio per le doti fornitegli da costoro. Anche bellezza, forza, intelligenza, bontà, di cui può essere dotato un individuo, possono procurargli gravi e imprevedibili inconvenienti. Meglio sarebbe stato, per lui, esser meno pregevole. Il fulmine colpisce i rami più alti. Anche questo argomento laico fa leva sui disagi di cui può patire l'individuo che sia stato prodotto dall' «Ingegneria genetica». 
Ma sia questo sia quell'altro cattolico sono argomenti che non concludono. Se infatti il loro fondamento è la «Volontà» di evitare certi disagi all'individuo geneticamente manipolato, tale «Volontà» non raggiunge il suo scopo. 
All'argomento cattolico si può infatti replicare dicendo che, se l'alternativa al disagio dell'individuo anti cattolicamente programmato è che egli non abbia proprio a nascere e abbia a rimanere un «Nulla» per sempre, allora l'individuo che, così programmato fosse nato, potrebbe anche dichiarare (lui o chi per esso) che un disagio infinitamente maggiore gliela procura il pensiero di aver corso il rischio di rimanere un «Nulla» per sempre, in omaggio alla «Morale cattolica». (Non diceva Agostino che l' uomo preferirebbe la «Dannazione Eterna» al rimanere «Eternamente un Nulla»?). Nemmeno le procedure genetiche cattolicamente corrette tolgono dunque il disagio nei più o meno direttamente interessati. 
All'argomento laico si può replicare in modo analogo. In una società che per le sue capacità tecnologiche può somministrare ai nascituri quel ben di Dio di doti di cui prima si parlava, l' individuo, una volta nato, può certo valutare negativamente le qualità con cui i suoi genitori, elargendogliele, credevano di renderlo felice. Un po' schizzinoso, sì, e tuttavia, certo, in diritto di esserlo. Ma a parte il fatto che la dotazione genetica potrebbe includere anche la dote di non essere schizzinosi circa la dote ricevuta, si pensi ora a quel che può accadere a un individuo a cui, in base alla loro «Morale laica», i genitori non avessero dato quelle doti di cui invece quell'altro individuo, proprietario di esse, si lamentava. Non potrebbe egli rimproverarli, e ben più aspramente, di non avergli dato quella forza, bellezza, intelligenza, bontà che essi pur avevano la capacità di fargli avere modificandone il «genoma»? Non potrebbe trovarsi in un disagio ben più grave di quello del suo collega forse un po' schizzinoso? 
La Morale, laica o religiosa, deve trovare argomenti più convincenti per arginare la «Tecnica» e pretendere di guidarla. (vedi Pubbl. Genn.e Febbr. 2014  in merito alla Tecnica)

giovedì 23 ottobre 2014

MORALE CATTOLICA E MORALE LAICA (CAP.1)


La Morale cattolica proibisce «l'Aborto»; tuttavia proibisce anche la «Fecondazione artificiale» per il motivo che non si deve far nascere un individuo che non potrà crescere in una famiglia normale. Per le Morali laiche, invece, quando il Feto presenta gravi menomazioni «l'Aborto» e' consentito. Cioè non si deve far nascere un individuo umano che quasi sicuramente sarà infelice e renderà infelici. Non si viene dunque a dire, in entrambe le prospettive, che in certe circostanze viene impedita la nascita di un uomo? Ma con questa domanda non si sta anche tentando di introdurre una troppo grossolana consonanza tra le due prospettive? Giacché la prima (cattolica) impedisce la nascita di un essere umano che ancora non esiste; mentre la seconda (Laica), sostenendo «l'Aborto», sopprime un essere umano che già esiste. (vedi anche pubbl. Sett. e Ott. 2014 Embrione e Aborto) 
Nel primo caso non c'e' omicidio, nel secondo sì . A questo punto la «Morale laica» ha certo da replicare. Ma da entrambe le parti si perde di vista lo sfondo che da' «Senso» e sta al fondamento della discussione. Entrambe danno infatti per scontato che non vi sia alcunché da indagare sul significato dell'esistere che qui sopra ha fatto la sua comparsa insieme all'omicidio. E invece quel significato e' un abisso che si spalanca sotto i piedi dei contendenti. Che significa oggi affermare che un essere umano ancora non esiste? Un essere umano ancora non esiste quando ancora e' un «Nulla». 
Morale cattolica e Morale laica, impedendo alla nascita di un uomo per i differenti e contrapposti motivi sopra richiamati, affermano dunque che in certi casi si deve trattenere nel «Nulla» un essere umano. Vivrai al di fuori della famiglia naturale, chiede la «Morale cattolica». Meglio allora che tu rimanga nel «Nulla»! Vivrai menomato e infelice, chiede la «Morale laica». Meglio allora che tu rimanga nel «Nulla»! E non provvisoriamente, ma eternamente, perché quando passa l'attimo che ti avrebbe generato, l'attimo successivo non genera più te, ma un altro essere umano. 
La consonanza tra le due contrapposte morali riguarda un terreno più profondo di quello dove esse si scontrano. L'omicidio toglie l'esistenza; fa diventare «Nulla» un essere umano esistente. Ma in qualche modo, l'omicidio e' generoso: concede all'uomo, prima di sopprimerlo, un tempo di esistenza più o meno lungo. Per il Cristianesimo la generosità dell'omicidio e' poi ancora maggiore, perché l'omicidio non impedisce che chi e' ucciso abbia la vita eterna , e' felice, se egli e' vissuto bene. Spaventosamente ingeneroso e' invece quell'altro discorso delle contrapposte ma consonanti morali. 
La Morale e' infinitamente più ingenerosa dell'omicidio, perché non si limita a spingere nel «Nulla» un essere al quale e' stata concessa una certa quantità di esistenza, ma vuole che un essere umano rimanga eternamente nel «Nulla», eternamente e totalmente escluso dall'esistenza. E questa non e' forse una forma infinitamente più radicale di omicidio? Anzi, la più radicale? (E se un Dio, creando, lascia nel «Nulla» certe creature, non si dovrà dire che anche lui, e soprattutto lui, e' legato a quella forma di omicidio?). Chi esiste non può prendere il posto di chi ancora non esiste e decidere che per quest'ultimo e' meglio restare eternamente nel «Nulla». Le considerazioni in cui ci siamo imbattuti non forniscono soluzioni, ma complicano il discorso di chi ha troppa fretta. Eppure come e' strano il «Nulla» di cui parla tutto il pensiero dell'Occidente! E' «Nulla»; ma insieme e' la possibilità di tutto ciò' che incomincia ad esistere , giacché se il «Nulla» fosse l'impossibilita' di esistere, nessuna cosa che ancora e' «Nulla» potrebbe incominciare ad esistere. 
Ma la possibilità dell'esistenza non e' un «Nulla» assoluto! Sì che il «Nulla» a cui concordemente si rivolgono le contrapposte morali, e' un assurdo: e' un che di assolutamente nullo e insieme (in quanto possibilità) e' qualcosa di positivo, cioè di «Non-Nullo». E in quanto l'uomo possibile che e' ancora nel «Nulla» e' un che di positivo, come negargli oggi diritto all'esistenza? Le complicazioni crescono.

venerdì 17 ottobre 2014

CREMAZIONE


I dati più certi riguardano Milano. Ma sembra che possano essere estesi a tutta l'Italia settentrionale. Al Nord la volontà di far cremare il proprio cadavere sta crescendo molto più rapidamente che al Sud. I motivi sono diversi. Ad esempio, quella volontà può esprimere il desiderio di semplificare i rapporti con i vivi. Forse si è sperimentata e comunque ci si è convinti dell'esteriorità delle forme tradizionali dell'inumazione e sparendo nel fuoco si aspira ad essere presenti in modo più autentico nella coscienza dei vivi. Forse perché i vivi li si è amati poco e quindi non interessa nemmeno quel loro più o meno apparente rimpianto che è più visibile nell'inumazione che nella cremazione. (Senza con ciò escludere che si possa esser pieni di amore e insieme desiderare la cremazione). E queste convinzioni possono prendere più piede al Nord industrializzato, dove la complessità dei rapporti sociali è maggiore, quindi maggiore l'aspirazione alle semplificazioni, e dove la cultura contadina e il calore dei rapporti familiari del Sud sono andati illanguidendo. 
Ma oltre a molti altri, un motivo può essere anche una sorta di vendetta verso la vita: è probabilmente più raro, ma più sintomatico e destinato a crescer di più. Ci si vendica della vita che, quel poco che ha dato, lo ha dato male e lo ha tolto presto; e allora non le si vuole lasciar nulla, si vuole incenerire e annientare perfino il proprio cadavere. In questo caso, il riscontrato aumento dei suicidi andrebbe messo in relazione alla crescita delle cremazioni. Che si presentano come «forme» di suicidio da parte di chi vivendo non è riuscito a uccidersi, e deluso dalla propria esistenza la vuole soppressa, incenerendo perfino quel barlume di vita biologica che ancora per un poco rimane nel cadavere. Più sintomatico, questo motivo della volontà di farsi cremare, perché più degli altri è segno dei tempi. Segno della «desacralizzazione» crescente. 
In questa direzione ci si spiega perché la Chiesa abbia per lungo tempo proibito la cremazione. Propriamente, la proibizione si riferiva al «sottinteso» che stava alla base della volontà di far cremare il proprio cadavere : il «sottinteso» dell'inesistenza della Resurrezione della carne. Poiché non c' è Resurrezione, il cadavere può diventar cenere e nulla. E poiché il cadavere può diventar cenere non c' è Resurrezione. 
Ma chi non crede nella Resurrezione e si fa Cremare intende appunto dar vita a una forma di suicidio: uccide la propria speranza di sopravvivenza. La uccide perché la ritiene una fola, una favola, una «barzelletta». 
Vanno allora forse meglio le cose col vecchio Dio veterotestamentario? Questo Dio dice ad Adamo, che ha peccato: «Sei polvere e tornerai ad esser polvere». Polvere : Cenere. Adamo esce dalla Cenere ed è destinato a ritornarvi. Esce dalla cremazione teurgica e a tale cremazione è destinato a ritornare. La teurgia inceneritrice concepisce l'uomo come un «nulla» originario, come qualcosa che «di per sé» è «nulla», Cenere. 
Questo modo di pensare del Dio (cioè di chi evoca questo Dio) uccide due volte Adamo, l'uomo. Una prima volta perché , aprendo la strada che poi sarà percorsa dalla forme dominanti della civiltà , concepisce l'uomo come Cenere. Una seconda volta perché lo vede come qualcosa che di per sé è destinato alla Cenere. 
Perché meravigliarsi se, all'interno di questo modo di pensare, cresce la convinzione che le cose tutte e l'uomo siano «nulla»; e perché meravigliarsi se l'uomo sente sempre più il richiamo del «nulla» che sempre più a gran voce gli chiede di annientarsi? 
Eppure nel fondo di ognuno di noi un'altra voce, quella autentica, dice che l'uomo non è Cenere, ma è eternamente salvo dal «nulla» e che la sua è la morte di chi, pur morendo, in quella salvezza eternamente permane .

venerdì 10 ottobre 2014

EUTANASIA


«Eutanasia»: «la bella morte», «la buona morte»; naturale, tranquilla, serena. È stata la morte di molti. Oggi, però, questa parola indica l'intervento di estranei che consentono a qualcuno di morire evitandogli il più possibile la sofferenza. 
Una persona che per qualsiasi motivo decida di propria iniziativa di dare una buona morte ad un'altra persona è un omicida da perseguire secondo la legislazione vigente nei Paesi civili. C' è però un caso, un «unico» caso, in cui il problema non è di così semplice soluzione. E’ il caso in cui qualcuno, volendo morire perché la sofferenza grava su di lui in modo insopportabile, non ha però la capacità fisica di darsi la morte. 
Certo, anche il suicidio è una forma di omicidio. Per alcune configurazioni del pensiero Filosofico o per il Cristianesimo (ma si possono fare altri esempi) il suicida è colpevole. I motivi, però, per cui lo si considera colpevole possono lasciare perplessi. Quando ad esempio si dice che la vita è un dono di Dio e che solo lui può toglierla, il pensiero corre al nostro modo di donare, cioè al fatto che, di solito, quando doniamo qualcosa evitiamo invece di riprendercela. 
Un tempo, in molte legislazioni europee il suicidio era considerato un reato. Se chi agiva per sopprimersi falliva nel suo intento, cioè sopravviveva, egli era perseguibile penalmente. Oggi non più. Per molte forme di cultura il suicidio rimane una colpa morale, che merita sì sanzioni ultraterrene ma non più , qualora non riesca nel suo intento, meritare sanzioni terrene. 
Anche per la normativa italiana il suicida mancato non è giuridicamente colpevole. Ed è a questo punto che la nostra legislazione e quelle similari mostrano una palese contraddizione in se stesse. Trattano cioè diversamente chi dovrebbe essere invece trattato nello stesso modo perché la legge è uguale per tutti. Trattano cioè diversamente chi, avendone la capacità fisica, può darsi la morte, e chi invece non ha la capacità fisica di farlo ma lo desidera intensamente. Trattano diversamente coloro che sono uguali di fronte alla legge, perché proibendo l'Eutanasia, toglie la libertà di darsi la morte soltanto a quelli che sono incapaci di morire da soli. 
Se la legge vuol essere coerente deve dunque o ripristinare la perseguibilità giuridica del suicidio, e quindi punire chi aiuta il suicida a darsi la morte, oppure deve riconoscere a tutti la libertà di darsi la morte quando per essi la vita sia diventata insopportabile, e quindi non deve punire chi aiuta il suicida (e deve tuttavia anche rispettare la coscienza di chi non intenda prestare un aiuto siffatto). 
Si rileva, pertanto, una contraddizione che, rispetto all'Eutanasia, è presente in una normativa come la nostra. Non solo, ma quanto si  rileva lascia aperto il problema di come si possa essere sicuri che, per chi mostra di avere la vita «in gran superbo disprezzo», la vita, per lui, sia davvero tale.

domenica 5 ottobre 2014

ABORTO E BENE COMUNE DELLA SOCIETA'


Tre milioni e mezzo di bimbi a cui in vent'anni la legislazione italiana sull'«Aborto» ha impedito di nascere. Tre milioni e mezzo di donne che in questi vent'anni (1978-1998) hanno dovuto compiere una delle scelte più difficili. Un fatto altrettanto drammatico. Gran parte di loro, senza l'assistenza ospedaliera prevista dalla legge, avrebbe avuto una salute compromessa o sarebbe andata incontro alla morte. Chi salvare? La «Morale» e' in contrasto con se stessa. Quando si parla di «Aborto» non sempre si ricorda che alla base della Morale della Chiesa sta il principio del «Bene Comune della società». Tale principio deve prevalere sui vantaggi individuali anche quando il vantaggio e' la vita stessa dell'individuo. 
Per esempio, la pena di morte e' tuttora accettata in linea di principio dalla Chiesa quando e' il «Bene Comune della società» a richiederne l'applicazione. Meglio la morte di uno o più individui, piuttosto che sia minacciata la vita della società intera. La pena di morte rimane però un omicidio anche quando e' approvata dalla Chiesa. Rimane una violazione di quell'inviolabile diritto alla vita che per la Chiesa compete a ogni individuo. Il diritto alla vita da parte della società si trova pertanto in contraddizione col diritto alla vita che spetta anche a chi minaccia gravemente la società. 
Che ognuno abbia diritto alla vita appartiene per la Chiesa al «Bene Comune della società». Ma che a qualcuno, in certe circostanze, la società tolga la vita, appartiene ancora per la Chiesa, al «Bene Comune». Lo stesso contrasto tra diritti diversi e' presente nell'accettazione da parte della Chiesa della guerra giusta. Da un lato il «Bene Comune» esige il sacrificio di vite umane, cioè la violazione del diritto alla vita di un gran numero di individui; dall'altro lato il «Bene Comune della società» esige, come si e' detto, che nessuna vita sia sacrificata. Anche qui, il «Bene Comune» e' in contraddizione con se stesso. Ma l'esistenza di una volontà siffatta non significa che questa contraddizione sia venuta meno. La stessa aporia (contraddizione) si ripresenta con l'«Aborto». 
L’ «Aborto» Deve essere proibito dalle leggi dello Stato, sostiene la Chiesa, perché il «Bene Comune» esige il rispetto della vita di ognuno, dunque anche dell'essere umano in formazione. Ma non e' buona nemmeno una Società Antiabortista dove, in vent'anni (1978-1998), tre milioni e mezzo di donne (soprattutto quelle meno agiate) si trovano a dover rischiare la loro salute, o addirittura la loro vita, affrontando l'Aborto clandestino o portando a termine gravidanze pericolose o indesiderate. 
Certo, in quest'ultimo discorso la Chiesa non riconosce più se stessa, ma se il «Bene Comune» esige che ogni individuo abbia diritto alla vita, in certi casi l'«Aborto» può configurarsi come legittima difesa della donna contro una vita estranea e non voluta che le piomba addosso e le si vuole abbarbicare, stabilirsi e unire per sempre e soffocarla in modo tanto più tragico quanto più innocente e' la vita che chiede di venire alla luce. 
Ma se la Chiesa accetta in linea di principio la morte in una guerra giusta e la pena di morte, essa viene a riconoscere che il diritto alla vita non e' inviolabile e può essere quindi subordinato ad altri valori, considerati come l'autentico «Bene Comune». La Chiesa si trova quindi impegnata a mostrare ciò che finora non ha ancora mostrato: per quale motivo l'«Aborto» non possa essere assimilato, in linea di principio, alla morte in guerra o alla pena di morte: per quale motivo il «diritto alla vita» da parte del nascituro non possa essere subordinato ad altri valori, come e' lecito che avvenga, secondo la Chiesa, quando si muore in guerra o condannati dalla società. 
L'Aborto appartiene (indegnamente) alla categoria del controllo demografico, dove sono in gioco le sorti dell'umanità. Esse esigono che a interi popoli di candidati all'esistenza sia impedito di nascere. Quale «Bene Comune» e' più comune della sopravvivenza dell'umanità? Non dovrà la Chiesa ripensare, in vista di questo supremo «Bene Comune», la sua avversione per ogni forma non naturale di limitazione delle nascite (fermo restando che l'Aborto e' quella peggiore)? Non dovrà riconoscere che come la vita degli uomini può essere sacrificata al Bene Superiore delle singole società, così e a maggior ragione può essere sacrificata al «Bene Supremo dell'umanità?»