giovedì 9 maggio 2019

LETTERA A FILEMONE



Ormai «vecchio e prigioniero» (1,9), Paolo stende questo breve scritto simile a un biglietto, che è stato definito da uno studioso «un vero capolavoro di tatto e di cuore». Egli lo indirizza a Filemone, un amico ricco e generoso, «collaboratore» nell’annunzio del vangelo, nella cui casa si riuniva una comunità di cristiani. A lui l’apostolo chiede un favore piuttosto sorprendente. Durante la sua carcerazione – in realtà durante gli arresti domiciliari di Roma, attorno agli inizi degli anni 60 – Paolo aveva incontrato e «generato» nella fede cristiana uno schiavo di nome Onèsimo.

Ebbene, costui era fuggito proprio dalla casa di Filemone: secondo il diritto romano, egli doveva essere restituito al padrone, il quale ne avrebbe deciso la sorte che meglio gli sarebbe stata gradita. La proposta che Paolo avanza è significativa della nuova visione che il Cristianesimo stava introducendo nelle relazioni sociali, ed è per questo che il piccolo scritto diventa interessante e importante.

L’apostolo, dunque, invita l’antico padrone dello schiavo Onèsimo a riaccoglierlo non più come «schiavo», ma come «fratello carissimo», perché ormai in Cristo non c’è più «né schiavo né libero», ma tutti sono una cosa sola in lui (Galati 3,28). Il biglietto diventa, perciò, un appello all’amore, alla genuina libertà cristiana, alla fraternità oltre le distinzioni sociali e le classi.

Nella breve lettera Paolo fa anche balenare la speranza di essere restituito alla comunità dei cristiani e di essere ospitato proprio presso la casa di Filemone, al quale chiede di preparargli «un alloggio» (1,22). Non sappiamo se questo sogno poté realizzarsi, prima della morte dell’apostolo sotto Nerone imperatore.  

Nota Finale

Si tratta di un brevissimo biglietto che Paolo invia da Roma, dove si trova prigioniero, al suo amico Filemone, per invitarlo a riprendere uno schiavo, Onèsimo, fuggito per seguire l’apostolo. Adesso, convertito e pentito, Onèsimo è pronto a ritornare dal suo padrone. Paolo si appella alla fede comune, per la quale tutti sono diventati “servi del Signore” e quindi “fratelli”. Egli non chiede l’abolizione della schiavitù sul piano politico-sociale, cosa del resto praticamente impossibile a quei tempi, ma inizia la “rivoluzione culturale” cristiana, che introduce un nuovo giudizio sull’uomo e sulla sua inalienabile dignità. Infatti, come lo stesso apostolo scrive nella lettera ai Galati: “Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”.



martedì 7 maggio 2019

LETTERA A TITO



Tito, collaboratore di Paolo, era di origine pagana e forse era stato convertito dallo stesso apostolo, se almeno si intende in questo senso l’appellativo di «vero figlio nella fede comune», che gli viene rivolto proprio in apertura alla lettera (1,4). Anche se gli Atti degli Apostoli non lo menzionano mai, la presenza di Tito accanto a Paolo è costante ed è sorgente di serenità, di conforto e di amicizia nelle fatiche e nelle difficoltà dell’evangelizzazione, come si intuisce soprattutto da alcuni passi della seconda lettera ai Corinzi (in particolare nei capitoli 7-8).

Lo scritto indirizzato a Tito è piuttosto denso a livello teologico e cerca di riproporre la fede cristiana nelle sue radici fondamentali: esemplare in questo senso è il brano presente in 2,11-14, ove vengono messe in luce le tappe della storia della salvezza – a partire dall’incarnazione fino alla piena manifestazione o “epifania” gloriosa di Cristo – e si esalta anche la risposta morale del cristiano. Lo sfondo di questa professione di fede è probabilmente quello della catechesi battesimale.

Si ritrovano, poi, in queste pagine altri elementi caratteristici delle lettere pastorali paoline. Si delinea, così, il ritratto dei presbìteri e dei “vescovi” (1,5-9), nei cui confronti Tito ha una funzione di responsabilità all’interno della Chiesa di Creta a nome dell’apostolo. Appaiono ancora una volta i falsi maestri che turbano la coscienza dei cristiani: nei loro confronti si pronunziano a più riprese parole piuttosto aspre di condanna (1,10-16; 3,9-11), non esitando a ricorrere a una citazione di un poeta cretese del VI secolo a.C., Epimenide di Cnosso, che aveva bollato i suoi connazionali come «sempre bugiardi, cattive bestie, ventri pigri» (vedi 1,12).

Come nelle precedenti lettere a Timoteo, anche in questa destinata a Tito si ha una rappresentazione dal vivo dei problemi pastorali delle prime comunità cristiane, con un’attenzione particolare all’impegno coerente nella fede e nella carità. Un impegno che viene giustificato ricorrendo all’insegnamento tradizionale cristiano, richiamato nelle sue componenti fondamentali come guida contro le tentazioni delle deviazioni dottrinali, che minacciavano la fede della comunità.

Nota Finale

Tito è uno dei primi Greci convertiti al Cristianesimo. Battezzato da Paolo, partecipa con lui all’assemblea di Gerusalemme, organizza per suo incarico la colletta in favore di quella Chiesa e, durante la seconda prigionia romana dell’apostolo, viene mandato a predicare in Dalmazia. Paolo gli invia questa lettera a Creta, dove l’ha lasciato a organizzare “ciò che rimane da fare”, e lo esorta a insegnare a ogni categoria di persone “ciò che è secondo la sana dottrina”, a costruire in ogni città i presbìteri (capi delle comunità locali), a vigilare sui rapporti con le autorità e con le diverse culture in base a un criterio di rispetto e di intelligente vigilanza critica. 



sabato 4 maggio 2019

SECONDA LETTERA A TIMOTEO



Anche questo scritto, come il precedente indirizzato al discepolo di Paolo, Timoteo, è segnato dal vivo rapporto che intercorre tra l’apostolo e il suo collaboratore. Anzi, la lettera acquista talora la tonalità di un vero e proprio testamento che Paolo, in carcere a Roma e alla vigilia del martirio, destina a chi gli è stato vicino nei giorni della prova e dell’impegno missionario, descritti con le immagini della battaglia e della corsa (si veda in particolare il brano presente in 4,6-8).

In questa ideale consegna estrema hanno rilievo due componenti. Da un lato, emerge il profilo del vero pastore, che ha il suo modello proprio in Paolo (1,1-2,13 e 3,10-4,5). Dall’altro lato, appare con durezza la denunzia contro i pericoli della degenerazione della fede e della vita cristiana all’interno della comunità (2,14-3,9): è una pagina molto aspra, che riflette le difficoltà ecclesiali che già affioravano e interpellavano i credenti delle stesse origini cristiane.

Come nelle altre lettere pastorali, anche in questo secondo scritto a Timoteo molti studiosi hanno intravisto il linguaggio e l’opera di un discepolo di Paolo che celebra la grandezza, evoca gli ultimi moniti e la fine del suo maestro. Rimane, comunque, indiscussa l’“ispirazione” divina della lettera che, tra l’altro, ci offre, proprio sul tema delle sacre Scritture ispirate da Dio, una considerazione molto importante, spesso usata nella storia della tradizione e della teologia cristiana come autorevole testo di riferimento (3,14-17).

Non mancano, dunque, accanto alle note pastorali molto concrete riguardanti la vita della Chiesa, anche riflessioni di grande intensità, soprattutto sul tema della salvezza operata da Cristo nel mistero pasquale: ad essa siamo tutti chiamati attraverso una fede fruttuosa e un costante impegno morale (1,9-10, 2,8-10).

Nota Finale

Questa seconda lettera a Timoteo, scritta da Roma quando Paolo sente ormai vicina la sua fine, assume quasi la forma di un “testamento”, che richiama abbastanza chiaramente il discorso di addio tenuto dall’apostolo a Mileto, davanti agli anziani della Chiesa di Efeso e riferito da Luca nel libro degli Atti. Queste affinità depongono in favore dell’origine paolina della lettera. Anche il tono e i contenuti sono molto personali: richiami alla vocazione apostolica e al legame di grazia e di storia col Cristo crocifisso e risorto; inviti al coraggio della testimonianza di fronte alle continue persecuzioni e ai falsi maestri; toccante accenno al proprio martirio imminente: insomma, un vero e proprio “testamento spirituale” lasciato da Paolo al suo discepolo e, attraverso lui, a tutti coloro che, avendo letto il suo epistolario, “attendono con amore la manifestazione del Signore”.



sabato 13 aprile 2019

PRIMA LETTERA A TIMOTEO



A partire dal XVIII secolo, le due lettere a Timoteo e quella a Tito sono state definite come “Lettere pastorali”, a causa del loro contenuto ecclesiale e dei destinatari, che erano importanti collaboratori di Paolo. Le profonde variazioni nei temi e nello stile hanno fatto ipotizzare da parte di molti studiosi la presenza di una mano diversa da quella dell’apostolo, che avrebbe scritto in suo nome e nel suo spirito: questo, però, non toccherebbe minimamente la qualità “ispirata” e “canonica” delle lettere. Altri, invece, pensano che i mutamenti indicati siano dovuti all’evoluzione della vita e del pensiero di Paolo, che in questi scritti si sentirebbe ormai vicino alla fine della vita e al suo martirio.

Timoteo (in greco, “colui che onora Dio”) era nato a Listra (nell’attuale Turchia centrale) da padre greco e da Eunice, una donna giudeo-cristiana. Tra l’altro nella seconda lettera, oltre al nome della madre, si evoca anche quello della nonna, Loide (1,5). Divenuto collaboratore di Paolo, fu da lui fatto circoncidere «per riguardo ai Giudei che si trovavano in quelle regioni: tutti infatti sapevano che suo padre era greco» (Atti 16,1-3). Egli rimarrà sempre il compagno intimo e fidato dell’apostolo, fino a divenire il modello di chi è posto a capo della comunità.

La prima lettera a lui indirizzata alterna alla denuncia polemica di forme deviate, presenti nelle comunità cristiane (capitoli 1,4, e 6), una serie di ritratti dei vari ministeri ecclesiali (capitoli 2,3 e 6). Emergono in particolare le figure degli “episcopi” – che non sono del tutto identificabili con i “vescovi” –, dei presbìteri, dei diaconi e delle vedove. È questo il segno di una Chiesa strutturata, affidata a responsabili ufficiali e articolata in varie funzioni ben definite.

È, quindi, la Chiesa il centro dello scritto, sia nell’aspetto più tormentato della crisi di fede con l’irrompere delle prime “eresie”, sia nella forma molteplice e ricca dei vari doni e ministeri da adempiere con fedeltà e dignità. Nelle doti richieste a chi ha questi compiti da esercitare nella Chiesa, uno spazio molto rilevante è riservato alle virtù umane, alla maturità e all’equilibrio secondo un modello noto anche al mondo greco-romano circostante. Le verità di fede da tutelare sono, invece, evocate attraverso una serie di citazioni di affermazioni teologiche presentate come già note e accolte: è questo il segno della presenza di una vera e propria tradizione della fede, ormai radicata nella comunità cristiana.

Nota Finale

L’epistolario paolino conta quattro lettere indirizzate non a delle Chiese ma a delle persone singole. Sono le due lettere a Timoteo, quella a Tito e il bigliettino a Filemone. Le prime tre sono usualmente denominate “Pastorali”, perché i destinatari sono due tra i discepoli più fedeli di Paolo, lasciati come “pastori” a dirigere rispettivamente la Chiesa di Efeso e quella di Creta. Gli studiosi sono incerti sulla loro sicura attribuzione a Paolo e sulla loro datazione. La maggioranza le fa risalire a dopo la prima prigionia romana dell’apostolo, tuttavia sembrano formare un blocco omogeneo che può essere collocato fra il gruppo delle lettere ai Galati, ai Romani e ai Corinzi e quello delle lettere agli Efesini e ai Colossesi, quindi tra il 58 e il 61 d.C.

Il tema dominante è la dottrina sulla Chiesa, che per Paolo è mistica e apostolica nello stesso tempo: comunità spirituale e universale, continuamente generata dallo Spirito Santo, e comunità visibile basata sull’apostolato e sulla gerarchia. Questo spiega l’insistenza dell’apostolo nella prima lettera a Timoteo a “custodire il deposito” della verità rivelata e a organizzare con sapiente prudenza la disciplina della “casa di Dio”, nella quale e con la quale Dio vuole che tutti siano salvati.






venerdì 5 aprile 2019

SECONDA LETTERA AI TESSALONICESI



Questo secondo scritto indirizzato ai cristiani della città greca di Tessalonica, situata nella regione della Macedonia, a causa di alcune variazioni notevoli di stile e di pensiero riguardo a temi già trattati nella prima lettera, ha fatto pensare ad alcuni studiosi che non sia di Paolo, ma di un suo discepolo o del suo ambito. Certo è che la situazione ecclesiale presentata da questa missiva è differente rispetto a quella registrata nella precedente e può darsi che rimandi a un periodo successivo. La finale della lettera, comunque, insiste sull’autenticità paolina dello scritto (3,17), che è sempre sotto il sigillo dell’ispirazione divina.

Due sono le parti della lettera. Nella prima, che occupa il capitolo 2, si affronta nuovamente la questione della “parousìa” o «venuta» finale di Cristo: a Tessalonica, anche attraverso lettere falsamente attribuite all’apostolo, si è creato un clima di attesa spasmodica. Paolo ribadisce la necessità di evitare questi eccessi e di essere fedeli all’impegno quotidiano nella storia, ove si svolge la lotta tra bene e male, che solo alla fine avrà il suo compimento.

La seconda sezione della lettera è presente, invece, nel capitolo 3 e tocca ancora l’esperienza della comunità tessalonicese, che viene richiamata a una vita non illusoria, sospesa verso l’attesa di eventi straordinari, bensì impegnata nel lavoro, nella carità fraterna, nei propri doveri. Si respira in questa lettera un’atmosfera particolare, quella che lo stesso Paolo esprime ricorrendo al linguaggio apocalittico, soprattutto nei termini e nelle immagini presenti in 2,3-11. Questo linguaggio, già noto nell’Antico Testamento (ne sono un esempio alcune parti del libro di Daniele), era diffuso anche nel mondo giudaico.

È così che ci incontriamo con figure e segni negativi, posti sotto l’ “egida” (protezione, difesa, salvaguardia) del demoniaco, come l’«uomo dell’iniquità», «il figlio della perdizione», «il mistero dell’iniquità», «l’apostasia», «il giorno del Signore». Il male che imperversa nella storia rimane, però, sotto il controllo divino fino alla meta ultima, quando sarà definitivamente debellato. Il tema fondamentale è, perciò, quello del rapporto tra vicende storiche e il fine ultimo verso cui esse convergono secondo il piano di Dio.    

Nota Finale

Scritta soltanto due o tre mesi dopo la prima, questa seconda lettera ai Cristiani di Tessalonica ha un tono più preoccupato e deciso. Paolo deve reagire di fronte alla diffusione di fantasiose notizie sulla imminenza della fine del mondo, “propalate” (divulgate) anche con l’ausilio di lettere fatte passare per sue, e deve combattere le conseguenze pratiche che alcuni ne hanno subito dedotto, come l’inutilità del lavoro e dell’impegno. Paolo, richiamandosi alla dottrina autentica di Gesù e della tradizione apostolica, insiste sulla certezza che il Signore verrà e sarà Lui l’ultimo vincitore; ma – sia pure con un linguaggio un po’ ermetico, almeno per noi – ricorda che prima devono succedere diversi fatti anche dolorosi, da affrontare con fede e serenità. Nell’attesa non bisogna essere oziosi, ma perseveranti e vigilanti.



mercoledì 3 aprile 2019

PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI



Questa lettera di Paolo è quasi certamente il primo scritto cristiano in ordine cronologico. Fu infatti composta attorno al 50-51 e fu destinata alla comunità cristiana dell’importante città commerciale di Tessalonica, posta in Macedonia e visitata dall’apostolo durante il suo secondo viaggio missionario. Lo scritto può essere seguito distinguendo tre fasi di sviluppo. Dopo l’indirizzo e il ringraziamento a Dio, che sono costanti nelle lettere paoline e che occupano il capitolo 1, si ha una prima parte di taglio autobiografico, in cui Paolo rievoca il suo soggiorno tessalonicese, allorché egli si era sentito come una madre e un padre per quei cristiani, pronto a donare anche la vita per loro (capitolo 2).

In un secondo momento, che possiamo far correre da 4,1 fino a 5,1, l’apostolo affronta alcune questioni specifiche che devono essere risolte perché travagliano la Chiesa tessalonicese. C’è innanzitutto il problema dei morti e dei vivi di fronte all’evento della risurrezione: i primi verranno da Dio riportati a nuova vita, i secondi saranno «rapiti sulle nubi, per andare incontro al Signore nell’aria» per essere sempre con lui (4,17). Si tratta, quindi, di una rappresentazione con elementi simbolici, destinata a illustrare la piena comunione finale del credente in Cristo.

Un altro tema che angoscia i cristiani di Tessalonica è quello della scadenza della “parousìa”: con questo termine greco si vuole indicare la venuta definitiva di Cristo a suggello della storia Umana. Alcuni pensavano che essa fosse imminente e si abbandonavano ad una vita disimpegnata nei confronti del presente. Paolo ribadisce l’indeterminatezza della data di quell’evento e invita alla vigilanza serena e operosa, nella dedizione quotidiana e nella santità della propria esistenza.

La lettera è conclusa da una terza parte (5,12-22), che si rivela come un’esortazione calorosa a offrire la propria testimonianza di fede e d’amore all’interno della comunità. In questa sezione si incontra una sequenza di quindici imperativi che illustrano i punti più rilevanti dell’impegno cristiano. La lettera è un testo illuminante per conoscere l’esperienza e l’atmosfera di alcune Chiese cristiane delle origini, le loro attese e speranze, le loro difficoltà e i loro progetti.

Nota Finale

Questa lettera è con tutta probabilità il primo documento scritto del Nuovo Testamento, anteriore persino ai vangeli. È inviata da Corinto verso la fine del 51 o l’inizio del 52 d.C., per sostenere la fede della giovanissima comunità di Tessalonica, capitale della provincia romana della Macedonia, che Paolo ha dovuto abbandonare dopo soltanto pochi mesi di predicazione per l’ostilità dei Giudei. L’apostolo, che ha suscitato nei Tessalonicesi una fede operosa e una carità disinteressata, chiarisce alcuni punti rimasti in sospeso: proclama la risurrezione dei defunti alla venuta gloriosa di Cristo e corregge certe indulgenze verso i costumi pagani, soprattutto in campo sessuale. Queste precisazioni dottrinali sono fatte con un vivo senso d’affetto, nell’evocazione commossa dei primi momenti della conversione. La lettera, che ha lo stile di una conversazione, dimostra che lo scritto non sostituisce la predicazione apostolica a viva voce, ma anzi la completa, come strumento integrante di evangelizzazione e di catechesi.



sabato 16 marzo 2019

LETTERA AI COLOSSESI



Come nel caso della lettera agli Efesini – che sembra conoscere questo scritto – anche la lettera ai Colossesi presenta alcune caratteristiche di linguaggio, di stile e di temi originali, così da far sospettare a molti studiosi la presenza di una mano diversa rispetto a quella di Paolo, forse la mano di un discepolo. Certo è che questo scritto offre un nuovo profilo della figura di Cristo e della Chiesa. In un solenne inno posto in apertura alla lettera (1,13-20) entra in scena Cristo nella funzione di mediatore della creazione e signore del cosmo, un profilo che è piuttosto inedito nell’epistolario paolino. Esso è modellato sui ritratti della sapienza divina presenti nell’Antico Testamento (ad esempio, proverbi 8,22-31) ed è affine a quello che si incontra nell’inno di apertura della lettera agli Efesini.

Un altro elemento cristologico coinvolge la Chiesa e riflette una particolare questione collegata alla comunità di Colosse, una località situata in Frigia, nell’attuale Turchia centro-occidentale, comunità fondata probabilmente da Epafra, un collaboratore di Paolo, originario di quella terra (1,7). Nel capitolo 2, infatti, si condanna una specie di “eresia” attecchita a Colosse attraverso discorsi seducenti, raggiri filosofici e una visione teologica inaccettabile. Si proponeva di venerare gli angeli (2,18), considerati come mediatori tra Dio e l’umanità, riducendo così la funzione di Cristo a un semplice primato d’onore.

Forse miscelando dati giudaici ed ellenistici (angeli, spiriti, elementi cosmici, astrologia), si introduceva tra Dio e l’uomo una serie di presenze «visibili e invisibili, troni, dominazioni, principati e potenze» (1,16; 2, 10.15), operatrici di salvezza e di giudizio. Si facevano, così, impallidire la forza e la grandezza dell’incarnazione di Cristo, che rimane l’unico Salvatore dell’uomo e del mondo e l’unica pienezza della presenza divina. Egli, nel trionfo della croce e della risurrezione, ha aggiogato al carro vittorioso della sua gloria anche le potenze angeliche e cosmiche, rivelandosi l’unico Signore (2,13-15).

La lettera, dopo la parte dedicata a Cristo e alla Chiesa, si sviluppa – lungo i capitoli 3-4 – nella dimensione morale e pastorale con una serie di precetti che illuminano la vita cristiana. In particolare, com’era accaduto anche nella lettera agli efesini, si delinea una specie di “codice” della morale familiare e sociale (3,18-4,1). Anche questo scritto presenta un Paolo prigioniero (4,10), forse a Efeso, e fa emergere la figura dell’evangelista Luca, «il caro medico» (4,14).

Nota Finale

Colossi è una cittadina dell’Asia Minore, non lontana da Efeso. La comunità cristiana vi è costituita da Epafra, carissimo discepolo di Paolo. Proprio Epafra avverte Paolo, prigioniero a Roma, di una situazione critica provocata dall’influsso di dottrine gnostiche e giudaiche, che mettono in questione la signoria di Cristo, declassato al rango di una delle tante potenze celesti. L’apostolo interviene e rivendica il primato assoluto e universale di Cristo, dimostrando, in una prima parte dogmatica, la supremazia di Gesù, principio e fine di ogni cosa e capo della Chiesa, ed esortando, nella seconda parte della lettera, a rivestirsi dell’uomo nuovo in Cristo Gesù, riproducendone lo stile di vita. La lettera, portata a Colossi da un compagno di Paolo, precede di poco quella agli Efesini, insieme con la quale conviene che sia letta.



sabato 9 marzo 2019

LETTERA AI FILIPPESI



La comunità dei cristiani di Filippi in Macedonia fu la prima Chiesa europea e con essa Paolo mantenne sempre rapporti molto intensi e calorosi. Ad essa indirizza una lettera mentre si trova in carcere (1,3.13; 4,22). Più che a Roma o a Cesarea Marittima, molti pensano che si tratti di una prigionia subita da Paolo dopo i tumulti di Efeso, descritti negli Atti degli Apostoli (capitolo 19). Dalla città efesina egli scrive attorno al 55-56 (là aveva soggiornato a lungo, forse dal 53 al 56) agli amati Filippesi, che l’avevano sempre aiutato anche economicamente (4,14-18).

La lettera rivela, però, nel capitolo 3 un salto di tonalità, divenendo improvvisamente molto aspra e polemica («guardatevi dai cani…, dai cattivi operatori…, da quelli che si fanno circoncidere»): c’è persino chi ha pensato che siamo in presenza di lettere diverse indirizzate ai Filippesi e successivamente unificate in un solo scritto. Possiamo, però, supporre anche un mutare di tono e di argomento nello stile spesso impetuoso dell’apostolo. La lettera si apre, comunque, con una pagina a grande respiro, in cui Paolo presenta la sua esistenza come totalmente consacrata a Cristo e al vangelo: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (1,21).

Di grande rilievo teologico è l’inno che viene incastonato in 2,6-11 e che sembra far parte del patrimonio della liturgia cristiana delle origini. Attraverso l’immagine della “discesa” del Figlio di Dio nell’umanità fino alla morte di croce e della sua esaltazione nella gloria pasquale a Signore di tutto l’essere si descrive la salvezza offerta da Cristo, modello di donazione anche per il cristiano.

Nel capitolo 3, invece, appare – come già si era annunziato – la denuncia nei confronti di quei «cani» e «cattivi operatori» (3,2) che vogliono riportare i cristiani al loro passato di pratiche e osservanze varie: è la polemica frequente nell’epistolario paolino contro quei giudeo-cristiani che non tutelavano a sufficienza la novità dell’evento cristiano. Paolo sottolinea le sue radici umane e spirituali ebraiche (3,5-6), ma indica anche la svolta radicale che la sua vita ha subito quando fu «afferrato da Gesù Cristo» (3,12) sulla via di Damasco. La lettera si conclude nel capitolo 4 con la ripresa di elementi autobiografici che si intrecciano con quelli riguardanti la Chiesa di Filippi. Ritorna il tono dolce, affettuoso dell’apostolo nei confronti della sua comunità, e brilla la gioia che deve animare il cristiano, anche quando ha l’esistenza tormentata: allora «il Dio della pace sarà con voi» (4,9).  

Nota Finale

Anche questa lettera è scritta da Paolo mentre si trova in prigionia, non però a Roma, come si pensava un tempo, bensì a Efeso. Da questa città, verso il 56-57 d.C., l’apostolo scrive alla comunità di Filippi, prima Chiesa europea, da lui fondata nel 50 d.C. durante il suo secondo viaggio missionario. Con questa Chiesa Paolo intrattiene particolari legami d’affetto e a essa scrive una lettera piena di gioia e di cordialità, che affida al delegato della comunità di Filippi, Epafrodito, che è venuto a Efeso per portargli degli aiuti. È la lettera “più lettera” di tutto l’epistolario paolino: scambio di notizie, messa in guardia contro i soliti mestatori giudaizzanti, inviti all’umiltà sull’esempio di Cristo, esempio che viene illustrato con un inno liturgico molto antico, preziosa testimonianza della fede nella preesistenza divina del Figlio di Dio fatto uomo. Scritta col cuore, questa lettera va letta col cuore.



sabato 2 marzo 2019

LETTERA AGLI EFESINI



In alcuni importanti codici antichi, che ci hanno trasmesso le sacre Scritture, nell’indirizzo iniziale di questa lettera manca l’indicazione «a Efeso», per cui si è pensato che essa sia stata originariamente una missiva destinata alle varie Chiese dell’Asia Minore costiera, che avevano il loro centro più significativo nella splendida città di Efeso. Certo è che la lettera si rivela profondamente originale nel linguaggio e nei temi, tanto da far ipotizzare a molti studiosi che essa sia opera di una mano diversa rispetto a quella di Paolo, forse un discepolo che conduce oltre il discorso del maestro. Questo naturalmente non intaccherebbe l’ispirazione e quindi l’appartenenza al Canone biblico della lettera che, tra l’altro, è molto vicina a quella ai Colossesi (probabilmente conosciuta e citata).

Comunque sia, lo scritto è particolarmente denso e ricco di temi e si rivela nettamente diviso in due parti: i primi tre capitoli affrontano i grandi argomenti teologici, mentre i capitoli 4-6 sono dedicati a illustrare l’impegno morale del cristiano nella sua vita di fede. L’accento è posto su due motivi teologici capitali. Da un lato, si apre una profonda riflessione sulla figura di Cristo, presentato come Signore di tutto l’essere creato e non solo della Chiesa, e cantato in un solenne inno-benedizione posto proprio in apertura alla lettera (1,3-14).

Gesù Cristo è, d’altro lato, alla radice del secondo motivo teologico, quello della Chiesa, che è costituita da Giudei e pagani ormai uniti in un solo corpo che è quello di Cristo, nel quale, però, diversamente da quanto già detto nella prima lettera ai Corinzi (capitolo 12), egli ha la funzione di essere il «capo» (1,22). L’unità di questo corpo, nel quale si manifesta la pienezza della divinità, è operata da Cristo stesso «nostra pace», che ha riconciliato i due popoli separati, Ebrei e pagani, in un solo popolo attraverso il suo sangue (2,14-22). È questa la Chiesa, che dall’apostolo viene presentata come «tempio santo nel Signore» (2,21).

Vivace è anche la parte pastorale della lettera ove, tra l’altro, viene disegnato un “codice” dei doveri familiari (5,21-6,9), che ha al suo interno una suggestiva presentazione del matrimonio cristiano, come grande segno dell’unione vitale tra Cristo e la Chiesa. Uno scritto, quindi, ricco sul piano del «mistero» divino, che è rivelato da Gesù Cristo e che comprende la salvezza di tutti, inclusi i pagani, e sul piano della vita cristiana da condurre in pienezza, come creature che hanno «deposto l’uomo vecchio» per «rivestire l’uomo nuovo» (4,22-24).

Nota Finale

Intorno a questa lettera si è discusso e si discute ancora su due punti: la sua autenticità paolina (vocabolario, stile, dottrina sono notevolmente diversi da quelli delle altre lettere) e i destinatari (una vera lettera per la sola comunità di Efeso, o piuttosto una specie di enciclica per tutte le Chiese dell’Asia Minore?). In realtà, l’affinità con la lettera ai Colossesi, la cui autenticità è oggi riconosciuta, obbliga a riconoscere la paternità paolina anche della lettera agli Efesini. L’apostolo vi proclama innanzi tutto il “primato cosmico” di Cristo, che ha unificato in sé stesso tutte le cose come principio e fine sia della creazione sia della riconciliazione, e poi la “funzione ecumenica” di Cristo, che ha riunito tutti gli uomini, Giudei e pagani, nel suo corpo che è la Chiesa, sua sposa. Questo è il grande “mistero” del quale Paolo vuole scrivere, con toni spesso altamente lirici, mentre si trova per la prima volta “prigioniero per Cristo” a Roma (61-63 d.C.).



sabato 16 febbraio 2019

LETTERA AI GALATI



Al centro dell’attuale Turchia si erano stabiliti fin dal III secolo a.C. i Galati, una popolazione di origine celtica. I Romani avevano conquistato quest’area e avevano costituito nel 25 a.C. la provincia della Galazia, ben più estesa dell’originale territorio abitato dai Galati. Alle Chiese di quella regione (forse alle comunità dell’area ristretta originaria dei Galati, da lui visitate durante il suo primo viaggio missionario), Paolo indirizza uno scritto che, al suo interno, anticipa i temi che saranno sviluppati nella lettera ai Romani. L’apostolo deve affrontare una situazione ecclesiale nella quale si sono introdotti alcuni giudeo-cristiani che ribadiscono la necessità della circoncisione e dell’osservanza della legge mosaica anche per i cristiani provenienti dal paganesimo.

Composta forse attorno all’anno 55, la lettera si apre con un’esposizione autobiografica, che occupa i primi due capitoli. In essa l’apostolo rievoca l’avallo ricevuto per la sua missione ai pagani da parte delle “Colonne” della Chiesa, cioè Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni (2,9), ma anche il contrasto con Pietro a causa del comportamento esitante da lui tenuto ad Antiochia, quando Cefa aveva evitato i contatti con i pagani, appena erano giunti in quella città alcuni rappresentanti giudeo-cristiani di Gerusalemme (2,11-14).

L’evento permette a Paolo di sviluppare la sua riflessione sulla giustificazione e sulla salvezza che ci vengono offerte per grazia e accolte nella fede, e non certo prodotte dalla nostra osservanza della legge mosaica e, quindi, dalle opere umane. Queste ultime sono piuttosto «il frutto dello Spirito» (5,22) ed esprimono la vita di figli di Dio che ci è stata donata in Cristo Gesù (4,6-7). Su questi temi teologici si sviluppa il corpo centrale della lettera (capitoli 3-6), che propone la terminologia caratteristica paolina (fede, grazia, carne, legge, libertà, giustificazione, Spirito) e che presenta un grande ritratto di Abramo come padre della fede.

Si ha, così, l’abbozzo essenziale di quella visione della salvezza operata da Cristo già incontrata nella lettera ai Romani, che è però posteriore a questo scritto indirizzato ai Galati. Una visione grandiosa che si allarga a tutto l’orizzonte umano, cioè a tutti coloro che hanno «crocifisso la carne con le sue passioni» (5,24) e si sono «rivestiti di Cristo». In questa dimensione ormai «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina, poiché tutti voi siete una sola persona in Cristo Gesù» (3,28).
  
Nota Finale

La Lettera è indirizzata ai cristiani della Galazia del nord, l’attuale regione della Turchia intorno ad Ankara, che Paolo evangelizza durante il secondo e il terzo viaggio missionario. Inviata dalla Macedonia o da Corinto nell’inverno del 57-58 d.C., qualche tempo prima della lettera ai Romani, ne svolge la stessa tematica ma con tono molto polemico. Si apre con un’apologia personale, prosegue con una complessa argomentazione dottrinale per ricordare a coloro che volevano imporre di nuovo la circoncisione che la salvezza è dono gratuito di Dio e della fede, e si conclude con una serie di calde esortazioni perché nessuno pensi che la “legge dello Spirito” significhi indifferenza morale. Se nelle lettere ai Corinzi l’apostolo denuncia il pericolo di un ritorno allo spirito greco per l’orgogliosa fiducia nella ragione, qui denuncia quello di un ritorno allo spirito giudaico con l’orgogliosa fiducia nella legge.




sabato 9 febbraio 2019

SECONDA LETTERA AI CORINZI



I rapporti di Paolo con la Chiesa di Corinto furono piuttosto turbolenti, e questa nuova lettera ne è la testimonianza esplicita. Composto forse sullo scorcio del 57, al termine del terzo viaggio missionario dell’apostolo, questo scritto fa anche riferimento a un’altra lettera che Paolo avrebbe composto fra «molte lacrime» e che, secondo alcuni studiosi, sarebbe confluita nella seconda lettera ai Corinzi in una successiva redazione del testo. Appaiono nitidamente in queste pagine alcuni avversari dell’apostolo, che sembrano essere cristiani di spicco e che Paolo bolla aspramente per il loro comportamento, la loro dottrina e la loro arroganza, definendoli con ironia «superapostoli» (12,11).

Difficile è identificare con esattezza quale sia il loro profilo: certo è che essi rappresentano movimenti che si oppongono all’apostolo, ne disprezzano la persona «debole» e «la parola dimessa» (10,10) e mettono in crisi l’autentica dottrina e l’unità della Chiesa. Il testo della lettera paolina ha innanzitutto lo scopo di ricostruire nei primi sette capitoli la figura del vero apostolo, il suo impegno e la sua missione, incarnati appunto da Paolo stesso. Si tratta di pagine di grande forza, con immagini vivissime come quella della lettera «scritta non con inchiostro…, ma sulle tavole che sono i… cuori di carne» (3,3), con l’esaltazione del ministero apostolico e della sua funzione di salvezza, ma anche di giudizio. Curioso è, poi, un brano (6,14-7,1) che sembra composto sulla base dei temi, dei simboli e dello stile degli scritti ritrovati (nel 1947) nelle grotte di Qumran, presso il Mar Morto, espressione di una comunità giudaica dall’identità originale.

Nei capitoli 8-9 si ha quasi un piccolo trattato sull’elemosina cristiana: esso prende spunto dalla colletta che le Chiese avevano organizzato per aiutare quella di Gerusalemme in gravi difficoltà economiche, colletta che Paolo sostiene con grande calore. Infine, la lettera ritorna sul tema dell’apostolato, ma lo fa con un lungo brano autobiografico dal tono piuttosto concitato, distribuito nei capitoli 10-13. Si incontrano in queste pagine notizie sulla vita tormentata di Paolo, ma anche si ribadisce la sua fiducia inconcussa in Cristo e nella forza che egli offre: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (12,10).

In questa confessione autobiografica, opposta ai falsi maestri come esempio di vita apostolica, si ha anche la menzione di «una spina nella carne» di Paolo, una prova dura (una malattia?), che però non gli impedisce di «vantarsi nel Signore» che gli dà grandi doni e salvezza (10,17). Con l’apostolo appare anche la Chiesa che è presentata, con una suggestiva immagine nuziale, come «vergine casta» offerta a Cristo per un amore totale, unico e perfetto (11,2).  

Nota Finale

Paolo scrive questa seconda lettera ai Cristiani di Corinto verso la fine del 57 d.C., quando il discepolo Tito lo raggiunge in Macedonia e gli porta buone notizie su quella comunità che ha fatto versare all’apostolo tante lacrime. È un documento di eccezionale valore anche dal punto di vista storico-biografico, in quanto ci fornisce un sincero ritratto dell’animo paolino. Essa non è di facile lettura, perché Paolo non sempre ha la possibilità di ordinare in modo rigorosamente logico i suoi pensieri e soprattutto i suoi sentimenti. Per di più, in essa, egli difende con toni piuttosto polemici il suo buon diritto di predicare il vangelo, scrivendo pagine bellissime sulla grandezza del ministero apostolico. La lettera tratta anche la questione della raccolta di denaro in favore della Chiesa-madre di Gerusalemme. Questo permette di far crescere la coscienza dell’unità e sviluppare il tema della Chiesa come unico corpo di Cristo.



sabato 2 febbraio 2019

PRIMA LETTERA AI CORINZI



Paolo era approdato a Corinto attorno al 51, durante il suo secondo viaggio missionario, e vi era rimasto a lungo con varie vicende. La città era un importante centro commerciale, dove si incrociavano esperienze culturali, sociali e religiose differenti, ma in essa prosperavano anche la corruzione e la degenerazione morale. La stessa comunità cristiana aveva probabilmente respirato quest’atmosfera e ben presto si era rivelata divisa, segnata da crisi etiche, da problemi teologici e pastorali. Paolo apprende notizie poco confortanti da alcuni inviati di Corinto, mentre si trova a Efeso. Siamo forse attorno all’anno 55.

Decide, allora, di scrivere una lunga lettera che affronti puntigliosamente le questioni più scottanti a lui segnalate. Si ha, così, la possibilità di ricostruire un ritratto di quella Chiesa e del suo stato spirituale. Proprio per il riferimento specifico a una situazione concreta, certe affermazioni di Paolo possono risultare aspre e parziali: non siamo, infatti, in presenza di una riflessione teologica generale, bensì leggiamo una serie di indicazioni pastorali dirette e legate a interrogativi circoscritti. Tuttavia lo scritto offre molti spunti importanti per la vita e la fede di tutta la Chiesa e rivela l’anima pastorale dell’apostolo.

Egli attacca con veemenza le divisioni che stanno frantumando la Chiesa e le raccorda a un concetto errato di sapienza: quella del cristiano è solo la sapienza della croce. Viene poi affrontata la questione sessuale che travagliava la comunità, immersa in un ambito particolarmente corrotto: si combattono le tendenze eccessivamente rigoriste e quelle troppo permissive, si condanna un caso di incesto, si offre una riflessione molto specifica sul matrimonio e sul suo significato, ma anche si esalta la verginità consacrata a Dio e ai fratelli. Si passa poi al tema particolare della partecipazione dei cristiani ai sacrifici pagani con i loro familiari non cristiani, cercando di definire i confini leciti e quelli da evitare.

L’attenzione alla vita liturgica della Chiesa e alle sue possibili degenerazioni si allarga in una splendida pagina sulla struttura interiore profonda della Chiesa stessa, concepita come corpo di Cristo, molteplice nelle sue membra e qualità (i “carismi”), ma unita dall’amore (“agape”). La lettera è chiusa, oltre che da una serie di notizie finali, da una grandiosa riflessione sul mistero pasquale di Cristo e sulla nostra partecipazione ad esso attraverso la risurrezione, nella quale la morte sarà definitivamente vinta e Dio stesso sarà «tutto in tutti» (15,28).

Nota Finale

La lettera, inviata da Efeso verso la Pasqua del 57 d.C., nasce dalla necessità di rispondere ad alcune questioni morali e religiose portate a conoscenza di Paolo. Per capirla occorre ricordare che la giovane comunità cristiana di Corinto vive in una metropoli di 600.000 abitanti, con profondi squilibri sociali, una varietà di culture e di religioni, un impressionante permissivismo morale. Anche la Chiesa ne subisce i contraccolpi: divisioni interne, ripensamento in chiave ideologica della fede, confusione etica in campo sessuale e matrimoniale, incertezza nei rapporti con i pagani. A ogni problema Paolo dà una risposta precisa, riconducendo tutto ad alcune direttrici di fondo: Il Cristianesimo non è una filosofia, ma una fede basata sull’annuncio di Cristo crocifisso e risorto; la Chiesa vive dello Spirito di Cristo, che ne fa l’unità e la varietà; la sua morale deriva dalla logica dell’Eucarestia e dalla carità. Chi legge la lettera ai Corinzi ha davanti agli occhi una radiografia della vita reale di una Chiesa dei tempi apostolici.