domenica 31 agosto 2014

ARTE E SACRO


All'inizio, lo scopo della festa e del culto , e dunque di tutto ciò che e' loro unito e che chiamiamo «Arte», e' la salvezza che il divino, nella sua sacralità, può dare. Rivolgendosi al sacro l'uomo vuole salvarsi dal dolore, dalla morte, dall'angoscia. Poi capisce che certi ingredienti, come quelli artistici, non sono essenziali alla salvezza. 
Ciò che salva, dice Gesù, e' la Fede , non l'Arte. Se la salvezza sta nel divino, l'Arte e' un mezzo sostituibile, la Fede no. Nell'età moderna si fa invece strada la convinzione che se c'e' una salvezza per l'uomo, sia pure precaria, essa non proviene dal divino e dal sacro; e che l'Arte può candidarsi come mezzo insostituibile per salvare l'uomo, o una elite. (L'altro candidato, vincente, e' la Tecnica). 
La Fede non muove più le montagne. Al culmine di questo atteggiamento, il principio dell' "Arte per l'Arte", dove l'Arte non solo e' il mezzo insostituibile, ma e' la stessa dimensione, il «Senso» stesso della salvezza. 
C'e' dunque un’ «Arte» che e' sacra perché ha come scopo la salvezza che il sacro può dare , un'Arte che quindi deve avere il sacro come contenuto; e c'e' un' «Arte» che ha come scopo una salvezza estranea al sacro, e che non e' sacra nemmeno quando il suo contenuto e' il sacro. O e' sacra, ma inessenziale alla salvezza, e alla fine sostituibile; o e' essenziale e insostituibile per la salvezza, ma non e' sacra , e sostituibile e' il sacro che essa ha eventualmente come contenuto. Grosso modo, la prima e' l'Arte antica, la seconda e' l’Arte moderna. 
Quando si sostiene che anche l'Arte astratta e informale del nostro tempo può essere sacra se in qualche modo esprime il rapporto dell'uomo a Dio, si dovrebbe tener presente che ciò da cui l'Arte astratta astrae, e la forma che l'Arte informale distrugge, non sono altro che quell'Ordinamento stabile e quella Legge inviolabile del mondo e dell'uomo, che sono stati portati alla luce dalla tradizione occidentale, e che da ultimo sono riportabili al sacro e a Dio. 
Nell'astrattismo e nell'informalismo, come nell'atonalismo musicale diventa estremo l'atteggiamento che rifiuta la salvezza sacra per la salvezza artistica e che quindi assume l'Arte come strumento insostituibile per la produzione della salvezza. Anche in questo caso, si tenta di aggirare l'ostacolo, dicendo che lo scopo dell'Arte può essere non l'una o l'altra, ma la sintesi di quelle due forme di salvezza. 
Si fa un discorso analogo, in campo economico, quando si afferma che lo scopo della produzione capitalistica può essere, insieme, il Profitto e la Solidarietà. Ma e' inevitabile che ognuna delle due forme della sintesi limiti e mortifichi l'altra, che avrebbe più vita e respiro se fosse sola. 
Proporsi come scopo una sintesi di scopi e' come avere «due padroni». Ma se uno dei due e' Dio, l'altro, e' ancora Gesù a ricordarlo, e' «Mammona». Il Cristianesimo non ha forse mostrato un gran fiuto, nella sua storia millenaria, a percepire nell'Arte una grande nemica? Giacché era inevitabile che l'Arte, quanto più andava avvertendo la propria inessenzialità alla salvezza sacra, reagisse, e vedesse essa, nel sacro, qualcosa di inessenziale alla salvezza. E si servisse del sacro, come il sacro si era servito di lei.

venerdì 8 agosto 2014

IL VERO PECCATO: LA MORTE.


Stando al significato assunto storicamente dalla parola Dio, esiste qualcosa di infinitamente più alto di Dio. Il Dio storico, infatti, è una delle forme più radicali della violenza, e la vicinanza tra Satana, che è omicida sin dall'inizio, e Dio diventa inevitabile. Ma in quello stare infinitamente più in alto appare che la «Violenza» e la «Morte» sono già da sempre vinte anche se la «Fede» nella loro esistenza domina il mondo. La «Violenza» domina il mondo. Rende nemici stati, etnie, famiglie, individui e l'individuo stesso rispetto a sé stesso. 
Il Cristianesimo è una delle forme più alte che l'uomo abbia evocato contro di essa. Tutte le grandi religioni hanno l'intento di tenerla lontana. Parlano un linguaggio che i popoli possono capire. Ma soprattutto il Cristianesimo si è confrontato per due millenni con la Filosofia, la quale non parla certo il linguaggio che la gente capisce, ma è entrata nel sangue delle religioni, e poi di tutti i grandi eventi della storia europea: Rinascimento e Arti, Scienza moderna e Diritto, Rivoluzione francese, Capitalismo e Comunismo. 
La Filosofia stende la mano alla coscienza religiosa, a quella cristiana in particolare, per portarla più in alto. Si distingue la «Violenza» dalla «Volontà». Esiste la «Volontà» buona, si dice: combatte quella cattiva che, essa sì, è «Violenza». La «Volontà» non può esser messa in discussione! Allora si potrebbe incominciare a pensare che altro è volere sapendo che volere è «Peccare», è «Violenza», altro è volere non sapendolo. Volere è «Peccato» e «Violenza»? La «Violenza» può esistere solo perché si crede che il mondo sia disponibile alla volontà (umana o divina) di trasformarlo. 
Nel Paradiso cristiano non c' è «Violenza», soprattutto perché l'Ordinamento divino che vi regna è un sole immutabile, inviolabile, immodificabile. E nessuno dei beati vuole trasformarlo. Gesù dice ai Farisei, che vogliono ucciderlo, che il loro padre è il diavolo, che sin dall'inizio è stato omicida e non è rimasto nella verità . Infatti ha indotto i nostri progenitori al «Peccato», cioè ad essere come Dio , e Dio ha punito l'uomo consegnandolo alla «Morte». 
Ad opera di un uomo , dice Paolo , entrò nel mondo il «Peccato», e ad opera del «Peccato» la «Morte». Ma ecco il centro di quanto va soprattutto pensato : che non è che la «Morte» sia entrata nel mondo ad opera del «Peccato», ma, all'opposto, che il «Peccato» è entrato nel mondo ad opera della «Morte»; e cioè che il vero «Peccato» è la «Morte». 
Nei Vangeli, la parola più usata per nominare il «Peccato» è hamartìa, che innanzitutto significa errore. Ma prima abbiamo sentito l'errore più radicale, cioè la convinzione che le «Cose» divengano altro da ciò che esse sono, e che, diventate altro, sono altro da sé. Diventando un morto, il vivo è un morto. E ogni diventar altro è un morire. 
Credere nell'esistenza della «Morte» è credere che un vivo sia un morto, cioè un non vivo; che la stella sia non stella, e così via per tutte le cose che la volontà vuole far diventar altro da quello che sono, e che così vuole perché, appunto, crede che possano diventar altro. 
Credere nell'esistenza della «Morte» è l'errore estremo, il «Peccato» più profondo, più originale. Con la «Morte» il «Peccato» entra nel mondo perché il vero «Peccato» è la «Morte» stessa, cioè la «Fede» nella sua esistenza. È sul fondamento di questa «Fede» che si può decidere di uccidere. 
Ma la Filosofia ha un duplice volto: Uno guarda la notte, l' altro il giorno. Il vento che sta parlando è il vento del giorno. L' altro volto, mostrato dal popolo Greco , dice ancora il vento, se qualcuno è rimasto a sentirlo , rende estremo l' errore più radicale: crede di vedere che le «Cose» diventando altro da sé, diventano «Nulla» e da «Nulla» che erano, diventano «Esseri». A ciò provvede la volontà di Dio e dell'uomo. 
L'errore estremo è credere che il «Nulla», diventato «Essere», sia «Essere», e che l' «Essere» diventato «Nulla», sia «Nulla». Quando l'uomo vuole che l'uomo vada nel «Nulla» è omicida. Quando Adamo pecca è deicida. Ed omicida è il diavolo che spinge l'uomo nella morte. 
E Dio? Ma anche Dio non vuol forse creare il mondo dal «Nulla», e annientarlo quando creerà un nuovo cielo e una terra nuova? (Apocalisse ,21). Non crede forse anche Dio nell'esistenza della «Morte»? E non è forse questo il «Senso» originario dell'omicidio e della violenza?». Se la follia estrema è credere che uomini e cose divengano «Nulla» e ne escano, e questa «Fede» è il vero «Peccato», l' «Essere» è ucciso proprio dalla «Fede» che esso divenga «Nulla». 
Sul fondamento di questa «Fede» viene perpetrato l'omicidio autentico: si mette l'uomo (e le cose tutte) nel sepolcro del «Nulla», lo si fa diventare un «Nulla» , lui, che è uomo e non un «Nulla», lo si considera qualcosa che di per sé è un «Nulla». Poi si solleva il coperchio del sepolcro, e, trovando un cadavere, lo si salva, prima creandolo dal «Nulla» e poi liberandolo dalla «Morte», che però è la «Morte Eterna», non questa nostra «Morte», nella quale si continua a credere. 

sabato 19 luglio 2014

LA MELA E IL SERPENTE (LE RADICI DELLA COLPA)


Se l'uomo non si libera dalla colpa originaria, cercherà invano il rimedio dei mali come la fame, la guerra. Non si vive senza mangiare , e la fame spinge alla guerra. Dopo il Socialismo reale, oggi è l'Islam a voler guidare e interpretare la fame del mondo. Ma anche per l'Islam la nostra vita incomincia con la colpa di Adamo: egli mangia la «Mela» che può farlo diventare «Dio». Se questo cibo ha tanta «Potenza», l'uomo, mangiandolo, vuole mangiare «Dio», identificarsi alla «Potenza» suprema. I gesti più indispensabili alla vita , come il cibarsi , sono quindi sentiti come gli errori più profondi; la vita stessa è deviazione, colpa. 
Anche per Eraclito la vera morte è nascere. L'uomo religioso crede che liquidi, vegetali, animali, corpi del nemico ucciso contengano forze superiori, divine e che dunque, mangiandoli e bevendoli, egli possa immedesimarsi con la «Potenza» suprema del «Dio». Il cibo nutre solo se è sacro. Da noi è diventato routine alimentare e ci si rifiuta di credere che bere e mangiare possano essere una colpa. Ma si continua a crederlo nelle patologie alimentari. Ed è vistosa la permanenza del passato nel rito cattolico dell'«Eucarestia», dove viene mangiato e bevuto il corpo e il sangue di «Dio». 
E comunque il «Senso» originario del mangiare «Dio» permane nella volontà dell'uomo di appropriarsi della «Potenza» suprema del «Nuovo Dio», la «Tecnica» (vedi pubbl. Genn. e Febbr. 2014). L' uomo incomincia a vivere quando vuole diventare qualcosa di diverso da ciò che egli crede di essere. Affamato, debole, atterrito, vuol essere altro, cioè le potenze che lo fanno diventare altro , sazio, forte, felice. 
L' esperienza religiosa si rivolge appunto alle forme originarie di questa volontà: mangiare, bere, uccidere ciò che si mangia e si beve, unirsi sessualmente. Quando si uccide non si vuole soltanto un vuoto , l'assenza dell' ucciso, ma si vuole occupare il vuoto ottenuto, incorporando le forze che lo riempivano. «Mangiare» è «Uccidere»; «Uccidere» è «Mangiare». Anche l' «Unione sessuale», come il «Mangiare e l' Uccidere», è un voler diventar l'altro a cui ci si congiunge ed essere uno con esso . Non si vive senza «Mangiare», «Uccidere», «Unirsi sessualmente». Poi, anche il sapere verrà inteso come incorporamento (sapere, sapore). 
Le religioni vedono la colpevolezza del vivere, ma la rinviano a un tempo che precede la vita. In quel tempo il «Dio» viene ucciso, o si tenta di ucciderlo, e tuttavia l' uccisione del «Dio» genera il mondo. Le parti del mondo sono ad esempio le membra della dea Tiamat. Nel Cristianesimo, dopo il tentativo fallito di Adamo, è il Verbo stesso di «Dio» che vuol morire in croce, generando il nuovo mondo redento dal peccato. Perché il «Dio» possa esser mangiato non è forse necessario che innanzitutto sia ucciso, smembrato, reso cibo? 
La vita è colpa perché presuppone l' uccisione del «Dio». Al di là di ogni esperienza religiosa, si fa innanzi qualcosa di essenzialmente più radicale intorno al «Senso» autentico della colpa del vivere: così radicale da lasciarsi alle spalle le nostre convinzioni più profonde, e innanzitutto la più profonda e radicata di tutte: che le «Cose» del mondo siano , come si diceva , un diventar altro, e che noi viviamo perché vogliamo diventar altro da ciò che siamo e vogliamo far diventar altro le «Cose» e gli umani. Si fa innanzi, infatti, il pensiero inaudito e spaesante che la colpa autentica del vivere è proprio il volere (presente anche nell'amore più tenero) che qualcosa divenga altro da ciò che essa è. 
Mangiare, Uccidere, Unirsi con l'amore dei sessi è colpa perché in ognuno di questi gesti è presente il voler diventare e far diventare altro le «Cose», ossia è presente la stessa condizione fondamentale del vivere. Il pensiero inaudito e spaesante dice questo: se si crede che qualcosa diventi altro , ad esempio che l'uomo diventi cenere (o Dio) , allora si crede che egli, diventato altro da sé, è altro da sé, è altro da ciò che esso è. Se è lui, e non un'altra «Cosa», a diventare altro da sé, è cioè necessario che egli, restando se stesso, sia insieme ciò che egli non è; che restando uomo sia, insieme cenere (o Dio). 
E credere in tutto questo non è forse la «Follia» estrema, la «Colpa» in cui per altro ci si trova in ogni momento della vita? Così, il pensiero inaudito vede la «Colpa» e la «Follia» in ciò che per i mortali è l' «Evidenza Suprema». Tale pensiero si fa udire nel fondo di ciascuno di essi anche se altre voci riempiono le loro orecchie. Si cerca invano il rimedio dei mali, se il «Senso» autentico della «Follia» e della «Colpa» non viene alla luce. 
Interpretare il mondo significa avvolgere i fatti in significati che è l'uomo a conferir loro. Sin dall' inizio l'uomo interpreta e nascita e morte, unione dei sessi, fame e sete, cibo, guerra, pace, sogni. Prime grandi interpretazioni del mondo, i miti e le religioni dove il cibo e le bevande stanno al centro della scena. Quando l'uomo arcaico mangia e beve soddisfa certo un bisogno, prova piacere. Ma interpreta il piacere come effetto della «Potenza» elargitagli dal carattere divino di cibo e bevanda. Dunque, per salvare il mondo e l'uomo il Dio deve diventare cibo. Ma per diventare cibo deve essere smembrato e sacrificato. Anche la Bibbia e la religione greca evocano una situazione analoga. Ma attraverso un percorso che prevede il fallimento del tentativo dell'uomo di cibarsi di Dio. 
Nel libro della Genesi il «Serpente» dice: «se mangerete il frutto dell'albero del bene e del male, non solo non morirete, come invece Dio vi dice , ma vi si apriranno gli occhi, e sarete come dèi». Se mangiare la mela è diventare come dèi , la mela è anche qui il divino, il Dio. Per acquistare «Potenza» bisogna impadronirsi della «Potenza» del Dio; e diventare come dèi significa uccidere Dio. Agli inizi, l' uomo biblico mangia decidendo di uccidere Dio per ereditarne la «Potenza». Si può pensare che il testo biblico porti alla luce la «Violenza» che si nasconde al fondo della «Volontà» di mangiare il cibo divino. Ma il tentativo fallisce, questo Dio non si lascia mangiare ed uccidere e caccia Adamo dal Paradiso terrestre. Per il «Cristianesimo» l'uomo deve rapportarsi a Dio liberandosi dalla «Volontà» luciferina di distruggerlo e sostituirvisi . Solo in questo modo il sacrificio di Cristo non appare come qualcosa di empio. Sarete come dèi , dice il «Serpente». Sarai come uomo, dice il Padre al Figlio unigenito. E ancora una volta la «Salvezza» dell'uomo e del mondo richiede lo smembramento del Cristo e il suo diventare cibo, come appunto accade nell' «Eucarestia». L' uomo diventa come Dio perché è Cristo a volere che lo diventi. Quel che era «Empio» come iniziativa umana diventa «Santo» come iniziativa divina. 
Anche la religiosità Greca evoca un tentativo fallito dell'uomo di identificarsi a Dio, che poi si risolve nell'iniziativa del Dio Dioniso di identificarsi all'uomo. Per Omero, Erodoto e la grande lirica greca l'uomo è ombra di un sogno , effimero, incapace di avvicinarsi agli Dèi: meglio per lui se non fosse mai nato. Prometeo tenta di sottrarre agli Dèi la «Potenza» del fuoco per donarla ai mortali, ma anche il suo tentativo fallisce, come quello di Adamo. Dioniso è invece una divinità sostanzialmente estranea all'Olimpo greco. Generato da Semele donna mortale, dice Esiodo, è fatto a pezzi dai Titani, che lo divorano. Ma Dioniso risorge. Le baccanti, sue sacerdotesse, sovvertono ogni ordine della natura e del consorzio umano e divino, dilaniano e divorano animali ed esseri umani, perché nelle carni crude è presente il Dio che muore e risorge, e fa continuamente morire e risorgere chi si unisce a lui. Ciò che è «Empio» in Adamo e Prometeo, diviene «Santo» in Dioniso che si sacrifica e si dona agli uomini. Come Cristo. 
Siamo così lontani, oggi, da queste interpretazioni del mondo? Si crede di sì, ma è per essere «Potente» che l'uomo vuole diventare Dio e lo uccide e lo mangia. Per essere «Potente» l'uomo deve voler diventare altro da quello che egli è. E, per volerlo, egli deve credere che il «divenir altro» non solo sia possibile, ma stia sotto gli occhi di tutti. Non si riuscirà mai a cogliere il «Senso» autentico della «Potenza» e della «Violenza», se non si guarderà in faccia e non si metterà in questione questa apparente astrattezza del «divenir altro» che per altro sin dall'inizio si incarna nell'assoluta concretezza dell'unione dei sessi, del mangiare e del bere, del nascere, morire, uccidere. Per l'uomo arcaico il piacere di mangiare è «Potenza divina» .

mercoledì 16 luglio 2014

SULLA TERRA OGNI CONOSCENZA E' FEDE

Ormai sulla terra ogni conoscenza è diventata una «Fede»; anche ogni conoscenza che guida la «Volontà», e che guida pertanto anche la «Volontà di Pace». Una «Fede» più o meno complessa, coerente, potente, consapevole di sé, ma pur sempre una «Fede». Anche la scienza moderna è «Fede». Tuttavia il «Senso» di ciò che viene chiamato «Fede» si mostra solo in relazione al «Senso» della «Non-Fede», cioè al «Senso» portato alla luce dalla Filosofia, in Grecia. La Filosofia si rivolge a ciò che si mostra in modo così pieno e ineludibile da non poter esser negato , da non poter essere altrimenti, dice Aristotele. 

Dio è il contenuto centrale di ciò che si mostra all'interno dell' «Epistéme della Verità». Tutto ciò che non si mostra nell' «Epistéme della Verità» può essere altrimenti, è controvertibile, lo si afferma perché si vuole che ad esso competa ciò che di esso si afferma. Tutto il resto è, appunto, «Fede», «Mito». In quanto sapere ipotetico, anche la Scienza è «Fede» e «Mito». La «Volontà» stessa, in quanto tale, è «Fede»: innanzitutto è «Fede» di ottenere ciò che essa vuole. 
Ormai sulla terra ogni «Volontà» , anche la «Volontà di Pace» , è guidata dalle contrapposte forme della «Fede» e del «Mito». L' «Epistéme della Verità» è tramontata. Dato il modo in cui ha compiuto il suo primo passo, il suo tramonto è inevitabile. Il grande problema da affrontare è che volere la «Pace» facendosi guidare dalla «Fede» significa volere la «Pace» collocandosi nella dimensione della «Guerra». (Vedi Pubbl. Dicembre 2013 Religioni e Pace nel Mondo). Ogni «Fede» vuole che il mondo abbia un «Senso» piuttosto che un altro e quindi ogni «Fede» si trova essenzialmente in contrasto con le altre forme di «Fede», che invece vogliono che il mondo abbia un «Senso» diverso. Dialogando tra loro, o le Fedi rinunciano a se stesse in favore di una «Fede» prevaricante, oppure non effettuano questa rinuncia, ma allora è inevitabile che alla fine si scontrino non solo sul piano del dialogo, ma anche su quello dell' agire effettivo dei popoli e che alla fine prevalga la «Fede» più potente. 
Relativamente alla «Ragione», Cristianesimo e Islam sono in apparenza molto divergenti; ma al di là delle apparenze e delle loro intenzioni esplicite essi sono sostanzialmente solidali (anche se la cristianità si è allontanata ben di più dell'islam reale, storico, dalla brutalità del mondo arcaico). 
Ma non è forse del tutto esplicita la sentenza di Gesù, su quel che si deve a Cesare e a Dio? Non è forse, questa sentenza, la prova più evidente dell'autonomia che la Chiesa riconosce a Cesare, cioè allo «Stato», e, da ultimo, alla «Ragione»?(Vedi Pubbl. marzo 2013 Fede e Politica, Fede e Ragione) Indubbiamente, Gesù conduce la coscienza religiosa in una dimensione dove l'islam si rifiuta di entrare. Per l'islam è quel che è di Dio, ossia è la legge di Dio, ad avere il diritto di configurare la struttura e le leggi dello «Stato» e della «Ragione»: date a Cesare quel che è di Dio; rendete Dio padrone di Cesare. 
Ma chiediamoci ancora una volta: quando Gesù afferma di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, pensa forse che a Cesare si possa dare qualcosa che sia contro Dio? Certamente No! 
La Chiesa cattolica infatti rifiuta quella «Libertà» senza «Verità» (cioè senza Verità cristiana) che caratterizza la Democrazia semplicemente procedurale del nostro tempo. Ma allora Gesù e la Chiesa pensano che Cesare debba essere «Cristiano» e cioè che le leggi dello «Stato» debbano essere cristiane. E poiché non possono esistere leggi dello «Stato» la violazione delle quali non implichi una sanzione, ne viene che la violazione delle leggi cristiane dello «Stato» richiede una sanzione terrena, ossia già qui sulla terra, prima ancora che nell'aldilà. 
La teoria, sostanzialmente comune ad Avicenna e a Tommaso, che una Filosofia che smentisca la «Fede» è una falsa Filosofia è la traduzione, sul più ampio piano della «Ragione», del modo in cui, per Gesù, ci si deve porre in rapporto a Cesare e a Dio. Infatti, se a Cesare non si deve dare quel che è contro Dio, allora, quando Cesare è contro Dio, esso è un Cesare falso, uno «Stato» che è in contrasto col vero «Stato»: è un Cesare falso, così come una Filosofia che sia in contrasto con la «Rivelazione» è una falsa Filosofia. Anche alla Filosofia si deve dare quel che è della Filosofia e alla «Fede» quel che è della «Fede» , purché alla Filosofia non si dia quel che è contro la «Fede» (o che è indifferente alla «Fede»). 
Anche la Filosofia, e in generale la «Ragione», come lo Stato, deve essere Filosofia cristiana, o islamica; «Ragione» cristiana, o islamica. Cristianesimo e Islam non sono dunque semplicemente due forme diverse e contrastanti di civiltà (non danno luogo a uno «scontro di civiltà»), ma affondano le loro radici nello stesso terreno, cioè appartengono entrambi al grande passato dell' Occidente, cioè della stessa civiltà. Cristianesimo e Islam sono certamente in «contrasto»; ma questo loro «contrasto» è la superficie di un «contrasto» radicalmente più profondo, dove Cristianesimo e Islam stanno dalla stessa parte, si trovano a combattere il comune nemico mortale, cioè l' Europa moderna, sebbene, a un livello ancora più profondo, un' intima mano unisca l' Europa moderna al Cristianesimo e all'Islam. 



giovedì 10 luglio 2014

LA FEDE, LE LEGGI, I PECCATORI


Esistono forze , si crede , capaci di trasformare il mondo. Ognuna tende a rafforzare se stessa e indebolire le altre. Il Cristianesimo è una di esse; e la Chiesa cattolica è la forma attuale più imponente del Cristianesimo. La lotta della Chiesa contro Aborto, Divorzio, Fecondazione artificiale si sviluppa appunto all'interno di quello scontro di forze. La Chiesa sta dicendo che quelle misure indeboliscono la «famiglia naturale» voluta da Dio. Si tratta allora di rafforzare la «famiglia naturale» e quindi di indebolire ogni convivenza «innaturale». La Chiesa distingue l'individuo umano dal modo in cui egli pensa. Ma per la Chiesa i diversi contenuti della «Fede Cristiana», uno dei quali è appunto la «famiglia naturale» , sono rafforzati da un'abbondante presenza di cristiani, così come il «Fuoco» è rafforzato da un' abbondante presenza di legna. Si tratta quindi di rendere più abbondante la presenza dei cristiani e sempre più esigua quella dei non cristiani. Un compito arduo (al quale tuttavia essa non può rinunciare) in un tempo in cui, la Chiesa sa bene, i cristiani sono sempre di meno. 
Poiché la Chiesa distingue l'individuo dal modo in cui egli pensa, la volontà di ridurre i non cristiani non si esprime più come volontà di annientarli come individui, ma come volontà di annientare i loro errori. Si odia e si combatte il «Peccato», non il «Peccatore». Va detto però che come l' esistenza del Cristiano rafforza, per la Chiesa, la «Fede Cristiana», così l' esistenza del «Peccatore», cioè di quell'individuo che è il «Peccatore», rafforza il «Peccato». Non riconoscerlo è incoerenza o malafede. 
Pertanto, per rafforzare la «Fede» e i cristiani, si dovranno sì annientare i «Peccati», ma si dovranno anche indebolire i «Peccatori», la cui esistenza rafforza l' esistenza del «Peccato» come coloro che mettono acqua sulla legna spengono il fuoco e fanno fumo. Difficile, però, stabilire il limite oltre il quale, indebolendo il «Peccato», si manda all'altro mondo anche il «Peccatore». I rapporti tra Chiesa e democrazie moderne sono difficili, perché altra strada, per indebolire il «Peccatore» di cui la Chiesa intende per altro rispettare la vita, la Chiesa non ha se non quella di rendergli la vita difficile: impedendogli di diffondere il proprio modo di pensare e realizzare istituzioni in cui esso si rifletta (si pensi alla scuola pubblica in quanto «laica», e agli interventi medici condannati dalla dottrina cattolica); e impedendogli di avere peso politico e di disporre di finanziamenti che rendano possibile tutto questo. Se la Chiesa non lo facesse sarebbe incoerente. Si tratta, appunto, di indebolire il più possibile il «Peccato» e il «Peccatore». Che a loro volta non intendono farsi togliere di mezzo e reagiscono. 
La Democrazia moderna è anch'essa contenuto di una «Fede», che però rende possibili, senza renderle obbligatorie, «Leggi» che in determinati ambiti, rispettando la Costituzione, consentono a ciascuno di vivere come vuole. 
La Chiesa, invece, sollecita «Leggi» che, in quegli ambiti, impongano a tutti di vivere secondo i dettami della «Fede Cristiana». È una fola che la Chiesa non debba ingerirsi nella vita dello Stato, ed è democratico l' atteggiamento di parlamentari che votano in un certo modo perché vogliono obbedire alla Chiesa, e che se hanno la maggioranza fanno diventare legge dello Stato le loro convinzioni. Rimane però la differenza, la maggiore democraticità della «Fede Democratica», rispetto alla «Fede Cristiana». (Lo si dice spesso, ma è un discorso che ha forza solo dopo che si sia riconosciuta la legittimità di «Leggi» volute da una maggioranza cattolica). 
La Democrazia non chiude infatti la porta a «Leggi» che, non contrarie alla Costituzione, in certi campi lascino ognuno libero di vivere come vuole: non chiude loro la porta, senza tuttavia imporle, perché non la chiude nemmeno a «Leggi» che, come quelle cattoliche, impongono invece anche ai non credenti, in quei campi, di vivere come essa crede sia giusto vivere.




giovedì 3 luglio 2014

LA CROCE E L'AGONIA


Dio, facendosi uomo, «Ha accettato liberamente la sofferenza. Avrebbe potuto non farlo» (Giovanni Paolo II ,Varcare la soglia della speranza, 1994 Mondadori, cap. 11). Tale «Libertà» non può significare altro che questo: Dio avrebbe mantenuto tutta l' infinita perfezione che gli compete, anche se non avesse accettato la sofferenza e non si fosse fatto uomo. Incarnandosi, Dio non diventa qualcosa di più di ciò che sarebbe se avesse rifiutato la sofferenza. Se, incarnandosi e soffrendo, Dio raggiungesse una perfezione maggiore di quella che avrebbe rimanendo nella sua pura felicità senza dolore, il suo farsi uomo e soffrire non sarebbe «Libero», ma «Necessario», perché sarebbe necessariamente richiesto dalla sua perfezione. Il perfetto non sarebbe potuto rimanere meno perfetto. 

Ma subito dopo il pontefice : «Se fosse mancata quell’ agonia sulla croce, la verità che Dio e' Amore sarebbe sospesa nel vuoto», cioè cadrebbe. Tuttavia, se Dio e' «Amore» perché muore sulla croce, certamente non sarebbe «Amore» se non si fosse fatto crocifiggere, ma non per questo sarebbe stato meno perfetto e meno divino. 

E' vero che il dolore dell' uomo, creato da un Dio non sofferente, sarebbe meno comprensibile; ma e' al prezzo di una profonda ambiguità e, in sostanza, di una irrimediabile contraddizione , che il Cristianesimo e' riuscito a far sembrare più comprensibile la sofferenza dell'uomo. Se anche Dio soffre, l' uomo può forse sopportare meglio il dolore; ma la sopportazione cristiana include la convinzione che un Dio «Amore» e' di più , e' più alto e perfetto, più divino di un Dio che allontana da sé il calice della sofferenza. 

Ma, in questo modo, Dio non e' più «Libero» di non patire, perché non e' «Libero» di essere meno perfetto e cioè di non essere Dio. L' ambiguità e la contraddizione della tradizione cristiana , giacché e' a tale tradizione che esse competono, e non soltanto a quella pagina di Giovanni Paolo II, consistono nel fatto che, da un lato, l' «Amore» di Dio e' ciò in cui culmina la perfezione e la divinità di Dio; e dall'altro lato, poiché Dio e' «Libero», se quell' «Amore» fosse stato assente e fosse mancata l' «Agonia sulla Croce», Dio non sarebbe stato meno perfetto e divino. 

Tuttavia, nell' esperienza cristiana dell' «Incarnazione del Verbo» trapela qualcosa di essenzialmente più profondo. Noi siamo abituati a pensare che la conoscenza che abbiamo del dolore e della felicità altrui ci consente di restarne in qualche modo al di fuori. Ma noi non restiamo coinvolti nel dolore e nel piacere altrui (o vi restiamo coinvolti solo entro quei limiti, oltrepassando i quali diremmo che non si tratta più di un dolore altrui, ma nostro), nella misura in cui restiamo nell' ignoranza relativamente a ciò che gli altri provano. 

Noi vediamo sempre dall'esterno ciò che gli altri provano. Meno restiamo coinvolti dalle loro esperienze, più ignoriamo ciò che essi sono. Più la loro sofferenza e il loro piacere ci si manifestano, più conosciamo il loro essere, e quel che essi provano coincide con quello che noi proviamo. 

Ma per il pensiero cristiano Dio e' «Onnisciente». Non vi e' nulla che si sottragga alla «Luce» della conoscenza assoluta che trascende la coscienza finita dell' uomo. Tutto e' in «Luce», tutto si manifesta. Come dice l' apostolo, «Non vi e' alcuna creatura che rimanga invisibile di fronte a lui: tutte le cose sono nude e aperte di fronte ai suoi occhi» (Non est ulla creatura invisibilis in cospectu eius: omnia nuda et aperta sunt oculis eius, Ad hebr. 4, 13). Tutte! Dunque anche tutti i dolori e i piaceri del mondo, e i passati e i futuri non meno dei presenti; e tutto il male e l'angoscia e la felicità delle anime e dei corpi. 

Ma può lo sguardo «Onnisciente» di Dio contemplare il dolore e il piacere del mondo nel modo in cui noi conosciamo ciò che provano gli altri, e cioè dall'esterno? Se così fosse, gli occhi di Dio sarebbero quasi accecati, non sarebbero lo sguardo dell' «Onnisciente» e le «Cose» non starebbero nude ed aperte di fronte ad essi. Se questi occhi vedessero «Dall'alto» , quasi in un concentrato di «Luce» , il dolore, il male e la morte, non avrebbero dinanzi il modo singolare e concreto in cui l'uomo soffre e gode. E se lo avessero dinanzi in concreto, nella sua irripetibile singolarità , in carne ed ossa, non lo vedrebbero «Dall'alto» e in quel modo eminente e generico col quale un re, assiso su un trono di felicità , si illude di scorgere le sofferenze e i godimenti dei sudditi. 
Uno sguardo «Onniveggente» e «Onnisciente» di tutti i patimenti e di tutti i piaceri del mondo deve dunque averli dinanzi proprio così come essi stanno dinanzi alla coscienza di chi li sta provando e patendo. Deve cioè essersi da sempre incarnato in essi, che gli stanno dinanzi in carne ed ossa. Non provare i dolori e i piaceri del mondo significa, da ultimo, ignorarli. E lo sguardo «Onnisciente» di Dio non può ignorare alcunché . 

Dio «Si Fa Uomo» non per una libera e fantastica scelta con cui egli accetterebbe la sofferenza per salvare gli uomini, ma perché la «Luce del Tutto», nella quale in verità consiste la sguardo «Onnisciente», e' nella propria «Essenza» «Già da sempre» coinvolta nella «Carne», e può essere pura «Luce» infinita solo in quanto, da sempre, e' «Carne», cioè prova da sempre tutti i patimenti e i piaceri della «Carne» (e anche tutto ciò che sta al di sopra di essi). Il «Verbo» non si fa «Carne», uscendo dalla purezza immacolata dello «Spirito»: per la sua stessa essenza il «Verbo», cioè la «Luce», la manifestazione dell' «Essere» e' «Già da sempre» presso la «Carne». A tutto questo fa cenno, da lontano, il Cristianesimo. Tutto questo si deve incominciare a pensare, al di fuori delle categorie che dominano il Cristianesimo e la nostra civiltà .

giovedì 26 giugno 2014

ESPIAZIONE E COLPA: IL MISTERO



In questo concetto si può esprimere il Pensiero Centrale del Cristianesimo , cioè , Il «Sacrificio» col quale Cristo, innocente, salva gli uomini dalle conseguenze della «Colpa». Nel «De Trinitate» Agostino scrive (13,16,21) che Cristo «Ha sofferto una morte temporale, che non meritava, per liberare gli uomini da una Morte Eterna che meritavano», la «Morte Eterna della Dannazione». 
Il Cristianesimo richiede non solo che la giustizia divina sia accompagnata dal pentimento del colpevole, ma anche che l'innocente che paga il debito ami il debitore, ne sia l'amico. Con l' «Amore», l'innocente che paga il debito e il debitore colpevole diventano infatti una sola cosa (Amicitia ex duobus facit unum, dice Tommaso, che su questo tema così cristiano sente il bisogno di rifarsi a Aristotele). Per questa unificazione accade che sia il debitore stesso, nonostante la sua impotenza, a pagare il debito, con l'aiuto e le forze del suo amico. Eppure, dal punto di vista stesso del Cristianesimo, non sembra che in questo modo le condizioni della giustizia divina siano rispettate. 
La difficoltà e' indicata dallo stesso passo del «DeTrinitate» di Agostino che sopra abbiamo richiamato: Cristo ha sofferto una morte temporale che non meritava , cioè la «Morte del Corpo», seguita dalla «Resurrezione» , per liberare gli uomini da una «Morte Eterna», cioè dalla «Dannazione» che essi meritavano. In questo modo, Cristo muore troppo poco: muore una morte temporale per «riscattare una pena e una morte eterne». 
L' uomo pecca, ed e' condannato alla «Morte Eterna»: fin qui la giustizia divina e' soddisfatta. Ma Dio «Ama l' uomo» e non vuole che egli sia «Dannato». Tuttavia Dio non può nemmeno abdicare alla propria giustizia: affinché l' uomo sia salvo, bisogna che qualcun altro, un amico dell'uomo, patisca la pena dovuta. Il «Figlio di Dio» dice al Padre: Io sono pronto a patire quella pena. Ma quella pena e' la «Morte e la Dannazione Eterna». 
E vero che, per salvare l'uomo, Cristo non può decidere di diventare lui l' «Eterno Dannato»; ma rifiutando di dannarsi eternamente egli non restituisce tutto al derubato, perpetua la rapina e distrugge la Giustizia Divina. La quale esige che il debito sia pagato per intero e che, se la pena dell' uomo e' la «Morte Eterna», l'amico dell'uomo abbia a patire questa pena, e non quella pena inferiore che e' la «Morte del corpo», per giunta seguita dalla sua «Resurrezione». Per salvare l' uomo Dio deve sacrificare la propria Giustizia, giacché per salvare la Giustizia di Dio occorrerebbe che il «Figlio di Dio» fosse «Eternamente Dannato». 
Tommaso d'Aquino discute questa obiezione : Se nessun uomo può caricare su di sé i peccati del mondo e salvare l' umanità , allora nemmeno la morte di Cristo e' in grado di farlo, perché Cristo e' morto in quanto «uomo» e non in quanto «Dio». 
E Tommaso risponde: Sebbene sia vero che Cristo muore soltanto come «uomo», tuttavia la sua morte e' resa preziosa dalla dignità di chi la patisce, che e' il «Figlio di Dio» (op. cit., quarto, 55). Ma questa risposta e' insufficiente, perché se nessun uomo può essere prezioso come quell'uomo che e' Cristo, allora, per questa distanza incolmabile tra Cristo e gli altri uomini, Cristo non e' «Vero uomo», come invece il pensiero cristiano ritiene. E in effetti nessun «Vero uomo» si trova, come invece Cristo si trova, ad essere insieme «Vero Dio». 
Se dunque si volesse usare quella risposta di Tommaso per risolvere la difficoltà che più sopra abbiamo prospettato, si fallirebbe il bersaglio. Se cioè si volesse dire che Cristo, morendo una «Morte temporale» e non quella «Eterna», muore abbastanza, perché la sua «Morte temporale» e' più preziosa di quella di ogni altro uomo e quindi compensa la mancata «Morte Eterna» di Cristo, si perverrebbe daccapo a un Cristo che, nonostante la sua intenzione di essere «Vero uomo», non riesce ad esserlo. 
Non c' e' bisogno di uscire dalla logica del Cristianesimo per scorgere che in esso non ci si libera dall'assurdo di un «uomo» (ossia di un non Dio) che e' insieme Dio. E non e' il caso di affermare che si tratta di un «Mistero». 
Misteri sono le cose irraggiungibili dalla «Ragione umana», che tuttavia non si presentano ad essa come impossibili e contraddittorie (Neque impossibilia, neque incongrua, dice Tommaso). Da quanto stiamo dicendo appare invece che Cristo, il Dio uomo, proprio perché si presenta come una delle cose impossibili e contraddittorie, non riesce ad essere un «Mistero».

giovedì 19 giugno 2014

COSCIENZA E VOLONTA'


Ogni decisione autentica , che prende corpo nell'azione dell'uomo , deve avere alla propria base un «Sapere», ossia un insieme determinato di convinzioni, al cui centro sta lo «Scopo» che si intende realizzare. E, questo, non solo il punto di vista di Heidegger e di Schelling, ma e' anche il modo in cui viene generalmente pensato il rapporto tra la «Coscienza» (il Sapere) e la «Volontà» (la Decisione). Proprio perché sta alla base e illumina le decisioni e l'agire dell' uomo, il «Sapere» non e' il decidere e l'agire. Sono profondamente uniti, ma si distinguono. Il «Sapere» mostra (illumina) lo «Scopo» da realizzare, la decisione e l'agire sono la forza che lo realizza. 
Anche per il Cristianesimo le cose stanno in questi termini. L' apostolo Paolo dice: «Se avessi il dono della Profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la Scienza, e se avessi tutta la Fede, sì da trasportare le montagne, e poi mancassi di Amore, non sarei nulla (1 Corinzi 13)». Tutto ciò che l' Apostolo nomina e che non e' l'Amore, e' appunto il «Sapere». Il «Sapere» deve unirsi all'agire in cui consiste l'Amore e la Buona Volontà. 
Eppure Gesù conferisce alla «Fede» un peso che Paolo sembra sottovalutare e che conduce a concepire in modo del tutto diverso il rapporto tra il «Sapere» e l' «Agire». Maledetto da Gesù , il fico senza frutti e' seccato. E Gesù : «In verità vi dico che se qualcuno dirà a questa montagna: Togliti di là e gettati nel mare, e non avrà alcun dubbio nel suo cuore, ma crederà che quello che egli dice s' abbia a compiere, questo si compirà (Marco 11,20 e seguenti)». Se si ha «Fede» che qualcosa abbia ad accadere, essa accadrà . Purché la «Fede» sia pura, non indebolita da alcun dubbio. 
Questo discorso di Gesù non dice dunque che la «Fede» sta alla Base e illumina la Forza che muove le montagne. Dice che proprio la «Fede» e' questa Forza. E la «Fede» senza dubbi e' la convinzione che la montagna si smuoverà e si getterà nel mare; ossia e' una forma di «Sapere». Per Gesù , l'imperativo , Togliti di là e gettati nel mare , si risolve in un indicativo, cioè nella «Fede», nella convinzione che la montagna si getterà o sta per gettarsi nel mare (indicativo futuro). L' Imperativo, il Comando, la Preghiera, la Volontà , la Decisione sono la maschera, al di sotto della quale non c' e' che la pura convinzione che qualcosa accadrà o sta per accadere nel mondo. Oltre alla forza costituita da questa convinzione, nell'uomo non esiste dunque per Gesù alcun'altra forza mediante la quale l'uomo faccia accadere le cose e gli eventi. 
Gesù aggiunge: «Perciò io vi dico: Tutte le cose che domanderete nella Preghiera abbiate Fede di riceverle, ed esse verranno ad esistere per voi». Anche qui, la domanda che e' presente nella preghiera , la «Volontà» che vi si esprime , e' solo l' aspetto esterno della «Fede» di ricevere le cose richieste; e' solo la maschera della convinzione che esse ci verranno date. Ma la preghiera si rivolge a Dio. Quindi, al di sotto della sua forma esterna, essa e' la convinzione che Dio donerà ciò che l'uomo desidera. Anche per Gesù , infatti, una «Volontà» che voglia ottenere indipendentemente da Dio e' destinata al fallimento. Dunque ogni «Volontà» deve essere una «Preghiera» rivolta a Dio. 
Quindi deve essere la convinzione che Dio concederà quel che gli si chiede. Che non potrà mai essere in contrasto con la «Volontà» di Dio. La «Volontà» di Dio e' fatta: questo e' appunto ciò di cui e' innanzitutto convinto chi «Prega» autenticamente. E la pura convinzione che accadano certi eventi , e propriamente che Dio li faccia accadere, quando si ritiene che siano compatibili con la sua «Volontà» , e' l'unica condizione perché essi accadano. Anche quando perdona le offese, Ama i propri nemici, miete il grano e attinge l' acqua, la «Volontà» che ha Fede e' essenzialmente e unicamente la convinzione che Dio concede all'uomo certi eventi: il Perdono, l' Amore, il Grano, l' Acqua. Se l'uomo e' convinto che tali eventi gli accadano (ed e' più difficile perdonare e amare che smuovere le montagne), essi accadranno. Un Paradosso, si dirà : tutt' al più un' iperbole, una metafora. Come e' possibile che le montagne si smuovano, solo perché l'uomo e' convinto che si smuoveranno? Eppure questo discorso di Gesù non può essere liquidato così alla svelta. Anzi esso indica ciò che accade in ogni azione e in ogni decisione che credono di saper realizzare ciò che esse vogliono. 
La cosiddetta «Forza della Volontà» e' appunto, una maschera, al di sotto della quale non c' e' che la «Fede», cioè la convinzione che qualcosa abbia ad accadere. L' uomo non produce (ma nemmeno un Dio può produrre): Prevede , con gli occhi della «Fede». Per chi, come Gesù , crede in Dio, la sua «Volontà» e' , propriamente, la «Fede» che, a far accadere le cose, sia la forza di Dio. Per gli altri, la loro «Volontà» e' , propriamente, la «Fede» di possedere la forza che le fa accadere. Certamente, tale «Fede», come ogni «Fede», non ha «Verità» . Ma, quando essa accade (ad esempio quando accade la convinzione che il grano sarà mietuto e l' acqua attinta) essa e' seguita a volte da eventi, nei quali si crede di aver ottenuto quanto ci si era proposti di realizzare. Ci si illude di aver trasformato l'Essere delle cose; e su questa illusione e' fondato tutto ciò che viene chiamato «Potenza», «Successo», «Vittoria», «Dominio del Mondo».

venerdì 13 giugno 2014

IL DILEMMA DELLA PREGHIERA


Alla fine del Vangelo di Marco (16,16-17) Gesù dice: «Chi crederà sarà salvo, chi non crederà sarà condannato». Ma, prima di questa sentenza, il testo racconta come Gesù abbia unito strettamente e sorprendentemente il tema del «Credere» a quello della «Preghiera». In quanto inseparabile dalla «Fede», la «Preghiera» sta, dunque, al centro di ciò che più conta: la «Salvezza Eterna». In quel testo Gesù dice: «Abbiate Fede in Dio. In verità vi dico che se qualcuno dirà a questa montagna: "Togliti di lì e gettati nel mare" e non avrà alcun dubbio nel suo cuore, ma crederà che quel che dice s' abbia a compiere, questo gli accadrà. Perciò vi dico: tutte le cose che chiederete nella “Preghiera” abbiate fede di ottenerle e le otterrete. E quando vi accingete a pregare, perdonate, se avete qualcosa contro qualcuno, affinché il Padre vostro che è nei cieli perdoni i vostri peccati». 
Chiedere a Dio qualcosa è pregare. Se si prega Dio di avere da lui qualcosa che egli non vuol dare, non si potrà mai essere esauditi. A Dio si può chiedere, dunque, solo quel che egli vuol dare. Si può volere solo quel che egli vuole. Se Gesù dice che chi crede sarà salvo, egli vuole la salvezza dell'uomo. Quel suo dire è, cioè, un comandare all'uomo di «Credere». Non lo lascia solo, dunque, a trovare la forza che lo porti a «Credere». Vuole che creda. E quindi, pregando, l'uomo deve innanzitutto chiedere, senza aver dubbi, di «Credere» e otterrà di essere un «Credente», cioè salvo. 
E nemmeno spezza in due il Padre Nostro, come se nella prima parte volesse che sia fatta la «Volontà di Dio», ma nella seconda gli dicesse quel che vuole lui, il pane quotidiano, la liberazione dal male ecc. Infatti, se Gesù gli comanda di chiedere il pane, è perché sa che il Padre vuole che l'uomo abbia il pane. Lo stesso si dica per gli altri doni richiesti. Anche per quello espresso dalle parole: «E perdona a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Infatti nella «Preghiera» autentica l' uomo può chiedere di essere perdonato solo se sa che Dio vuole perdonarlo. 
La «Preghiera» di Gesù contiene dunque anche l'implicazione, vincolante e compromettente, tra il perdono per i propri debiti, che un uomo chiede a Dio, e il perdono, da parte di quest'uomo, dei debiti che gli altri hanno nei suoi confronti. Perdonami come io perdono, dice quell'uomo. Egli chiede perdono perché sa che Dio vuole perdonarlo. Tutto questo significa che, quando, nella «Preghiera» di Gesù, l' uomo chiede a Dio di perdonare i propri debiti come egli perdona quelli dei propri debitori, è necessario che l'uomo creda che Dio vuole che egli abbia la forza di perdonarli. 
Anche il perdono delle offese è, dunque, qualcosa che l'uomo chiede a Dio, sapendo che anche questa sua capacità di perdonare è voluta da Dio e che, quindi, egli la otterrà. L' uomo è salvo solo se ha «Fede» nel Figlio di Dio. Ma la «Fede» è inseparabile dalla «Volontà» che vuole quello che è voluto da Dio e la «Preghiera» è quel mettersi in rapporto con Dio, dove non solo si dice di volere quel che Dio vuole, ma lo si vuole effettivamente, cioè si perdona il prossimo, lo si ama e si fa tutto ciò che Dio prescrive. E, volendo tutto questo, si è convinti di ottenerlo, giacché chi crede di volere quel che è voluto da Dio non può pensare che Dio non sia capace di ottenere quel che vuole. Ma è anche necessario che chi vuole che sia fatta la «Volontà di Dio», sia convinto di essere il giusto, il buono, il santo . Convinto di essere il giusto che perdona le offese e ama il suo prossimo, chi prega nel modo dovuto agisce nel mondo e si imbatte in situazioni via via diverse, portando sempre con sé quella convinzione. 
Per Gesù la Politica è innanzitutto perdonare le Offese e Amare. Ma che una certa azione sia un'offesa, una cert'altra sia un perdono o una forma di amore è chi agisce nel mondo a doverlo decidere! A questo punto chi presta ascolto alla parola di Gesù si trova davanti a due strade; dunque a un «Dilemma». O rinuncia a credere che il modo in cui egli decide di considerare offesa, perdono, amore certe azioni sia esso stesso un volere ciò che Dio vuole; oppure non compie questa rinuncia e crede che tutto quello che egli vuole e fa sia voluto da Dio. 
Nel primo caso, non può più credere , in relazione alle valutazioni e decisioni che egli, da solo, deve adottare nel mondo , nell' identità tra la «Volontà» propria e quella di Dio: rinuncia a credere e, quindi, a pregare nel modo autentico; rinuncia, pertanto, alla propria «Salvezza». 
Nel secondo caso, crede che ogni sua azione privata o pubblica sia la «Volontà di Dio» e che, quindi, egli sia il giusto, il buono, il santo che sa capire quando un' azione è offesa, perdono, amore e, dunque, sa realizzare il regno di Dio in terra. Certo, il «Cristiano» si ritrae da entrambe queste strade, anche se entrambe sono una tentazione costante. Tenterà di andare un po' sull'una e un po' sull'altra. Ma proprio per questo non tradirà forse la propria «Fede» e «Coerenza»?