sabato 7 aprile 2018

ESDRA



Il libro storico che ora si apre davanti a noi è l’ideale continuazione delle Cronache e quindi è da ricondurre all’ambito sacerdotale. Esso porta il nome di uno dei protagonisti della rinascita d’Israele, rientrato dall’esilio babilonese nella terra dei padri in seguito alla politica liberale dei re di Persia nei confronti degli Ebrei deportati. Si tratta del sacerdote Esdra, che appare sulla ribalta a partire dal capitolo 7, ma che sarà attivo anche nel libro successivo di Neemia. Siamo, infatti, in presenza di due opere così collegate tra loro che l’antica versione greca della Bibbia detta dei “Settanta” le ha unite in un solo volume di 23 capitoli.

I problemi storici posti da queste due opere sono molto complessi, anche perché esse rimandano spesso a documenti d’archivio dell’impero persiano, stesi in lingua aramaica, la lingua diplomatica di allora. Si comincia proprio con il celebre editto di Ciro (538 a.C.), che concesse agli Ebrei di poter rientrare in patria e ricostruire quel tempio che i Babilonesi avevano distrutto nel 586 a.C. L’erezione avviene in mezzo a gravi difficoltà interne e ostilità delle popolazioni locali, ma ha il suo compimento nel 515 a.C. È quello che verrà chiamato il “secondo tempio”.

Decenni dopo entra in scena Esdra, che dalla Persia giunse a Gerusalemme per rinverdire la fede d’Israele, che si era appannata in quegli anni. Stando al dato biblico egli interviene durante il regno di Artaserse: tradizionalmente si pensa che sia Artaserse I (465-424 a.C.), ma alcuni studiosi ritengono che si tratti di Artaserse II (404-358 a.C.). In quest’ultimo caso la figura e l’opera di Neemia sarebbero da anticipare rispetto a Esdra. Sta di fatto, comunque, che questo sacerdote compie un’azione di forte ricostituzione della comunità ebraica.

Con molta fermezza egli impedisce ogni cedimento nei confronti della purezza religiosa, introduce una rigorosa riforma dei matrimoni misti, spezzando tutte le famiglie che avevano al loro interno mogli e madri straniere, così da dar origine a una nazione sacra, retta solo dalla legge divina, chiusa e compatta al suo interno. Nasce, ora, quello che verrà chiamato il “giudaismo”. 
     
Nota Finale

Il libro di Esdra e quello successivo di Neemia sono la continuazione delle Cronache e descrivono il ritorno dei Giudei dall’esilio di Babilonia e la ricostruzione di un nuovo stato ebraico. Nel 586 a.C. i Babilonesi hanno sottomesso Giuda, ma sono sconfitti a loro volta da Ciro, re di Persia, il quale emana nel 538 a.C. un editto che autorizza gli Ebrei a tornare nel loro paese. Un primo gruppo di rimpatriati si accinge alla ricostruzione del tempio di Gerusalemme, sotto la guida di Sesbassar, ma incontra la forte opposizione della popolazione locale e deve interrompere i lavori.

Durante il regno di Dario I (521-485 a.C.), altri Ebrei tornano in patria e, capeggiati da Zorobabele e dal sommo sacerdote Giosuè, riescono a completare la ricostruzione del tempio nella primavera del 515 a.C. Più tardi rientra in Giudea un terzo gruppo di esiliati guidati da Esdra, un alto esponente del sacerdozio, il quale restaura la più rigorosa osservanza della legge mosaica e introduce riforme riguardanti in particolare i matrimoni misti. L’unione con donne straniere è una minaccia di contaminazione per il popolo eletto, perciò Esdra chiede che le mogli non ebree vengano allontanate. In questo difficile periodo storico-politico, il giudaismo si chiude in forme di rigorismo religioso per conservare la propria identità.  




domenica 25 marzo 2018

CRONACHE 1-2



I libri delle Cronache (in ebraico letteralmente si ha l’espressione “Atti [o “parole”] dei giorni”) ci riproporranno una serie di vicende che ormai conosciamo attraverso la lettura già compiuta sui libri di Samuele e dei Re. In realtà, non siamo in presenza di una pura e semplice riedizione di quanto aveva scritto la Tradizione Deuteronomistica, che, come sappiamo, era alla base di Samuele-Re. All’origine delle Cronache, infatti, c’è la Tradizione Sacerdotale, sorta durante l’esilio di Babilonia (VI secolo a.C.): essa non aveva solo codificato la sostanza della legge dell’Israele biblico rientrato nella terra promessa, ma si era votata anche a un progetto storico che disegnasse tutta la vicenda d’Israele.

Lo scopo di questa ricostruzione non era strettamente storico, ma religioso. È così che la selezione e l’elaborazione dei dati sono libere e finalizzate a esaltare soprattutto il tempio e il culto di Gerusalemme, come cuore della fede e dell’esistenza dell’Israele post-esilico. La figura di Davide domina il primo libro delle Cronache ed è preceduta da una lunga serie di liste genealogiche che risalgono fino ad Adamo, così da inserire il re nel piano generale della salvezza divina. L’opera di Davide è ridotta dal Cronista quasi esclusivamente alla progettazione del tempio e del culto gerosolimitano in tutte le sue forme.

Sarà suo figlio Salomone a «costruire una casa per il nome del Signore», e il racconto della sua impresa occupa i primi otto capitoli del secondo libro delle Cronache. Nel resto dell’opera si concentra tutta la storia del regno di Giuda fino all’esilio babilonese e alla speranza segnata dall’editto di Ciro (538 a.C.), che permetteva agli Ebrei di rientrare a Gerusalemme. Del tutto ignorata è, invece, la vicenda del regno separatista settentrionale di Israele.

Siamo, quindi, di fronte a una storia “sacra”, dominata dalla presenza del Signore nel tempio, emblema di fiducia per quegli Ebrei che nel IV secolo a.C. (tempo probabile di composizione delle Cronache) vivevano con difficoltà nella loro terra. La storia è, quindi, interpretata alla luce della fede.
    
Note Finali

«Primo libro delle Cronache». I due libri delle Cronache, che in origine formavano un’unica opera, trattano lo stesso periodo di storia considerato da Re. Gli ignoti autori, però, che scrivono nel IV o III sec. a.C., dopo il ritorno dall’esilio di Babilonia, elaborano e modificano le fonti storiche per adattarle alla situazione del proprio tempo e a un preciso disegno teologico: rafforzare la debole comunità ebraica, rinnovando la coscienza di una identità nazionale e la fede tradizionale nell’unico Dio d’Israele. Feroce, perciò, è la condanna dell’idolatria, mentre grande risalto viene dato al culto legittimo nel tempio di Gerusalemme. Il primo libro delle Cronache è incentrato sulla figura di Davide – re messianico e simbolo della perenne alleanza con Dio – di cui viene esaltata la grandezza trascurandone le colpe. Particolare attenzione è dedicata ai preparativi intrapresi da Davide per la costruzione del tempio e ai riti che vi si dovranno celebrare. Questo interesse per il tempio e per il culto fa pensare che gli autori delle Cronache appartenessero alla classe sacerdotale.
  
«Secondo libro delle Cronache». Il libro si apre con la descrizione della grandezza di Salomone, figlio di Davide, sottolineandone lo zelo nella costruzione del tempio, e prosegue con la narrazione degli eventi che portano alla divisione del regno. Tuttavia in 2Cronache il regno settentrionale di Israele viene quasi completamente ignorato, e questo perché le tribù del nord, avendo abbandonato il vero Dio, non rappresentano più il popolo del Signore. Gli abitanti del regno meridionale di Giuda, invece, che pure ricadono periodicamente nell’idolatria, rimangono il popolo eletto anche quando vengono condotti in esilio. Gli ignoti autori delle Cronache ribadiscono la tesi del Deuteronomio secondo cui la rovina della nazione è conseguenza del suo peccato, mentre la fedeltà alla legge dei padri porta la benedizione di Dio. A conclusione del libro è riportato l’editto del re persiano Ciro, che permette ai Giudei esuli di fare ritorno in patria.



martedì 13 marzo 2018

RE 1-2



Continuazione ideale di quelli di Samuele, i due libri dei Re descrivono la vicenda del popolo ebraico dal X al VI secolo a.C. Si parte con la difficile successione a Davide che vede, però, l’imporsi della grande figura di Salomone e si approda alla tragica data del 586 a.C., allorché Gerusalemme e il suo tempio vengono distrutti dai Babilonesi e gli Israeliti sono condotti in esilio a Babilonia. All’interno di questi due estremi si dipana un filo molto ampio di eventi storici interrotti da alcune “oasi” narrative di particolare bellezza e respiro.

Gli eventi hanno una loro radice, non certo positiva, nella netta frattura che si consuma alla morte di Salomone. Le mai sopite tensioni tribali e l’inettitudine del successore Roboamo fanno sì che si giunga a uno scisma che dà origine a «due regni» spesso in lotta tra loro, quello settentrionale (chiamato “regno d’Israele” e avente più tardi per capitale Samaria) e quello meridionale, il “regno di Giuda”, centrato su Gerusalemme, sull’omonima tribù e sulla dinastia davidica.

L’autore biblico – che, come si è detto per i libri di Samuele, appartiene all’ambito religioso che ha prodotto il Deuteronomio e che perciò è definito come “deuteronomista” – per ricostruire queste vicende attinge a materiali d’archivio e a memorie storiche, usa schemi fissi nel delineare i vari sovrani che salgono sui due troni d’Israele e di Giuda, ma soprattutto seleziona, ordina e interpreta gli eventi in chiave religiosa. La promessa divina alla dinastia davidica, la fedeltà alla purezza della fede biblica, la lotta all’idolatria sono i cardini della sua interpretazione.

È inevitabile che il giudizio sia spesso duro nei confronti dei vari re, in particolare di quelli del regno settentrionale, più inclini al compromesso religioso ed esclusi dalla promessa fatta a Davide e ai suoi discendenti. I due libri contengono poi al loro interno, come sopra si diceva, alcune “oasi” narrative. Si tratta di vere e proprie “agiografie”, cioè biografie esemplari, vivaci e appassionate di profeti santi come Elia ed Eliseo, le cui vicende sono descritte talora con il genere dei “Fioretti” (I “Fioretti” sono un genere letterario piuttosto diffuso nell'agiografia medievale. Il titolo richiama appunto una raccolta di piccoli fiori, ovvero degli episodi più belli e significativi della vita di un santo o di profeti; o forse di quelli che più di altri son tali da suscitare la devozione nell'anima di chi legge), altre volte con la rappresentazione della libertà e della potenza della Parola di Dio che, attraverso loro, si rivolge a Israele.
 
Note Finali

«Primo libro dei Re». I due libri dei Re abbracciano gran parte del periodo storico in cui il popolo ebraico è retto da una monarchia e, più precisamente, i quattro secoli che vanno dalla morte di Davide (972 a.C. circa) alla distruzione di Gerusalemme (586 a.C.) e alle deportazioni in massa a Babilonia. Si parte quindi dalla cronaca di un regno solido e unito, che conosce splendori mai visti sotto Salomone, ma che già alla sua morte si scinde nei due regni di Giuda e di Israele. Il primo è retto dalla dinastia davidica e ha per capitale Gerusalemme, mentre il secondo è travagliato da continui colpi di stato e dal IX sec. a.C. in avanti ha come capitale Samaria. È una storia di fasti e decadenze, in cui le vicende dei due regni vengono trattate parallelamente attingendo a fonti storiche, ma in cui la visione degli avvenimenti è eminentemente religiosa. Ogni re è valutato sul metro della sua obbedienza al volere divino: quando l’alleanza con Dio viene tradita, ciò si traduce in lutti e rovine. Questo è il messaggio dell’anonimo autore dei Re, i cui due libri in origine ne formavano uno solo, composto presumibilmente intorno al 600 a.C.
    
«Secondo libro dei Re». La crescente espansione degli Assiri, prima, e dei Babilonesi, poi, porta al crollo finale dei regni di Israele e di Giuda. Nel 721 a.C. Samaria è conquistata dal re assiro Sargon II e, dopo alterne vicende, anche il regno di Giuda viene sconfitto dal re babilonese Nabucodonosor nel 586 a.C. Questo tracollo, nell’ottica religiosa dell’autore, è causato dalle ripetute cadute del popolo ebraico e dei suoi sovrani nel peccato di idolatria. Un giudizio positivo è riservato soltanto ai pochi personaggi che si ergono a difesa della vera religione, come il profeta Eliseo, che si oppone strenuamente ai culti cananei e fenici introdotti dalla regina Gezabele, e il re di Giuda Giosia, che restaura il tempio di Gerusalemme e attua una profonda riforma religiosa rinnovando l’alleanza con Dio. Il libro si chiude con una nota di speranza quando il successore di Nabucodonosor libera dal carcere l’ultimo re legittimo di Giuda, Ioiachin, preludendo a un futuro migliore per il popolo di Dio in esilio. 




sabato 10 marzo 2018

SAMUELE 1-2



I due libri di Samuele costituiscono, con i successivi due libri dei Re, un’opera continua, tant’è vero che l’antica traduzione greca della Bibbia, detta dei “Settanta”, e quella latina, la “Vulgata” di san Girolamo, hanno preferito chiamarli i quattro libri dei Re. Anche se si nota una diversità nelle due parti, a causa dell’evoluzione storica e dei dati più abbondanti di cui l’autore viene in possesso, Samuele-Re sono da ricondurre a un unico progetto, quello di abbozzare la vicenda d’Israele sotto il regime monarchico. I libri di Samuele sono la descrizione molto appassionata e ricca di spunti religiosi delle origini della monarchia.

Descrizione religiosa perché gli autori, che appartengono allo stesso ambito in cui è fiorito il Deuteronomio e che perciò sono chiamati convenzionalmente storici “deuteronomistici”, autori già dei precedenti libri di Giosuè e dei Giudici, sono preoccupati di offrire non solo dati storici – che anche in epoca anteriore allo scrittore sacro non erano stati conservati rigorosamente come farebbe uno storico moderno –, ma soprattutto la loro interpretazione religiosa, il loro significato all’interno della vicenda d’Israele, un popolo collegato a un progetto divino.

Il racconto, spesso affascinante, si svolge per quadri e personaggi: la divisione in due libri permette in modo un po’ semplificato di far emergere i tre attori capitali. L’ultimo giudice e primo profeta, Samuele, e il primo sfortunato re, Saul, occupano sostanzialmente il primo libro, mentre il secondo è dominato dalla figura grandiosa di Davide, la cui presenza però era già significativa nel primo volume.

Incastonati nel racconto si incontrano canti come quello di Anna, madre di Samuele, o come l’elegia di Davide (componimento poetico, lirico) per la morte di Saul; si trovano episodi avvincenti e tragici come quello della morte di Saul o della ribellione di Assalonne al padre Davide; si scoprono pagine di alto significato religioso come l’oracolo che il profeta Natan indirizza a Davide promettendogli la presenza divina all’interno della sua discendenza (2Samuele 7). Sarà proprio questo testo a illuminare la figura di Davide e a renderla immagine di riferimento – al di là dei suoi limiti e dei suoi peccati – della speranza messianica.   

Note Finali

«Primo libro di Samuele». Il periodo storico trattato nel primo libro di Samuele è caratterizzato da un importante avvenimento: la nascita della monarchia in Israele. Questo regime, se ha il pregio di dare unità alla nazione ebraica, al tempo stesso è fonte di intrighi e ribellioni fra le tribù, che vedono minata la loro autonomia, e suscita opposizioni specie da parte della classe sacerdotale, che intravede in esso il pericolo dell’idolatria. Il libro, dopo la narrazione della storia di Samuele, ultimo giudice e profeta del popolo ebraico, è dominato dalla figura al tempo stesso nobile e tragica di Saul, primo re d’Israele, che il potere finirà per corrompere e al quale sarà riservata una fine drammatica, mentre sull’orizzonte del popolo di Dio sorge e si consolida l’astro di Davide. Al di là dei fatti narrati, di grande valore letterario e storico, giunge chiaro il monito divino sulla fragilità e corruttibilità dell’animo umano. Il primo e il secondo libro di Samuele originariamente costituivano un’opera unica. La loro redazione finale risale al VI secolo a.C. e abbraccia circa due secoli della storia di Israele. (XI-X secolo a.C.).














«Secondo libro di Samuele». Tutto il secondo libro di Samuele è dominato dalla grande figura di Davide, eroe glorioso e tuttavia umanissimo per le passioni che lo travolgono e che spesso lo trascinano a compiere azioni anche ignobili. Alla morte di Saul, Davide diventa dapprima soltanto re di Giuda, e solo dopo una guerra vittoriosa contro la casa di Saul sarà proclamato re anche d’Israele, con Gerusalemme, città da lui conquistata, come centro politico e religioso del nuovo stato. I quarant’anni del regno di Davide sono segnati da vari eventi, e buona parte di 2Samuele è dedicata al racconto dei contrasti familiari e dei problemi politici che lo travagliano. Il contributo teologicamente più significativo del libro consiste nella profezia fatta a Davide di una discendenza che non si spegnerà mai. Questa promessa sarà il fondamento per lo sviluppo del messianismo regale in tutta la Bibbia: si preparano, così, gli elementi per la comprensione della figura del Cristo, «figlio di Davide». 


  

venerdì 2 marzo 2018

RUT



Libretto di straordinaria freschezza e intensità religiosa e sociale, Rut ha al centro una storia d’amore che una vedova straniera, la protagonista Rut, originaria di Moab, vive con un ricco proprietario terriero di Betlemme. Già sposata nella sua terra con un emigrante ebreo morto quando lei era ancora giovane, decisa a ritornare con la suocera ebrea Noemi nella patria di suo marito, Rut vive una vicenda d’amore con il betlemita Booz sullo sfondo d’un estate gioiosa, in mezzo ai campi nei quali cerca di raccogliere, attraverso la spigolatura, la possibilità di sussistenza per lei e per la suocera.

Un elemento di attesa è rappresentato dalla legge del levirato (codificata nel libro del Deuteronomio 25,5-10), che impone al parente prossimo di un uomo morto senza figli di contrarre matrimonio con la vedova, per assicurare al defunto una discendenza. Booz è parente del marito di Rut, ma c’è un altro congiunto più stretto. Alla porta del villaggio, ove ferve la vita civile, avviene l’attesa soluzione del caso e, alla fine, ecco la nonna Noemi che stringe tra le braccia felice il piccolo Obed, nato dal matrimonio finalmente raggiunto tra la nuora Rut e Booz.

È proprio a questo bambino che il racconto stupendo di Rut ci vuole condurre perché, come dice la genealogia che sigilla il libro, Obed fu il padre di Iesse, colui che a Betlemme genererà il futuro re Davide. Si comprende, allora, che il libretto di Rut non è semplicemente un quadretto d’amore paesano ma un testo religioso, legato alla dinastia davidica e alla speranza messianica.

È anche per questo che il libro di Rut è stato inserito dalla tradizione giudaica tra le cinque «Meghillot», cioè i cinque “Rotoli” che comprendono il Cantico dei cantici, Rut, le Lamentazioni, il Qohelet ed Ester, testi biblici particolarmente cari alla liturgia della sinagoga. Il “rotolo” di Rut è letto nella festa di Pentecoste o festa delle Settimane, forse per lo sfondo naturale che evoca, quello della mietitura, tempo in cui si celebra quella solennità.

Nota Finale

Di autore sconosciuto, il libro di Rut è considerato uno dei capolavori della letteratura idillica di tutti i tempi. Narra la storia di una giovane appartenente al popolo dei Moabiti, nemici di Israele – e pertanto considerata una “straniera” dagli israeliti – e del modo con cui essa, per le grandi doti del suo animo, abbia meritato non solo di essere accolta nel popolo di Dio, ma sia entrata anche a far parte della genealogia di Davide e quindi di Gesù Cristo.

L’opera testimonia come la misericordia del Signore si estenda anche allo straniero e annuncia il messaggio della salvezza universale che sarà poi attuato nei Vangeli. Il riferimento a Davide e alla sua antenata è stato interpretato dal Cristianesimo come una prefigurazione simbolica di Cristo e di Maria. I fatti narrati nel libro di Rut si svolgono nell’ultimo periodo dei Giudici, prima del 1000 a.C., ma certe particolarità linguistiche ne fisserebbero la data di composizione intorno al VI secolo a.C.  












   

domenica 25 febbraio 2018

GIUDICI



Lasciate alle spalle le pagine gloriose della conquista della terra di Canaan e quelle più minuziose della ripartizione del territorio tra le dodici tribù – eventi che erano descritti nel precedente libro di Giosuè –, ci incontriamo ora con i primi tempi dell’esistenza di Israele nella terra promessa. Tempi non facili, perché la conquista non era stata definitiva e rimanevano ampie zone occupate dalle popolazioni indigene, soprattutto i Cananei e i Filistei, che attendevano il momento della rivincita. Il libro dei Giudici vuole appunto rappresentare con esempi significativi quel periodo storico che va dal XIII alla metà circa dell’XI secolo a.C.

E lo fa attraverso una serie di personaggi chiamati “giudici”: in ebraico il termine di per sé rimanda all’idea del “governare”, di cui il “giudicare” è l’atto più alto. Si tratterebbe, perciò, di “governatori” tribali, distinti secondo due modelli diversi. Da un lato ci sono quelli che sono stati detti “giudici maggiori”, come Debora, Gedeone, Iefte, Sansone: sono figure carismatiche, straordinarie, misteriosamente chiamate da Dio per una missione di salvezza per alcune tribù d’Israele in gravi difficoltà. Una volta compiuta la loro opera di liberazione, essi rientrano nella vita ordinaria.

D’altro canto, invece, si incontrano figure di giudici cosiddetti “minori”, dai nomi meno celebri e simili a governatori di clan. Senza particolari atti grandiosi, essi gestiscono il potere delle loro tribù. Il libro, che ha al suo interno narrazioni stupende, documenti arcaici riguardanti anche tensioni e lotte intestine tra le varie tribù israelitiche e memorie locali, è sorto in quella specie di “scuola” religiosa che ha dato origine al Deuteronomio.

È per questo che si usa parlare di “Deuteronomista” per indicare l’autore del libro dei Giudici come di quello di Giosuè e dei successivi scritti storici. Come si può vedere leggendo il prologo del capitolo 2, egli narra la storia d’Israele alla luce della sua fede. Al peccato d’idolatria perpetrato da Israele, attratto dai culti dei Cananei, subentra il giudizio divino che si manifesta nell’oppressione. Al pentimento d’Israele succede la liberazione offerta da Dio attraverso l’opera dei Giudici.

Nota Finale

Dopo la Morte di Giosuè, il Signore suscita dal suo popolo dodici “giudici”, il cui compito non è soltanto quello di comporre dispute e vertenze giudiziarie: i giudici, infatti, sono soprattutto condottieri, in quanto gli Israeliti sono continuamente sottoposti agli attacchi dei popoli vicini. Si possono in pratica distinguere due tipi di giudici: ci sono giudici di normale amministrazione, che esplicano la funzione di governatori (come Otniel, Eud, Samgar) e giudici eletti in momenti critici con poteri su più tribù (come Debora, Gedeone, Iefte).

Il libro, opera di un autore sconosciuto, narra imprese grandiose (come quelle di Debora, di Gedeone e di Sansone) senza preoccupazioni di carattere storico, ma con l’unico intento di inculcare nel popolo un insegnamento di fondamentale importanza morale e teologica: la stretta concatenazione di peccato, castigo, ravvedimento e liberazione dimostra come l’obbedienza ai comandamenti divini significhi "salvezza" e "prosperità" per il popolo, mentre la disobbedienza sfocia nel "disastro". Nell’opera confluiscono anche tradizioni tribali particolari.        






sabato 17 febbraio 2018

GIOSUÈ



Il successore di Mosè nel guidare Israele all’interno della terra promessa, Giosuè (in ebraico “il Signore salva”), dà il nome a questo libro che apre la serie dei cosiddetti “libri storici” dell’Antico Testamento. Molti studiosi sono convinti che quest’opera, come quelle che seguiranno, è frutto di una specie di “scuola”, cioè di un particolare ambito religioso e letterario definito convenzionalmente come deuteronomistico. Sarebbe, quindi, da ricondurre alla stessa sorgente  da cui è nato il Deuteronomio che abbiamo già commentato, sia pure con particolari caratteristiche e specificità. Questa scuola avrebbe operato nel regno di Giosia (fine VII secolo a.C.) sino al momento della distruzione di Gerusalemme e l’inizio dell’esilio (VI secolo a.C.).   

Il libro di Giosuè si svolge nettamente in due tappe. Nella prima – che occupa i capitoli 1-12 – si descrive la conquista della terra di Canaan da parte di Israele. È un atto dipinto spesso con colori epici e trionfali (si pensi solo al celebre episodio delle mura di Gerico o a quello della battaglia di Gabaon col grido: «O sole, fermati su Gabaon»). I dati storici, che pure non mancano, sono sottoposti a una rielaborazione di tipo religioso. La visione generale è quella di un popolo compatto che conquista tutta la terra di Cannan in una operazione militare costante e continua.

In realtà, nel testo stesso si hanno tracce di una conquista più complessa e lenta, variamente interpretata dagli studiosi. Essa comprende anche sconfitte e alleanze (si pensi a quella con gli abitanti di Gabaon) e lascia spazi liberi che verranno colmati solo più tardi. 

La seconda tappa – che occupa i capitoli 13-24 – comprende invece l’atto di ripartizione del territorio conquistato tra le varie tribù e si conclude con la solenne assemblea di Sichem, nel centro della terra promessa, ove tutto il popolo rinnova ufficialmente la sua alleanza col Signore. Da quel momento inizia la storia di Israele nella terra promessa.

Nota finale

Il libro narra la storia dell’ingresso degli israeliti nella terra di Canaan e della sua successiva conquista sotto la guida di Giosuè, eletto capo come successore di Mosè. Tra i fatti più noti del libro vi sono il passaggio miracoloso del Giordano, la caduta di Gerico e la divisione del territorio fra le dodici tribù israelite. Alla fine del libro, poco prima della sua morte, Giosuè convoca tutto Israele in solenne assemblea a Sichem, dove il popolo rinnova l’alleanza con il Signore già stipulata sul monte Sinai. 

Dalla lettura del libro si ricava l’impressione che Israele abbia conquistato tutta la terra di Canaan nel giro di pochi anni, tuttavia il successivo libro dei Giudici lascia capire come in realtà la conquista sia avvenuta più lentamente e in modo precario e incompleto. Gli eroici e vittoriosi episodi narrati mirano a sottolineare che tutti i successi sono dovuti al fatto che il Signore combatte per Israele, mentre gli insuccessi derivano dall’infedeltà del popolo alla sua alleanza. Alcune fonti del libro risalgono al IX secolo a.C., o anche prima, ma esso non prese la forma attuale fino al VI secolo a.C.  




































domenica 11 febbraio 2018

DEUTERONOMIO



Infelicemente intitolato Deuteronomio, cioè “seconda legge”, dall’antica traduzione greca detta dei “Settanta”, il quinto libro della Bibbia – che sigilla il Pentateuco o Torah o Legge, cioè i primi cinque libri biblici particolarmente venerati dalla tradizione giudaica e cristiana – sarebbe meglio definito col titolo ebraico, “Debarim” («parole», «discorsi»). Infatti l’opera si presenta come una serie di discorsi messi in bocca a Mosè, al cui interno vengono presentate le leggi che devono reggere Israele. Esse, però, sono affidate al popolo con particolare passione e intensità. L’ascoltatore è invitato ad aderire ad esse con amore e fedeltà: è per questo che è continuamente interpellato ora col “tu” ora col “voi” («Ascolta … Ricordati … Ama … Osservate … Non dimenticate … Seguite la strada del Signore …»).

Il libro rivela, infatti, un suo linguaggio particolare, segnato da una calorosa partecipazione: «Ascolta Israele … Il Signore tuo/nostro/vostro/ Dio (più di 300 volte) … Amare il Signore … con tutto il cuore e con tutta l’anima … La terra in cui entrate per prenderne possesso … Camminare nelle vie del Signore … Temere il Signore». L’opera è costruita, come si diceva, su tre grandi discorsi di Mosè (capitoli 1-4; 5-28; 29-30), conclusi da una serie di testi riguardanti questa celebre guida dell’esodo e la sua morte. Ma in filigrana si riesce anche a intravedere un altro schema su cui il Deuteronomio viene ordinato.

È quello dei cosiddetti “trattati di alleanza”. Si comincia evocando gli atti di liberazione e di salvezza compiuti dal Signore per il suo popolo (capitoli 1-11); si prosegue con la carta dei doveri di Israele, cioè le leggi da osservare (capitoli 12-26); si conclude con le benedizioni e maledizioni in caso di fedeltà o di ribellione alla legge del Signore (capitoli 27-30).

Si è pensato che la sostanza dei precetti che si leggono nel Deuteronomio sia da cercare in quel “libro della legge” ritrovato dal re Giosia nel tempio di Gerusalemme nel 622 a.C. (vedi 2Re 22). Certo è che quest’opera biblica rivela una sua originalità, tant’è vero che gli studiosi parlano di una vera e propria “scuola deuteronomica” che ha prodotto questo e altri scritti biblici, come avremo occasione di dire. Un’opera che tocca il cuore, che celebra la libera scelta della volontà di Dio, che esalta un Dio vicino a Israele, «il più piccolo di tutti i popoli della terra», ma eletto dal Signore per amore.

Nota finale

Il Deuteronomio – ossia “seconda legge” – attraverso una serie di veri e propri sermoni pronunciati da Mosè sviluppa la legge proclamata sul monte Sinai e riassume i precedenti eventi della storia di Israele. Gli israeliti stanno per entrare nella terra di Canaan, dove si stabiliranno, e Mosè parla loro per l’ultima volta. Ricorda la potenza e il provvidenziale aiuto di Dio, li mette in guardia dalle tentazioni che troveranno nel paese di Canaan e li esorta a rimanere fedeli al Signore, perché solo così sarà possibile la loro vita nella terra promessa.

La datazione di questo libro è fissata generalmente al VII secolo a.C., quantunque esso si basi su tradizioni assai più antiche. Il tema religioso dominante del volume, visibile anche attraverso la sua trama generale, è quello dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. L’impegno richiesto è personale: per questo l’autore usa spesso il discorso diretto. Il caratteristico stile oratorio del libro, in cui viene ribadito con forza il “Monoteismo” più assoluto, lo distingue dagli scritti del Pentateuco. Agli albori del Cristianesimo, il Deuteronomio ha diviso con i Salmi una posizione di preminenza tra i libri dell’Antico Testamento. Gesù stesso si riferisce a esso nel superare le tre tentazioni del diavolo nel deserto e nello spiegare il primo e più grande comandamento: «Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze».  



domenica 4 febbraio 2018

NUMERI



Il Censimento delle tribù d’Israele accampate ai piedi del Sinai, descritto nei primi quattro capitoli, ha contribuito a dare a questo libro il titolo poco entusiasmante di «Numeri». Così almeno ha fatto l’antica versione greca della Bibbia, perché nella tradizione ebraica il titolo è più significativo ed è desunto dalla prima parola del testo: «Nel deserto». Lo sfondo entro cui sono collocate le leggi e le narrazioni di questo libro biblico è, infatti, quello del deserto del Sinai. Nei primi dieci capitoli è il monte Sinai, ove Israele è accampato, a dominare le pagine; poi inizia la grande marcia di avvicinamento alla terra promessa attraverso varie regioni desertiche e soste come quelle a Kades e nelle steppe di Moab.

Tre sono i grandi attori che entrano in scena. Innanzitutto il Signore che campeggia con la sua parola fin dalla prima riga: «Il Signore parlò a Mosè». Le sue norme e i suoi comandi tendono a organizzare Israele in una comunità unita e santa, sulla quale aleggia sempre la sua presenza, legata all’arca  dell’alleanza. Il popolo non è mai solo o abbandonato. Accanto a Dio emerge Mosè, «servo del Signore … l’uomo più umile di tutti gli uomini che sono sulla faccia della terra» (12,3-8). E’ lui il mediatore tra il Signore e Israele, profondamente unito a Dio ma anche intensamente legato al suo popolo.

Da ultimo, ecco il popolo. Descritto nella sua struttura tribale, militare e religiosa attraverso i censimenti, Israele è spesso ribelle e ostinato ma è anche costantemente sotto la premura e l’amore di Dio. E’ il Signore a vincere la resistenza delle forze della natura che sembrano opporsi al cammino verso la terra promessa (la mancanza d’acqua e di cibo, la comparsa di serpenti velenosi); è lui a piegare le resistenze ostili delle tribù beduine del deserto che combattono contro Israele; è lui a spezzare gli incantesimi di un mago, Balaam.

Ma Dio deve reagire alla resistenza più dura, quella del popolo stesso che si lascia catturare dalla tentazione dello scoraggiamento, della ribellione e dell’idolatria: «fino a quando questo popolo mi disprezzerà, fino a quando non mi crederanno dopo tutti i segni che ho fatto in mezzo a loro?» (14,11). Scatta, così, la giustizia divina. Ma alla fine l’amore di Dio vincerà e Israele raggiungerà la terra promessa.

Nota finale

Prima di giungere nella terra promessa, gli Israeliti, partiti dal Sinai, il monte dell’alleanza con Dio e della rivelazione della legge divina, vagano nel deserto per quasi quarant’anni. Il libro dei Numeri descrive le diverse esperienze di questi anni, comprese le frequenti “mormorazioni” del popolo contro Mosè: queste, nel linguaggio biblico, altro non sono che veri e propri atti di ribellione e di sfiducia nei riguardi di Dio e del suo inviato, Mosè. 

Lo sconosciuto compilatore del libro, che raccoglie antiche e diverse tradizioni, sottolinea come Dio, pur punendo gli Israeliti per la loro mancanza di fede, li abbia guidati e sostenuti con la sua meravigliosa potenza durante la lunga e difficile peregrinazione. 

Oltre alle vicende storiche, sono riportate nel libro prescrizioni legali e culturali che completano la legge sinaitica e anticipano l’insediamento nel paese di Canaan. Nel Nuovo Testamento si trovano numerosi riferimenti agli eventi citati in questo libro, tra i quali la ribellione di Core e le sue conseguenze, l’episodio dell’acqua che Mosè fece scaturire dalla roccia, quello del serpente di bronzo, simbolo di Cristo in croce per l’evangelista Giovanni, e le profezie di Balaam. 

Il nome del libro trae origine dal racconto iniziale del censimento o numerazione del popolo israelita.