lunedì 21 ottobre 2013

L' IMPRENDITORE


Lo Stato e' un' azienda. Chi e' capace di risanare e rafforzare una grande azienda sa anche guidare lo Stato. Anzi, e' il solo veramente capace di guidarlo. Un discorso, questo, che acquista credito nel mondo industrializzato. Anche in Italia. Alla sua base si trova l' immagine tradizionale dell' Imprenditore, che per energia, abilità , scaltrezza, spirito di iniziativa, prontezza di riflessi e sangue freddo e' capace di quello che la maggior parte delle persone non e' in grado di fare.
Un' immagine tradizionale, di cui già agli inizi degli anni Quaranta un economista come Joseph A. Schumpeter intravvedeva l' eclissi; ma che negli ultimi decenni si e' rifatta viva , anche perché nell' onnipotente messaggio televisivo la personalità dell' Uomo Politico ha ormai un peso determinante e quella dell' Imprenditore di successo e' ancora tra le più idonee a colpire l' immaginazione della gente.
L' uomo forte di cui oggi si parla e' per molti versi l' imprenditore capace, che decide di utilizzare la propria esperienza per risolvere i problemi dello Stato. L' Imprenditore mette a rischio il proprio capitale. Se non rischia, fa dell' ordinaria amministrazione, non esce da una routine che per la sua prevedibilità e calcolabilità e' praticabile da gran parte della concorrenza e non da' Profitto. Il Profitto cresce dove cresce il rischio. Rischio, azzardo, scommessa, avventura formano il terreno in cui si muove l' iniziativa imprenditoriale. Un Imprenditore che non rischia e' fallito in partenza. E dunque e' capace solo se insieme ai requisiti summenzionati ha anche quello di essere fortunato.
D' altra parte, se l' intrapresa e' liberata dal rischio (e dalla connessa fortuna e sfortuna) ed e' resa totalmente calcolabile e prevedibile, l' azienda si trasforma in un laboratorio scientifico, cioè in un' organizzazione della routine che rende superflua la presenza dell' Imprenditore: la razionalità scientifica non controlla più soltanto le tecniche utilizzate per la produzione del Profitto, ma finisce con il controllare anche il volume di decisioni in cui si esprime la personalità dell' Imprenditore e da cui dipendono le sorti dell' azienda. La presenza dell' Imprenditore richiede che l' intrapresa economica non divenga un calcolo scientifico accessibile a tutti in linea di principio e quindi tale da dissolvere ogni opportunità di investimento. Ma se l' intrapresa capitalistica e' costretta a muoversi nell' elemento del rischio, che cosa accade quando si concepisce lo Stato come un' azienda e la si mette nelle mani dell' Imprenditore?
Se questa operazione e' compiuta per davvero e non e' uno slogan elettorale, e' inevitabile che si dia vita a uno Stato a rischio, come e' sempre a rischio anche l' azienda che vada mietendo i più lusinghieri successi. O l' azienda si ferma, oppure e' sempre messa a repentaglio. E il successo sarà tanto maggiore quanto più la si sarà messa in pericolo. L' azzardo economico e' consentito perché l' Imprenditore, quando e' corretto, mette a repentaglio la propria ricchezza e se stesso. Ma se l' azienda e' lo Stato, il capitale messo a repentaglio e' la ricchezza di tutti i cittadini. Essi sono costretti a rischiare il proprio capitale e devono augurarsi che l' Imprenditore alla guida dello Stato continui ad avere fortuna. Possono vincere molto, ma possono anche perdere tutto.
Sembra che lo Stato moderno abbia il compito di evitare questi due casi estremi praticando una via mediana, che lasci peraltro aperta la possibilità di quei casi nell' ambito dell' iniziativa privata. Lo Stato e' la dimensione pubblica che non può mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini e che dunque non può essere un' azienda privata, la quale si muove per essenza nell' ambito del rischio. Certo, in democrazia i cittadini sono liberi di scegliersi uno Stato azienda e uno Stato a rischio, sperando nella fortuna di chi lo guida e loro. Sembra inoltre che il modello da noi considerato sia molto astratto, perché l' Imprenditore capace alla guida dello Stato sarà circondato da un team di tecnici e di scienziati con il compito di ridurre il più possibile l' aleatorietà delle decisioni, i rischi dell' azienda statale e la connessa possibilità di esiti sfortunati.
Tuttavia rimane vero che una maggioranza che voglia uno Stato a rischio impone il rischio alla minoranza, la costringe all' azzardo in modo affine a quello con cui in uno Stato democratico la maggioranza decide, attraverso gli organi di governo, di entrare in guerra. Tutto questo può essere lecito, ma non può essere nascosto, cioè va detto come va detto che uno Stato azienda e' uno Stato a rischio. Si tratta poi di vedere se il team di tecnici scienziati che assiste l' Imprenditore alla guida dello Stato gli lascia o no spazio. Se sì , la guida dello Stato viene affidata da ultimo a chi opera in condizioni di rischio sperando nella fortuna. Se no, lo Stato si trasforma in un apparato tecnologico che si propone metodicamente l' eliminazione del rischio e della fortuna dall' amministrazione della cosa pubblica. Cioè si propone di non essere un' azienda.

martedì 15 ottobre 2013

LA CRISI DELLA POLITICA - CONCLUSIONI -


Che la politica sia inganno , consapevole o no , lo si sa da qualche migliaio di anni: da quando in Europa si è fatto avanti il cosiddetto «Spirito Critico» (cioè la Filosofia). Il tiranno, antico o moderno, non dice di agire per il bene dei suoi sudditi, anche se fa credere (e per lo più crede) che essi andrebbero in rovina se lui non ci fosse. Come il tiranno, il politico democratico è un uomo. Ora, se il suo scopo primario fosse il bene comune , come egli continuamente ripete , piuttosto che un uomo sarebbe un Santo, perché subordinerebbe e sacrificherebbe il proprio vantaggio personale al vantaggio della comunità che egli intende guidare. L' uomo, invece, promuove un progetto volto a procurare certi benefici alla comunità, solo se nella realizzazione di tale progetto scorge un tornaconto personale. Non vuole il proprio bene allo scopo di realizzare il bene comune, ma vuole il bene comune allo scopo di realizzare il proprio bene. Altrimenti è, appunto, un Santo, ossia qualcosa che facciamo fatica a dire che è anche uomo. E un politico che dice, come dice sempre: «In cima ai miei pensieri c' è il bene comune» sta dicendo: «Io sono un Santo».

Si dirà: ma no, il politico democratico ha come scopo primario sia il proprio bene sia quello comune , che possono stare tutti e due sullo stesso piano. Fuori luogo, quindi, il riferimento alla santità. Ma, così, la torta è spartita tra i due beni. Cioè al bene comune il politico dà la metà delle proprie energie, nel migliore dei casi tale bene è la metà di ciò che il politico vuole. Nel migliore dei casi; perché l' uomo si fa sentire, e tende a rendere sempre più piccola la porzione destinata a quel bene. Di solito, in cima ai suoi pensieri sta il suo Tornaconto. Che d' altra parte deve avere una qualche utilità pubblica , così come in cima ai pensieri dell' imprenditore sta il Profitto, ma bisogna che le merci da lui vendute siano beni appetibili dagli acquirenti.

In ogni caso, il politico democratico non può dire agli elettori quello che sta facendo. Non può dire: «Lo scopo primario della mia attività politica , o della metà di essa , la dedico ai miei tornaconti». Non avrebbe più voti. Quindi è costretto a mentire. Non una volta tanto, ma di continuo. Egli non può essere diverso da come è. Proprio perché è un uomo. Non gli si può chiedere di essere un Santo. Il tiranno può non mentire e chiedere ai sudditi di morire per lui; il politico democratico non può non mentire.

Anche nei rapporti internazionali le dittature e le democrazie sono costrette a mentire. Sia in quanto sono Stati, sia in quanto sono formazioni sociali guidate da individui che, essendo appunto uomini, o si servono dello Stato tutt'intero per i loro vantaggi privati, o, anche qui (e nel migliore dei casi), dividono la torta a metà e assumono come scopo primario sia il bene dello Stato sia il proprio , cioè si servono, per il proprio vantaggio, di una parte dello Stato. E gli Stati, dittatoriali o democratici, sempre e tuttora in conflitto tra loro, furono e sono costretti a mentire per sopravvivere. Non solo non possono comunicare ai nemici attuali o potenziali le proprie procedure di difesa e di sopravvivenza, ma non possono nemmeno renderle pubbliche ai propri cittadini.

D'altra parte, che l'uomo politico ponga come scopo primario o come parte di esso il proprio vantaggio non significa che le cose vadano come egli vuole. L' uomo propone e Dio dispone, si dice. Più recentemente, si è parlato di «eterogenesi dei fini». Significa che gran parte di quanto accade non è ciò che l' uomo si proponeva di far accadere . Con l' inevitabile tramonto del marxismo, e quindi dell' Unione Sovietica e, insieme , per le stesse ragioni l' inevitabile tramonto delle altre grandi forze dell' Occidente, quali il Capitalismo, la Democrazia, il Cristianesimo stesso e la coscienza religiosa in generale, tramonta la loro volontà di porsi come scopi primari della società. Infine , l' Europa è destinata a unirsi sempre più strettamente alla Russia non più sovietica.

Durante la guerra fredda l' arsenale nucleare Usa ha protetto l' Europa dal comunismo sovietico e dalla pressione dei popoli poveri guidati dall'Urss. Dopo la fine di quest' ultima, i rapporti economici tra Europa e Russia acquistano un senso diverso e una diversa consistenza, perché la protezione nucleare americana dell' Europa contro la pressione dei popoli poveri ma sempre più pericolosi può essere sostituita da quella Russa. Il fattore nucleare è decisivo perché solo Stati Uniti e Russia possono distruggersi a vicenda e distruggere la Terra; e gli Stati possono assicurare la propria sopravvivenza solo schierandosi con l' uno o l' altro dei due leader mondiali.

Quindi sta diventando sempre più realistica la possibilità di uno schieramento che veda Europa e Russia dalla stessa parte. Ed è per ridurre questa possibilità che gli Usa intendono smantellare la dipendenza energetica dell' Europa dalla Russia. Il processo di avvicinamento tra Europa e Russia è gestito da individui umani, che inevitabilmente, come prima ho rilevato, pensano innanzitutto al proprio tornaconto personale, o (nel migliore dei casi) lo pongono tra i loro fini prioritari. Sembra che l' Europa compri il gas russo, che costa di più, e non quello americano, che costa di meno. Può darsi che ciò accada perché in questo modo qualcuno si arricchisce, ma resta il fatto che attraverso l' illegalità viene rafforzata la convergenza tra Europa e Russia, e cioè che l' astuzia della ragione si serve di tale illegalità per raggiungere il proprio scopo. Dove la ragione è da intendersi , si diceva , come ciò che accade attraverso ciò che gli uomini si propongono, ma è diverso da ciò che essi si 
propongono.


domenica 13 ottobre 2013

LA CRISI DELLA POLITICA - CAP.3


I mass media dedicano un'eccessiva attenzione ai politici e credono che la gente si interessi di quello che fanno costoro. I politici ostentano una straordinaria sicurezza circa la bontà dei propri progetti. In effetti, per agire bisogna esser sicuri delle proprie capacità . A maggior ragione, quando l'agire consiste nel comandare o nel proporre un piano di azione. A un politico indeciso non vanno voti. Ma la sicurezza dovrebbe indicare che la persona sicura e' guidata da un giudizio vero sulle cose. Invece il nostro tempo si e' reso conto che in un mondo continuamente fluente e cangiante non può esistere alcuna verità definitiva e immutabile.

Di uomini sicuri ne esistono ancora; ma ormai la nostra cultura sa bene che la loro sicurezza non ha alcun fondamento. I filosofi e gli scienziati riconoscono i limiti della filosofia e della scienza (e comunque la Verità non potrà mai abitare nelle opinioni e nei principi con cui gli individui affrontano i problemi della vita quotidiana). La prassi giuridica sa che ogni sentenza e' fallibile, e pertanto impugnabile.

Gli artisti non ritengono più di essere gli autentici custodi della verità. Per la psicologia chi crede di aver sempre ragione e' un malato mentale. La morale si adatta ai tempi. I capi economici si affidano alla Scienza e alla Tecnica, ossia a quelle incertezze che si sono mostrate ben più potenti delle antiche certezze. Solo i politici tendono a mantenere e a mostrare l'atteggiamento dell'uomo religioso, che non deve avere alcun dubbio intorno alla propria fede. Sebbene accada che quanto più un politico si mostra convinto di possedere la verità intorno alle questioni più o meno banali dell'amministrazione pubblica, tanto più i suoi avversari lo considerano un illuso o un disonesto. Una situazione, questa, che e' la caricatura di quanto capita alle non banali discussioni che contrappongono tra di loro i filosofi tradizionali.

In effetti, la grande politica della tradizione occidentale, ormai al tramonto, e' stata figlia legittima della filosofia classica. Cosicché il politico del nostro tempo e' sì, spesso, un sopravvissuto a un mondo che non esiste più ; ma se tutto questo non lo si sa, e' comprensibile che la sicurezza da lui ostentata in una società sempre più insicura trovi ancora credito. Sembra inoltre che sia i politici del nostro tempo sia i mass media siano vittime di un grosso abbaglio. Su scala planetaria, i mezzi stanno diventando gli scopi. Ad esempio, la Tecnica, che nei Paesi dell'Est doveva essere il mezzo per realizzare il Comunismo, e' diventata lo scopo del Comunismo; e il Comunismo e' morto. Qualcosa di simile, ma in modo meno appariscente, sta avvenendo anche per il Capitalismo.

Sino a che gli scopi dell'uomo si presentavano come il suo adeguarsi al vero ordinamento del mondo, questo rovesciamento, in cui il mezzo diventa scopo, non era possibile. A sua volta, la Democrazia e' il grande mezzo che si e' rivelato insostituibile per realizzare gli scopi, tra loro contrastanti, che la gente si propone. Ognuno di questi scopi dice: "Purche' io sia realizzato, adottiamo pure la Democrazia". Nelle democrazie occidentali sta invece prendendo piede l'atteggiamento che parla in quest'altro modo: "Purché la Democrazia sia realizzata e sopravviva, si voti pure per qualsiasi partito che assicuri tale sopravvivenza". Nel primo caso la Democrazia e' il mezzo; nel secondo diventa lo scopo, e le diverse posizioni politiche sono ridotte a mezzo. Esse sono quindi destinate, come ogni altro mezzo, a logorarsi.

Ora, i politici tendono oggi a identificare la loro attività con la Democrazia. Tendono cioè , ecco il loro abbaglio , a confondere il rapporto tra la loro attività e gli scopi che essa si prefigge, col rapporto tra la Democrazia e i contrastanti scopi politici che intendono servirsi di essa come mezzo (e che sono invece essi a diventare dei mezzi logorabili). La Democrazia sta diventando lo scopo dei valori politici; ma i politici si illudono che sia la loro attività , che ha come scopo quei valori, a dover diventare lo scopo della vita sociale. Un sogno. E i mass media lo prendono sul serio. I mezzi non si consumano e diventano scopi quando sono (relativamente) insostituibili. Così la Tecnica; così la Democrazia. Ma oggi l'attività dei politici e' sostituibile per definizione: ha attorno a sé una moltitudine di progetti politici alternativi che si proclamano più idonei e più veri e che con la loro stessa esistenza si indeboliscono a vicenda e si consumano. Ma la durezza delle cose farà uscire dai sogni.

sabato 5 ottobre 2013

LA CRISI DELLA POLITICA - CAP.2


La corruzione dei politici e degli imprenditori italiani e' una conseguenza , un sottoprodotto , della lotta che le società' democratico capitalistiche hanno dovuto sostenere nell' ultimo mezzo secolo contro il Comunismo. Ma quali sono i motivi che sostengono questa tesi? Forse l' accesso a fatti o a documenti che ad altri non e' dato conoscere? Certamente no! L' intellettuale si trova estromesso, per definizione, dai luoghi dove si decidono gli eventi più importanti. Ciò non di meno la riflessione critica sullo sviluppo storico riesce a portare alla luce qualcosa , il senso della storia, appunto ,di cui spesso non sono consapevoli nemmeno i protagonisti. Lo scontro tra Sistema Democratico Capitalistico e il Sistema Comunista e' stato senza esclusione di colpi. Ognuno dei due avversari ravvisava infatti nell' altro l' incarnazione stessa del male e dell' errore.
La radicalità di questa lotta e' un fatto; e il fatto da cui si deve partire e su cui più o meno tutti si trovano d' accordo. Ma una volta che lo si accetta si devono anche accettare certe conseguenze che, pur non essendo propriamente dei fatti, sono peraltro necessariamente (o logicamente) implicate da esso. Se, e poiché , quella lotta e' stata radicale, ognuno dei due avversari ha dovuto rendere il più possibile efficace il proprio dispositivo di difesa e di offesa , che non era solo di carattere militare, ma era anche organizzazione economica, finanziamento e distribuzione dei ruoli, controllo dei punti chiave della società . Ma tutto questo sarebbe stato impossibile se tale dispositivo fosse stato predisposto e avesse funzionato alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti. L' efficacia del dispositivo ne richiedeva cioè la segretezza, il suo sottrarsi alla dimensione pubblica della società . E nelle democrazie occidentali questo sottrarsi al controllo pubblico era inevitabilmente un porsi sul terreno dell' illegalità , visto che nelle società democratiche tutto ciò che le riguarda e' legale solo se e' pubblico e pubblicamente controllato. La radicalità della lotta anticomunista ha cioè costretto la legalità democratico capitalistica ad agire illegalmente. O soccombere, o agire contrariamente ai principi che essa stava difendendo contro il totalitarismo comunista.
In questo clima di inevitabile illegalità , la violazione delle leggi democratiche aveva lo scopo di difendere la Democrazia e il Capitalismo. Ma questo clima ha favorito quell' altro tipo di illegalità , dove l' anticomunismo era soltanto un alibi, cioè la violazione delle leggi aveva come scopo il vantaggio privato ed e' quindi sopravvissuta alla morte del comunismo. La corruzione privata come sottoprodotto della lotta anticomunista. Sono due forme molto diverse di illegalità se non le si distingue vien fatta sparire prematuramente la classe politica italiana e viene gravemente minacciato l' investimento di capitali.
Quando funziona la Magistratura e' una macchina che non può essere fermata con motivazioni etico giuridiche, ma con la giustificazione politica dell' illegalità che si e' dovuta praticare per difendere la legalità democratica in Italia (dove esisteva il più forte partito comunista occidentale). Questo non significa scagionare i ladri, che devono essere perseguiti e la cui perpetuazione deve essere resa impossibile mediante una legislazione adeguata. E si deve anche impedire, negli interessi della democrazia, che gli apparati illegali che hanno avuto la funzione di combattere il Comunismo vengano utilizzati oggi, da certi gruppi di potere, per arginare le aspirazioni della gente a una società più democratica e più vivibile. I politici e gli imprenditori italiani che hanno praticato l' illegalità per impedire che il Comunismo prendesse piede in Italia non devono dunque comportarsi come quelle ragazze di una volta che andavano all' altro mondo perché , non volendo far sapere in famiglia che non erano più vergini, si rifiutavano di farsi visitare dal ginecologo.
Che la democrazia italiana (e altrui) perdesse la verginità era inevitabile. Altrimenti sarebbe stata vergine e martire. Perché , dunque, non si tira fuori quella legge, approvata dal Parlamento italiano nel maggio del 1988, per la quale chi ha responsabilità politiche e viene accusato di azioni illegali può non essere incriminato qualora egli dimostri di avere agito nel superiore interesse dello Stato (Democratico Capitalistico)? Sembra dunque necessario depenalizzare le forme illegali della lotta anticomunista. Non solo rispetto al mondo dei politici, ma anche a quello degli imprenditori che in Italia hanno finanziato (sarebbe stato sorprendente il contrario) i partiti anticomunisti. Oggi l' Italia non può permettersi ne' la cancellazione della classe politica ne' l' ulteriore indebolimento delle forze imprenditoriali. Non e' un compito facile, ma ha il vantaggio di ridurre il male da curare, di non rendere utopiche le terapie e di ridurre considerevolmente i costi che, sul piano dello sviluppo economico, lo smascheramento della corruzione fa sopportare alla nostra società .

mercoledì 2 ottobre 2013

LA CRISI DELLA POLITICA - CAP.1


I politici sono ovunque oggetto di critiche e di insofferenza. Cresce la convinzione che i problemi della Politica debbano essere affrontati in modo nuovo, con mentalità' industriale e aziendale, con i criteri della Scienza e della Tecnica. Si stenta a comprendere le ragioni più profonde della Crisi della Politica , che non riguarda semplicemente la Cattiva Politica, ma la Politica come e' stata intesa dall' intera tradizione culturale dell' Occidente. Anche se può dare fastidio a qualcuno, la Politica, come molte altre cose ancora, e' generata dalla Filosofia e ne ha conservato i caratteri essenziali. Ma la Filosofia che genera la Politica e che si esprime lungo l' intera tradizione Filosofica fino alla prima metà dell' 800 sta tramontando, e trascina con sé anche la forma di Politica che da essa discende. La Politica e' in crisi non solo in Italia, ma investe l' Intero Pianeta. La Filosofia e' infatti il terreno in cui e' cresciuta la civiltà che oggi domina la Terra.
Che la Filosofia abbia generato la Politica non significa che prima non ci fossero stati i governi e i governati, ma .... che con la Filosofia compare una Volontà di Verità che prima era assente e che avvolgendo la vita sociale da' luogo a ciò che ancora oggi chiamiamo "Politica". Compare cioè la Volontà che l' intera vita dell' uomo, quindi anche e innanzitutto la vita nello Stato, sia guidata dalla Verità, da un sapere che non può essere smentito e che quindi deve in qualche modo spingersi fino agli estremi confini della Realtà , avvolgendola , inglobandola tutta in sé . La storia dell' Europa e' guidata da questo intento.
Anche le grandi forze del mondo contemporaneo , Sia pure in modi molto diversi, il Totalitarismo di destra, il Socialismo reale, il Cattolicesimo, la Democrazia e lo stesso Capitalismo richiedono una forma di politica che affonda le proprie radici nel terreno della Filosofia e che e' del tutto inconcepibile senza di esso. Per le prime tre di quelle forze la cosa e' evidente. Meno, per la Democrazia e soprattutto per il Capitalismo: nella misura in cui essi vengono ridotti a Tecnica, a semplici strumenti per la realizzazione di scopi politici o economici.
Riducendo il Capitalismo a Tecnica, si e' appunto indotti a ritenere che i criteri e le procedure dell' attività capitalistica debbano ormai sostituire le pratiche della Politica. Ma chi riduce il Capitalismo a Tecnica (e questo errore non e' compiuto soltanto dalla Chiesa cattolica) intende poi la Tecnica come indifferente agli scopi che con essa si vogliono realizzare. E qui il conto non torna più , perché il Capitalismo e' tutt' altro che indifferente agli scopi, cioè Non ammette che il proprio scopo possa essere qualcosa di diverso dal Profitto Privato. Il che implica una concezione della Proprietà e dell' Individuo che risale alla filosofia dell' Illuminismo e, se ci si vuole avvalere di Max Weber, alla matrice filosofica in cui cresce l' "Etica Protestante" e, in relazione a essa, lo "Spirito del Capitalismo".
Anche la Democrazia, come semplice strumento che favorisce la libertà  e non si impegna nella Verità delle scelte politiche, non e' congruente alla tradizione filosofica. Ma il modo in cui vien da essa inteso il soggetto delle scelte, l' individuo umano, risale a sua volta all' Illuminismo e alla concezione filosofica tradizionale dell' uomo , che questa volta converge verso quella cattolica, contraria com' e' a ogni forma di ingegneria che alteri la configurazione dell' individuo, di cui la persona di Cristo e' il modello immodificabile.

martedì 1 ottobre 2013

IL DECLINO DEL CAPITALISMO E DELLA POLITICA


Comunque la si giudichi, l' istituzione dell' euro senza un governo europeo è stata uno scacco della Politica. Un' analoga emarginazione della Politica è costituita da episodi quali il vertice Franco-Tedesco Sarkozy-Merkel che sicuramente ha proposto un governo Economico e non Politico dell' Europa. Ma altra cosa è l' agire economico (imprenditoriale e finanziario) composto di razionalità e rischio del mondo Capitalistico, altra cosa è un governo Economico che deve procedere eliminando il più possibile il rischio e le ideologie, quella Politica inclusa, in favore della razionalità e propriamente, oggi, della forma di razionalità che compete alla Scienza Economica , la quale appartiene alla più ampia dimensione delle Tecno-Scienze, che stanno progressivamente dominando il Pianeta.
Certo, la Politica, come il Capitalismo e le altre grandi forze della civiltà dell' Occidente e dell' Oriente, puntano i piedi per non farsi travolgere. Ma anche l' agire politico, poiché non è Scienza, ha una forte componente di rischio, che però il politico deve nascondere per non allontanare da sé gli elettori.
La Scienza Economica non è (o non dovrebbe essere) l' agire Capitalistico . A sua volta l' agire capitalistico non è un agire Tecno-Scientifico , se ne serve (come credono di servirsene le economie pianificate); e proprio per questo non coincide con esso. Il rischio appartiene all' essenza del Capitalismo e appunto per questo anche il Capitalismo è una ideologia , come la Politica. Si rischia quando, a differenza che nell' agire Tecno-Scientifico, non si sanno prevedere le conseguenze non volute di quanto si fa, che tuttavia vien fatto perché si ha fede che i vantaggi che si possono ottenere facendolo siano consistentemente superiori agli svantaggi dovuti al non farlo. Si è sì capaci di constatare che la gente oggi non può muovere un passo prescindendo dai prodotti della Tecno-Scienza, ma quasi mai si avverte lo scollamento tra agire Capitalistico e agire Tecno-Scientifico. Invece altra cosa è produrre una centrale nucleare avendo come scopo l' incremento del Profitto privato del produttore (al quale egli mira rischiando , e, anche in questo caso, mettendo a rischio la vita altrui), altra cosa ancora è produrre centrali nucleari in base ai criteri della Tecno-Scienza, che mirano ad assicurare il più possibile la loro efficienza e a eliminare il rischio.
Il Capitalismo va verso il declino perché l' economia tecnologica va emarginando l' economia capitalistica (come in qualche modo ha già emarginato l' economia pianificata dell' Unione Sovietica). Invece, proponendo un governo economico, Germania e Francia contribuiscono sì all'emarginazione della Politica, dando però per scontato che l' unica economia possibile sia quella capitalistica. E, d' altra parte, danno sì l' impressione di voler consolidare la loro leadership economico-politica in Europa, e lo credono esse stesse, ma in effetti propongono un passo importante verso quella gestione Tecno-Scientifica dei problemi sociali che è destinata a sostituire la loro gestione economico-politica e a presentarsi come l' autentico governo Tecnico.
Considerato per quel che tende ad essere e non per come si fa percepire, il governo Tecnico europeo non è quindi il cosiddetto governo Tecnico di cui si parla in Italia per deprecarlo o auspicarlo. Questo secondo governo Tecnico è tenuto in vita dai partiti, cioè la politica gli assegna i tempi, i limiti, gli scopi. In esso la Tecnica è un mezzo della Politica. Nell' autentico governo Tecnico, invece, quando esso sarà uscito dall' ambiguità estrema da cui oggi sono ancora avvolte le sue anticipazioni, la Politica è un mezzo della Tecnica ed è tenuta in vita nella misura in cui essa gli serve.
Lo diciamo, anche se è ben difficile che l' autentico governo Tecnico prenda piede come sviluppo nel modo in cui è stato proposto dal vertice Sarkozy-Merkel. Si è ancora molto lontani dal comprendere il sottosuolo della relazione tra Politica, Economia, Tecnica. Ed è quindi naturale che Mario Monti, rilevando che l' Italia si è fatta imporre le misure anticrisi da un comitato tecnico europeo, lo abbia considerato come un semplice governo Tecnico controllato dalla politica Franco-Tedesca. Per lo più, vengono ancora ignorati i motivi che conducono verso il dominio della razionalità scientifico-tecnologica e al declino del Capitalismo e della Politica. Si auspica da più parti il ritorno della politica che mira ai valori ritenuti essenziali e che è capace di liberarsi dalla tutela economica.
Avendo cessato di esser vera, la Politica si è ridotta a elargizione di benefici per mantenere e accrescere il proprio elettorato. Di qui il prevalere dell' indebitamento statale e la dipendenza della politica dall'economia. Il rimedio: l' auspicio che la vera Politica venga riscoperta. Ma è accaduto e sta accadendo ben di più e qualcosa di ben più profondo : secoli di pensiero filosofico innanzitutto, ma poi il sapere scientifico e a suo modo anche l' esperienza artistica hanno messo in discussione e infine negato la Verità. Sotto questa spinta si è diffusa nel mondo la negazione della Verità che la filosofia stessa aveva inteso, lungo la tradizione dell' Occidente, come dimensione immutabile che sta ferma e guida il divenire del mondo, rendendo stabili e veri i valori della Politica. Il tramonto della Verità è il tramonto della vera Politica. Portando al tramonto la Verità, la Filosofia del nostro tempo libera la Tecnica da ogni limite assoluto e la autorizza a rovesciare il proprio rapporto con la Politica, l' Economia e le altre forze che intendono servirsi di essa: la autorizza ad abbandonare il suo ruolo di mezzo e a porsi essa come la forza che si serve degli antichi padroni. L' autentica grande politica del nostro tempo è il riconoscimento di questo destino.

domenica 1 settembre 2013

CROCE - CAPITALISMO , ETICA


Per Benedetto Croce il Liberalismo Morale e Politico non coincide col Liberalismo Economico: non ha legame di piena solidarietà col Capitalismo o Sistema economico della libera concorrenza, e può ben ammettere svariati modi di ordinamento della proprietà e della produzione della ricchezza.
Nel pensiero di Croce la distinzione tra quelle due forme di Liberalismo non e' secondaria, perché esprime la fondamentale distinzione Crociana tra il momento Vitale, Economico e quello Morale dell' agire umano , che non stanno sullo stesso piano . Non possono infatti esistere due principi supremi della vita sociale, e al Liberalismo Morale spetta di diritto di assoggettare quello Economico, non certo annullandolo, ma dandogli uno scopo diverso e superiore a quello dell' utilità e del vantaggio individuale.
Il Liberalismo Morale approva i benefici apportati dal Capitalismo, ma li rifiuta se impediscono la critica dell' esistente e cristallizzano il divenire storico in una forma sociale determinata che presuma di porsi al di sopra della storia e della critica.
Ma facendo della Morale lo scopo dell' Economia, Croce non rifiuta semplicemente le degenerazioni del Capitalismo, ma il Capitalismo stesso. Per lui, quando il Capitalismo diventa legge suprema della vita sociale, si trasforma da Legittimo Principio Economico in Illegittima Teoria Etica, in Morale Edonistica e Utilitaristica. Non vede che, quando lo scopo supremo dell' attività economica diventa il Bene Morale, essa potrà essere tutto fuorché Capitalismo. Non vede che il Capitalismo e' tale solo in quanto sottomette a sé ogni Etica. E come la Morale tanto meno esiste quanto più viene praticata in vista di un migliore e più razionale perseguimento del Profitto, così il Capitalismo tanto meno si conserva quanto più le sue opere si piegano , come vorrebbe Croce , a strumenti di elevazione umana.
Anche il laico Croce chiede al Capitalismo quello che oggi gli chiede la Chiesa: di rinunciare a se stesso per il Bene Comune della Società .

giovedì 1 agosto 2013

CAPITALISMO E CHIESA (CAP. 3)


Ricordiamo che … «Lo scopo di un' azione è l' essenza stessa di tale azione». Già Aristotele lo affermava. Quindi se un' azione cambia il proprio scopo, l' azione stessa cambia e solo in apparenza può sembrare la stessa. Il mangiare quando si mangia per vivere è diverso dal mangiare quando si vive per mangiare. Lo stesso si dica del vivere.

Il Capitalismo è un agire complesso che però, in ogni sua intrapresa, ha come scopo il «Profitto» e basta, Non l' «Amore del prossimo».

Da tempo la Chiesa, pur riconoscendo che il «Profitto» è naturalmente legittimo, lo condanna quando e in quanto esso voglia essere lo scopo della organizzazione economica. Il «Profitto» è legittimo se si mantiene nella giusta misura: non come scopo di tale organizzazione ma come mezzo con cui questa realizza lo scopo legittimo, ossia il «Bene Comune». Un mezzo per realizzare la Carità cristiana, l' «Amore del prossimo».

Ma prescrivendo al Capitalismo di avere come scopo il «Bene Comune» Cristianamente inteso, la Chiesa gli prescrive di assumere uno scopo diverso da quello che costituisce l' essenza stessa del Capitalismo, ossia di diventare qualcosa di diverso da ciò che esso è : Lo invita ad andare all' altro mondo.

Lo stesso invito del Comunismo (diversamente motivato). Infatti, se il Capitalismo nella giusta misura assume come scopo non più il «Profitto» ma il «Bene Comune», allora il Capitalismo è necessario allo sviluppo economico ma è anche diventato un diverso modello di organizzazione, che del Capitalismo e del «Profitto» conserva soltanto il nome , come del vivere e del mangiare si conserva soltanto il nome quando, invece di vivere per mangiare, si mangia per vivere.

CAPITALISMO E CHIESA (CAP. 2)


Tra Capitalismo e dottrina sociale della Chiesa regna l’ Incompatibilità . Il primo, infatti, ha come scopo primario il Profitto e basta; la seconda, invece, ritiene che il perseguimento del Profitto sia solo un mezzo per promuovere il Bene Comune della società , il Bene che dunque deve essere lo Scopo Primario dell'attività economica.
Molte delle reazioni suscitate da questa tesi hanno una base comune : la tendenza dell'Economia Moderna ad affermare , a partire dalla teoria di Léon Walras dell'equilibrio, e a differenza di quella classica (Smith, Ricardo, Marx) , che lo scopo della produzione non e' il «Profitto», ma il Consumo, la Soddisfazione dei bisogni (ma la cosa sembra rimessa in discussione da economisti come Schumpeter, Von Neumann, Sraffa). E in effetti e' quanto accade nelle economie primitive, dove il produttore consuma il proprio prodotto. Ma si vuol forse sostenere, con questa tesi, che lo scopo primario degli imprenditori moderni che fabbricano vestiti, cibi e bevande sia quello di vestire gli ignudi, dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati? Che l'impresa capitalistica sia un'opera pia? Che il capitalista sia, in quanto capitalista, un buon Samaritano?
Si sa che alcuni capitalisti sono anche buoni Samaritani e altri anime brave. Così come alcuni di essi sono giocatori di golf e coniugati. Si tratta però di capire che non e' per il fatto di essere capitalisti, non e' in quanto sono capitalisti che essi sono buoni Samaritani, anime brave, giocatori di golf, o altro. Come un medico che va a pescare, va a pesca non in quanto egli sia un medico, ma in quanto egli e' pescatore. In quanto capitalista, dunque, il capitalista ha come scopo primario il «Profitto» . Come il pescatore la cattura dei pesci, il medico la guarigione dei malati, il buon Samaritano le opere pie.
«Lo scopo di un'azione definisce l'azione» (Aristotele ) . Perseguendo il «Profitto» , assumendolo cioè come scopo primario , la produzione capitalistica soddisfa di certo i bisogni. (E molto di più dell'economia comunista). Se il produttore non porta al mercato merci che soddisfano i bisogni della gente, e' difficile che la gente le compri. Ma, appunto, il venditore, in quanto venditore, non vende per soddisfare i bisogni del prossimo, ma soddisfa i bisogni del prossimo per vendere. Nel primo caso (dove non c'e' un venditore, ma un benefattore), lo scopo e' la soddisfazione dei bisogni; nel secondo e' la «Vendita» e il «Profitto». Se si vuole, si può dire che anche nel secondo caso ci sia una cooperazione tra imprenditori e consumatori. Ma i due casi sono essenzialmente diversi; anzi opposti.
La tesi che lo scopo della produzione economica sia il consumo o la soddisfazione dei bisogni e' dunque un infelice modo di dire che tale soddisfazione , e dunque il «Bene Comune» o la «Morale» , e' una conseguenza, un sottoprodotto della produzione del «Profitto» , come la concimazione del terreno e' il sottoprodotto della defecazione animale (non sembrando che gli animali defechino per concimare).
La Scienza Economica si serve continuamente dei concetti di mezzo e fine (o scopo), ma fatica a comprendere il «Senso» autentico del loro rapporto. Oltre a certi economisti, sono anche certi teologi a non capire quello che la Chiesa intende sostenere. Il Capitalismo, per la Chiesa, e' Etico, solo se e' mezzo per realizzare il «Bene Comune». Quindi e' Etico quando non ha più come scopo il «Profitto», cioè quando non e' più Capitalismo. Giacché, se a un'azione viene assegnato uno scopo diverso da quello a cui era ordinata, l'azione cambia «Senso», natura, costituzione; e un'impresa che produca per distribuire equamente o cristianamente ricchezze agisce in modo essenzialmente diverso da un'impresa che produca per l'incremento del «Profitto»: anche se apparentemente essa sembra mettere in atto le stesse procedure tecnologiche, amministrative e organizzative di questo secondo tipo d'impresa. Dunque scopo primario dell'azione ; quello cioè che sta in cima ai pensieri di chi agisce, e per realizzare il quale bisogna realizzare molti e molti scopi intermedi; e che dunque non e' immediato, ma e' il più mediato degli scopi che chi agisce si propone di realizzare.

CAPITALISMO E CHIESA (CAP. 1)


Ricordiamo che non si può dire a un capitalista limita il tuo guadagno. Un imprenditore deve produrre ricchezza e quanto più lo fa, più opera per il Bene della società, compresi i credenti. Propriamente, la Chiesa non dice al capitalista di limitare il suo guadagno, ma lo sollecita ad assumere come scopo il «Bene della Società», non l'incremento del «Profitto». Si tratta però di comprendere che questa sollecitazione equivale in effetti alla proposta di limitare il guadagno. Anzi, equivale a qualcosa di molto più grave, come ora vedremo. 

Il Capitalismo e' quello che e', perché ha come scopo l'incremento del «Profitto» e basta . «Lo scopo di una certa azione definisce infatti l'essenza stessa di tale azione» (Aristotele) . Che cosa accade, dunque, se si distoglie il Capitalismo (l'azione capitalistica) dal suo scopo e lo si fa diventare , come appunto propone la Chiesa , un semplice mezzo per promuovere il Bene della Società? Accade che non solo il guadagno viene limitato (giacché il mezzo e' subordinato allo scopo e quindi e' sempre limitato dalla necessità di non limitare lo scopo), ma, addirittura, che il Capitalismo non e' più Capitalismo. Muore. Sollecitando il Capitalismo ad avere come scopo (s'intende come Scopo Primario) il «Bene della Società» e non il «Profitto», la Chiesa propone al Capitalismo di morire.

E' inevitabile e comprensibile che il capitalista non ci stia (come e' inevitabile e comprensibile che la Chiesa non voglia che lo scopo della società sia il «Profitto». Una società di questo genere non e' una società cristiana), ed è l'equivoco in cui incorre la dottrina sociale della Chiesa . Tale dottrina crede che il Capitalismo, ridotto a mezzo per la promozione del «Bene della società», sia ancora Capitalismo, e crede che quel «Bene della società», che e' favorito dalla produzione capitalistica della Ricchezza, sia ancora Bene, e comunque sia ancora il Bene che la Chiesa vuole promuovere. Dicendo che quanta più ricchezza il Capitalismo produce, tanto più opera per il «Bene della Società», la Chiesa non vede , anzi ritiene di poter parlare di Capitalismo Etico , che, per incrementare il più possibile la produzione della ricchezza, il Capitalismo non deve avere come scopo primario il «Bene della Società», e dunque, avendo come scopo il «Profitto», deve limitare la realizzazione del Bene Sociale , visto che tutto ciò che e' subordinato allo scopo e' in qualche modo limitato. Dunque, il Capitalismo e' essenzialmente inconciliabile con la dottrina sociale della Chiesa e ancor più con il messaggio Cristiano. Che e' appunto quanto nemmeno la Chiesa riesce a vedere quando propone al Capitalismo di diventare il mezzo per la realizzazione del Bene Sociale.

L'instabilità della situazione Politica Italiana e' in buona parte dovuta a questo equivoco, dove gli interlocutori intendono in modo del tutto diverso le stesse parole Capitalismo, Bene della Società . Tale equivoco sta infatti alla base della convinzione che i movimenti politici cattolici possano allearsi alle forze capitalistiche. Onde accade, ad esempio, che la Destra voglia essere l'erede dei voti cattolici e, insieme, una forza capitalistica; e che movimenti cattolici si siano uniti alla Destra . L'intiepidirsi dei rapporti tra Capitalismo italiano e governo ha alla propria radice quell'equivoco. A sua volta, la Sinistra italiana, pur intendendo il Bene della Società in modo diverso da come lo intende la Chiesa, vuole che la Società abbia come Scopo Primario il proprio Bene, e non il «Profitto»; e quindi ogni loro convergenza verso il Capitalismo e' un malinteso, un semplice flirt.

Nel Capitalismo Etico che oggi si vuole difendere, il Bene della Società , l'Etica , diventa pertanto un sottoprodotto del «Profitto», che e' il prodotto autentico. Se sono veramente tali, il Capitalismo e il Cattolicesimo non possono proporsi come scopo il Profitto e insieme l'Etica (l'Efficienza e la Solidarietà).

Non si possono servire due padroni. Esempio , se uno che ama una donna (il Profitto) incomincia ad amarne anche un'altra (l'Etica) e dice di amarle tutte e due nello stesso modo, cioè come amava la prima, sbaglia; perché l'amore che provava per la prima si e' alterato, e' diventato un'altra cosa. Amato insieme all'«Etica», il «Profitto» diventa qualcosa di diverso dal Profitto capitalistico. E il Capitalismo non e' più Capitalismo. Così come, amata insieme al «Profitto», l'«Etica» (il Bene della Società) diventa qualcosa di diverso dall'«Etica» vera e propria (quella che non ha rivali). E il cattolicesimo o i movimenti di sinistra non sono più cattolicesimo e movimenti di sinistra. Di modo che , quando i capitalisti vogliono un Capitalismo Etico, a volere che il Capitalismo non sia più Capitalismo non e' più soltanto la Chiesa (o i movimenti di sinistra), ma anche i capitalisti. E quando i cattolici vogliono un cattolicesimo capitalistico, a volere che il cattolicesimo non sia più cattolicesimo non sono più soltanto i capitalisti, ma anche i cattolici. Bisogna difendere il Capitalismo dai capitalisti, e il cattolicesimo dai cattolici.

martedì 2 luglio 2013

DEMOCRAZIA-CAPITALISMO-CHIESA-TECNICA - (CAP.2)


Sembra che le grandi forze delle società democratico capitalistiche tendano ad accordarsi e assimilarsi.
Difficile, oggi, che la Democrazia non riconosca la necessità dell' economia di mercato e non lasci spazio ai valori cristiani; o che il Capitalismo non tenga conto dei principi della Democrazia e del Cristianesimo. Anche la Chiesa cattolica vede nel Capitalismo uno strumento di produzione della ricchezza, incomparabilmente superiore all' economia pianificata del Socialismo reale; ed esorta i fedeli a non smarrire la strada della Democrazia. Ognuna di queste forze vuole anche accordarsi con la crescente «Potenza» della Tecnica Moderna, cioè intende servirsene.

A loro volta, i promotori e gli amministratori della Tecnica si mettono al servizio della società , ossia dei valori democratici e religiosi e del libero scambio economico. Ma questo accordo, questa indolore mescolanza di valori diversi e' illusoria. Si risolve nella dominazione di uno sugli altri. Tuttavia questa politica ha anche vita corta: e' soltanto una ragnatela l' azione politica che considera accordabili e mescolabili forze che invece sono incompatibili e conflittuali.

Il Capitalismo, infatti, ha come scopo primario il «Profitto» e intende liberare il più possibile il mercato dai controlli e dai limiti a cui vorrebbero sottoporlo le Istanze democratiche, la Fede Cristiana, la Dottrina sociale della Chiesa.

La Democrazia, d' altra parte, non solo vede in ogni forma di deregulation della produzione capitalistica un potenziale attentato alla libertà e all' uguaglianza dei cittadini, ma esclude anche che una qualsiasi concezione dell' esistenza (cristiana, comunista, capitalistica, ecc.) possa essere una Verità assoluta avente il diritto di diventare legge permanente dello Stato; e affida unicamente alla competizione elettorale il compito di decidere che cosa debba essere legge.

A sua volta, se la Chiesa cattolica riconosce i meriti del Capitalismo e della Democrazia, al primo prescrive però di avere come scopo primario il «Bene Comune» e non il «Profitto Privato»; alla seconda proibisce di separare la «Libertà» dalla «Verità» , che per la Chiesa non può essere, da ultimo, che «Verità Cristiana», anzi cattolica.

La Tecnica, infine, di cui tutte queste forze vorrebbero servirsi per realizzare i propri scopi, e che dunque tutte sono interessate a rafforzare, e' destinata a salire di rango, a non essere più semplicemente il loro strumento e a diventare anzi il loro scopo supremo. Dalla «Tecnica» dipende ormai la salvezza dell' umanità ; e nessuna forza può avere il diritto di limitarne o arrestarne la crescita in nome dei valori della nostra tradizione. Ognuna di queste forze , Capitalismo, Democrazia, Cristianesimo, Tecnica , chiede dunque alle altre di non essere più quello che sono, o di non diventare quello che potrebbero essere. Al di là del loro accordo apparente, ognuna di esse chiede, ne' più ne' meno, il suicidio delle altre e agisce attivamente per toglierle di mezzo, cioè per togliere al loro scopo il carattere di scopo primario, riducendo tale scopo a mezzo di ciò che, secondo ognuna di esse, e' l' autentico scopo primario.

Per ognuna vale il detto evangelico: «Cercate per primo il regno di Dio». Solo che per ognuna Dio e' qualcosa di molto diverso da ciò che e' per le altre. Ogni Dio vuole assoggettare a sé gli altri. Assoggettati, gli altri, nel migliore dei casi, diventano un Cesare , al quale e' giusto dare quel che e' di Cesare e la Democrazia, ad esempio, ritenendosi il vero Dio, darà al Capitalismo quel che e' del Capitalismo; e viceversa. Ma quando gli altri Dei non si lasciano spodestare e assoggettare al vero Dio, allora, per quest' ultimo, essi diventano «Mammona», a cui non e' giusto dare alcunché . Non assoggettati, essi sono infatti altri padroni.

Gesù sapeva che non si possono servire due padroni. Non si possono avere due scopi supremi. Non si possono avere due scopi unici. Ogni azione umana e' quello che e' , solo in quanto ha lo scopo che ha. Se quest' ultimo e' trasformato in mezzo per la realizzazione di un altro scopo, illanguidisce e muore. Se dovesse avere come scopo il «Bene Comune» e non il «Profitto», il Capitalismo illanguidirebbe e morirebbe. E non sarebbe più Democrazia una «Libertà» unita alla «Verità Cristiana». Dunque , il Capitalista, in quanto Capitalista (lo stesso si dica degli altri) non solo non ha innumerevoli scopi, ma non ne ha nemmeno due: ne ha uno solo, Primario, Supremo, al quale, nel suo agire Capitalistico, subordina tutti gli altri. E quest' unico scopo e' il «Profitto» e basta . Egli non serve due padroni , anche se, certamente, l' uomo, vivendo, passa continuamente da un padrone all' altro. Rimane fermo cioè che se al Capitalismo si prescrive di non aver più come scopo il «Profitto» ma, ad esempio, i valori democratici o il «Bene Comune» del Cristianesimo, il Capitalismo illanguidisce e perisce. E lo stesso si deve dire per le altre grandi forze del nostro tempo. Rimane cioè la loro conflittualità , che le politiche di basso profilo vorrebbero spensieratamente accordare e mescolare. 


DEMOCRAZIA-CAPITALISMO-CHIESA-TECNICA - (CAP.1)


Chi ha il Potere e lo mantiene con la forza non intende perderlo , non intende farselo portar via : usa la forza , appunto , per non perderlo . Si deve tentare, all'interno di questo Principio , di interpretare il Terrorismo. Questo assioma e' generalmente considerato non come una semplice ipotesi, ma come un' evidenza . Durante lo scontro col Socialismo reale il sistema Democratico Capitalistico ha dovuto usare la forza per sopravvivere e vincere, per combattere i nemici esterni e interni. Ma l' uso della forza non e' una procedura democratica.

La Democrazia non può combattere democraticamente i propri nemici, perché l' esito di un combattimento non e' deciso dalla Volontà della maggioranza, ma dalla Volontà più forte. Nemmeno il Capitalismo può combattere i propri avversari rispettando le regole della legalità capitalistica. La guerra non ha regole. Di fronte al Comunismo, e a qualsiasi altro nemico, il sistema democratico capitalistico e' costretto, non solo in Italia, ad adottare procedure che dal punto di vista della legalità democratico capitalistica sono devianti, cioè Violenza. E costretto ad essere in contraddizione con se stesso. Non avendo affidato e non affidando la propria sopravvivenza alla legalità del gioco democratico e alle regole del libero mercato, ma alla propria Volontà di sopravvivenza, il sistema si perpetua indipendentemente dal modo in cui la Volontà della maggioranza si sarebbe e si e' di fatto orientata. 


Il Potere dominante del nostro tempo si perpetua con la forza anche se gode del consenso dell' elettorato. D' altra parte il sistema Democratico Capitalistico e' il Potere oggi dominante anche perché produce Consenso , più ampio e profondo di quello prodotto dal Socialismo reale; anzi, la forma più elevata di Consenso esistente nelle società avanzate. Ciò nonostante, con la vittoria sul Comunismo non sono finiti i pericoli per tale sistema. Sono forse aumentati. Le sue due componenti , Democrazia e  Capitalismo  accentuano la conflittualità reciproca rimasta latente durante lo scontro col comune nemico.

Il Capitalismo mira di per sé all'incremento incondizionato del Profitto ; la Democrazia, invece, a condizionarlo con i valori della tradizione illuministico liberale. E la gente può rivendicare i propri diritti contro l' invadenza del Profitto senza che questa rivendicazione si presenti , a differenza di quanto accadeva durante la guerra fredda , come un movimento eversivo di sinistra appoggiato dall'Unione Sovietica; sì che mentre in passato la repressione dei fattori destabilizzanti avveniva in nome dei superiori interessi della Democrazia e del libero mercato, ora questa giustificazione non ha più valore. 


Da parte sua, la Chiesa cattolica osteggia sia la Libertà senza Verità della Democrazia Moderna, sia il Profitto capitalistico fine a se stesso; condanna l' Egoismo che il sistema dominante dimostra verso i popoli poveri. Questi ultimi, infine, premono in modo sempre più minaccioso sull'area del benessere. Il sistema dominante, dunque, se era costretto ieri a usare la Violenza per sopravvivere, per lo stesso motivo e' costretto a farlo anche oggi. La Violenza non appartiene alla patologia, ma alla fisiologia del sistema democratico capitalistico reale (come a quella di ogni altro sistema e di ogni organismo vivente). Se, dunque, ogni connessione tra la violenza terroristica e i suoi presunti mandanti e' soltanto un' ipotesi, non e' invece ipotetico, o lo e' in misura più ridotta, il quadro storico che abbiamo tratteggiato. L' individuazione dei mandanti del Terrorismo rimane ipotetica fino a che non sia comprovata dalla logica giudiziaria; ma nessuna logica giudiziaria potrà mai ricostruire il significato globale del nostro tempo, la cui evidenza consiste nel fatto che essa e' costituita da convinzioni generalmente condivise anche da parte di chi vuol farsi guidare dalla logica giudiziaria o dalla prudenza o dalla serietà .

Stando così le cose, e' certamente un' ipotesi, e anche molto azzardata, che la Volontà di sopravvivenza del sistema Democratico Capitalistico sia la responsabile della Violenza Terroristica là dove, come in Italia, tale Volontà si sente minacciata troppo da vicino; ma non e' un' ipotesi (e anzi e' stato anche un fatto reale) che tale sistema abbia dovuto usare la Violenza per sopravvivere. Ci si chiede di solito quali siano i mandanti e a chi giovi il Terrorismo; e poiché tutte le ipotesi sono soltanto ipotesi, si chiudono gli occhi su quanto accade nel mondo e si fanno sparire le evidenze che stanno sotto gli occhi di tutti.

La crisi della Politica , oltre a investire le società avanzate, coinvolge tutte le altre forme della tradizione occidentale: Cristianesimo, Filosofia, Umanesimo marxista e illuministico liberale, Capitalismo, la stessa forma vincente della Politica, cioè la Democrazia come metodo di governo, distinto da ogni ideologia. Nessuna di queste forme può evitare di fare i conti con la forza dominante del nostro tempo , la Tecnica , ed e' appunto in questo rendiconto che esse tramontano. Le grandi forme della tradizione intendono servirsi della Tecnica per realizzare i valori in cui esse intendono inscrivere la sopravvivenza. La Tecnica e' lo strumento per realizzare un valore, uno scopo che le e' esterno.

Ogni strumento serve a realizzare uno scopo. Si costruisce una casa per ripararsi; una rete per prendere i pesci. Per potersene servire, bisogna attendere che lo strumento sia pronto. E se ne può differire l' uso per migliorarne le prestazioni. Se però si passa tutta la vita a perfezionarlo non rimane più tempo per poterlo usare. Se un pescatore non fa altro che migliorare la rete non prenderà mai pesci. Per servirsi di uno strumento e raggiungere un certo scopo e' dunque necessario smettere di perfezionarlo.