sabato 16 febbraio 2019

LETTERA AI GALATI



Al centro dell’attuale Turchia si erano stabiliti fin dal III secolo a.C. i Galati, una popolazione di origine celtica. I Romani avevano conquistato quest’area e avevano costituito nel 25 a.C. la provincia della Galazia, ben più estesa dell’originale territorio abitato dai Galati. Alle Chiese di quella regione (forse alle comunità dell’area ristretta originaria dei Galati, da lui visitate durante il suo primo viaggio missionario), Paolo indirizza uno scritto che, al suo interno, anticipa i temi che saranno sviluppati nella lettera ai Romani. L’apostolo deve affrontare una situazione ecclesiale nella quale si sono introdotti alcuni giudeo-cristiani che ribadiscono la necessità della circoncisione e dell’osservanza della legge mosaica anche per i cristiani provenienti dal paganesimo.

Composta forse attorno all’anno 55, la lettera si apre con un’esposizione autobiografica, che occupa i primi due capitoli. In essa l’apostolo rievoca l’avallo ricevuto per la sua missione ai pagani da parte delle “Colonne” della Chiesa, cioè Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni (2,9), ma anche il contrasto con Pietro a causa del comportamento esitante da lui tenuto ad Antiochia, quando Cefa aveva evitato i contatti con i pagani, appena erano giunti in quella città alcuni rappresentanti giudeo-cristiani di Gerusalemme (2,11-14).

L’evento permette a Paolo di sviluppare la sua riflessione sulla giustificazione e sulla salvezza che ci vengono offerte per grazia e accolte nella fede, e non certo prodotte dalla nostra osservanza della legge mosaica e, quindi, dalle opere umane. Queste ultime sono piuttosto «il frutto dello Spirito» (5,22) ed esprimono la vita di figli di Dio che ci è stata donata in Cristo Gesù (4,6-7). Su questi temi teologici si sviluppa il corpo centrale della lettera (capitoli 3-6), che propone la terminologia caratteristica paolina (fede, grazia, carne, legge, libertà, giustificazione, Spirito) e che presenta un grande ritratto di Abramo come padre della fede.

Si ha, così, l’abbozzo essenziale di quella visione della salvezza operata da Cristo già incontrata nella lettera ai Romani, che è però posteriore a questo scritto indirizzato ai Galati. Una visione grandiosa che si allarga a tutto l’orizzonte umano, cioè a tutti coloro che hanno «crocifisso la carne con le sue passioni» (5,24) e si sono «rivestiti di Cristo». In questa dimensione ormai «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina, poiché tutti voi siete una sola persona in Cristo Gesù» (3,28).
  
Nota Finale

La Lettera è indirizzata ai cristiani della Galazia del nord, l’attuale regione della Turchia intorno ad Ankara, che Paolo evangelizza durante il secondo e il terzo viaggio missionario. Inviata dalla Macedonia o da Corinto nell’inverno del 57-58 d.C., qualche tempo prima della lettera ai Romani, ne svolge la stessa tematica ma con tono molto polemico. Si apre con un’apologia personale, prosegue con una complessa argomentazione dottrinale per ricordare a coloro che volevano imporre di nuovo la circoncisione che la salvezza è dono gratuito di Dio e della fede, e si conclude con una serie di calde esortazioni perché nessuno pensi che la “legge dello Spirito” significhi indifferenza morale. Se nelle lettere ai Corinzi l’apostolo denuncia il pericolo di un ritorno allo spirito greco per l’orgogliosa fiducia nella ragione, qui denuncia quello di un ritorno allo spirito giudaico con l’orgogliosa fiducia nella legge.




sabato 9 febbraio 2019

SECONDA LETTERA AI CORINZI



I rapporti di Paolo con la Chiesa di Corinto furono piuttosto turbolenti, e questa nuova lettera ne è la testimonianza esplicita. Composto forse sullo scorcio del 57, al termine del terzo viaggio missionario dell’apostolo, questo scritto fa anche riferimento a un’altra lettera che Paolo avrebbe composto fra «molte lacrime» e che, secondo alcuni studiosi, sarebbe confluita nella seconda lettera ai Corinzi in una successiva redazione del testo. Appaiono nitidamente in queste pagine alcuni avversari dell’apostolo, che sembrano essere cristiani di spicco e che Paolo bolla aspramente per il loro comportamento, la loro dottrina e la loro arroganza, definendoli con ironia «superapostoli» (12,11).

Difficile è identificare con esattezza quale sia il loro profilo: certo è che essi rappresentano movimenti che si oppongono all’apostolo, ne disprezzano la persona «debole» e «la parola dimessa» (10,10) e mettono in crisi l’autentica dottrina e l’unità della Chiesa. Il testo della lettera paolina ha innanzitutto lo scopo di ricostruire nei primi sette capitoli la figura del vero apostolo, il suo impegno e la sua missione, incarnati appunto da Paolo stesso. Si tratta di pagine di grande forza, con immagini vivissime come quella della lettera «scritta non con inchiostro…, ma sulle tavole che sono i… cuori di carne» (3,3), con l’esaltazione del ministero apostolico e della sua funzione di salvezza, ma anche di giudizio. Curioso è, poi, un brano (6,14-7,1) che sembra composto sulla base dei temi, dei simboli e dello stile degli scritti ritrovati (nel 1947) nelle grotte di Qumran, presso il Mar Morto, espressione di una comunità giudaica dall’identità originale.

Nei capitoli 8-9 si ha quasi un piccolo trattato sull’elemosina cristiana: esso prende spunto dalla colletta che le Chiese avevano organizzato per aiutare quella di Gerusalemme in gravi difficoltà economiche, colletta che Paolo sostiene con grande calore. Infine, la lettera ritorna sul tema dell’apostolato, ma lo fa con un lungo brano autobiografico dal tono piuttosto concitato, distribuito nei capitoli 10-13. Si incontrano in queste pagine notizie sulla vita tormentata di Paolo, ma anche si ribadisce la sua fiducia inconcussa in Cristo e nella forza che egli offre: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (12,10).

In questa confessione autobiografica, opposta ai falsi maestri come esempio di vita apostolica, si ha anche la menzione di «una spina nella carne» di Paolo, una prova dura (una malattia?), che però non gli impedisce di «vantarsi nel Signore» che gli dà grandi doni e salvezza (10,17). Con l’apostolo appare anche la Chiesa che è presentata, con una suggestiva immagine nuziale, come «vergine casta» offerta a Cristo per un amore totale, unico e perfetto (11,2).  

Nota Finale

Paolo scrive questa seconda lettera ai Cristiani di Corinto verso la fine del 57 d.C., quando il discepolo Tito lo raggiunge in Macedonia e gli porta buone notizie su quella comunità che ha fatto versare all’apostolo tante lacrime. È un documento di eccezionale valore anche dal punto di vista storico-biografico, in quanto ci fornisce un sincero ritratto dell’animo paolino. Essa non è di facile lettura, perché Paolo non sempre ha la possibilità di ordinare in modo rigorosamente logico i suoi pensieri e soprattutto i suoi sentimenti. Per di più, in essa, egli difende con toni piuttosto polemici il suo buon diritto di predicare il vangelo, scrivendo pagine bellissime sulla grandezza del ministero apostolico. La lettera tratta anche la questione della raccolta di denaro in favore della Chiesa-madre di Gerusalemme. Questo permette di far crescere la coscienza dell’unità e sviluppare il tema della Chiesa come unico corpo di Cristo.



sabato 2 febbraio 2019

PRIMA LETTERA AI CORINZI



Paolo era approdato a Corinto attorno al 51, durante il suo secondo viaggio missionario, e vi era rimasto a lungo con varie vicende. La città era un importante centro commerciale, dove si incrociavano esperienze culturali, sociali e religiose differenti, ma in essa prosperavano anche la corruzione e la degenerazione morale. La stessa comunità cristiana aveva probabilmente respirato quest’atmosfera e ben presto si era rivelata divisa, segnata da crisi etiche, da problemi teologici e pastorali. Paolo apprende notizie poco confortanti da alcuni inviati di Corinto, mentre si trova a Efeso. Siamo forse attorno all’anno 55.

Decide, allora, di scrivere una lunga lettera che affronti puntigliosamente le questioni più scottanti a lui segnalate. Si ha, così, la possibilità di ricostruire un ritratto di quella Chiesa e del suo stato spirituale. Proprio per il riferimento specifico a una situazione concreta, certe affermazioni di Paolo possono risultare aspre e parziali: non siamo, infatti, in presenza di una riflessione teologica generale, bensì leggiamo una serie di indicazioni pastorali dirette e legate a interrogativi circoscritti. Tuttavia lo scritto offre molti spunti importanti per la vita e la fede di tutta la Chiesa e rivela l’anima pastorale dell’apostolo.

Egli attacca con veemenza le divisioni che stanno frantumando la Chiesa e le raccorda a un concetto errato di sapienza: quella del cristiano è solo la sapienza della croce. Viene poi affrontata la questione sessuale che travagliava la comunità, immersa in un ambito particolarmente corrotto: si combattono le tendenze eccessivamente rigoriste e quelle troppo permissive, si condanna un caso di incesto, si offre una riflessione molto specifica sul matrimonio e sul suo significato, ma anche si esalta la verginità consacrata a Dio e ai fratelli. Si passa poi al tema particolare della partecipazione dei cristiani ai sacrifici pagani con i loro familiari non cristiani, cercando di definire i confini leciti e quelli da evitare.

L’attenzione alla vita liturgica della Chiesa e alle sue possibili degenerazioni si allarga in una splendida pagina sulla struttura interiore profonda della Chiesa stessa, concepita come corpo di Cristo, molteplice nelle sue membra e qualità (i “carismi”), ma unita dall’amore (“agape”). La lettera è chiusa, oltre che da una serie di notizie finali, da una grandiosa riflessione sul mistero pasquale di Cristo e sulla nostra partecipazione ad esso attraverso la risurrezione, nella quale la morte sarà definitivamente vinta e Dio stesso sarà «tutto in tutti» (15,28).

Nota Finale

La lettera, inviata da Efeso verso la Pasqua del 57 d.C., nasce dalla necessità di rispondere ad alcune questioni morali e religiose portate a conoscenza di Paolo. Per capirla occorre ricordare che la giovane comunità cristiana di Corinto vive in una metropoli di 600.000 abitanti, con profondi squilibri sociali, una varietà di culture e di religioni, un impressionante permissivismo morale. Anche la Chiesa ne subisce i contraccolpi: divisioni interne, ripensamento in chiave ideologica della fede, confusione etica in campo sessuale e matrimoniale, incertezza nei rapporti con i pagani. A ogni problema Paolo dà una risposta precisa, riconducendo tutto ad alcune direttrici di fondo: Il Cristianesimo non è una filosofia, ma una fede basata sull’annuncio di Cristo crocifisso e risorto; la Chiesa vive dello Spirito di Cristo, che ne fa l’unità e la varietà; la sua morale deriva dalla logica dell’Eucarestia e dalla carità. Chi legge la lettera ai Corinzi ha davanti agli occhi una radiografia della vita reale di una Chiesa dei tempi apostolici.



martedì 22 gennaio 2019

LETTERA AI ROMANI



A Roma la comunità cristiana si era già costituita, collegandosi inizialmente alla forte presenza giudaica che comprendeva 50000 membri e ben 13 sinagoghe. Paolo, forse nell’inverno 57-58, indirizza a questa Chiesa prestigiosa una lettera che è anche il suo capolavoro teologico e che sarà un punto riferimento capitale nella storia della cristianità, come affermava un commentatore, Paul Althaus: «Le grandi ore della storia della Chiesa sono state le grandi ore della lettera ai Romani». Basti solo pensare al rilievo che questo scritto paolino ebbe nella riforma di Lutero.

Abbozzata nei suoi termini fondamentali già nella lettera ai Galati, che cronologicamente la precede, l’opera si distende in una riflessione molto intensa e impegnativa che occupa i primi 11 capitoli, mentre il resto della lettera (capitoli 12-16) è di taglio più pastorale, morale e concreto (suggestiva, ad esempio, è nel capitolo 16 la lista degli amici, collaboratori e collaboratrici che vengono salutati e che costituivano le comunità cristiane). La tesi dominante della lettera è formulata attraverso una frase del profeta Abacuc citata in 1,17: «Il giusto vivrà mediante la fede». Due sono le componenti della citazione che verranno sviluppate.

Innanzitutto, la cosiddetta «giustificazione per la fede», presentata e approfondita nei capitoli 1-5, a cui seguirà la «vita secondo lo Spirito», delineata nei capitoli 6-8. L’uomo è sulle sabbie mobili della «carne», cioè della sua radicale debolezza peccatrice. Vano è il suo tentativo di uscirne attraverso le opere della «legge», cioè con le sue sole forze. È necessario che Dio dall’alto stenda la mano della sua «grazia» e che l’uomo l’afferri con la «fede»: solo così egli sarà «giustificato», cioè diverrà giusto e salvato. Questa vicenda si attua attraverso l’esperienza battesimale, che coinvolge tutta la vita della persona, unendola a quella di Cristo.

Nasce, così, la “nuova creatura”, animata dallo Spirito Santo, figlia adottiva di Dio, partecipe di una redenzione che coinvolge tutto l’essere e che è cantata da Paolo nella stupenda pagina del capitolo 8. Su questo, che è il nucleo teologico centrale della lettera, si innestano altri temi rilevanti come quelli del rapporto tra cristianesimo e giudaismo (capitolo 9-11), un argomento particolarmente caro a Paolo, del rapporto dei cristiani tra loro (capitolo 12), del rapporto con il potere politico imperiale (13,1-7), del rapporto con i deboli nella fede (capitolo 14). L’apostolo chiude il suo scritto presentando i suoi progetti missionari, che comprendono anche un viaggio in Spagna, passando per Roma (15,28).

Nota Finale

Con questo scritto si apre, nel Nuovo Testamento, la raccolta delle lettere di Paolo, che sono ordinate in base alla loro importanza e alla dignità della Chiesa alla quale sono indirizzate e non secondo la data di composizione. Per questo la lettera ai Romani occupa il primo posto, anche se scritta verso la primavera del 58 d.C., dopo le lettere ai Tessalonicesi, ai Corinzi e ai Galati. Da Corinto viene portata a Roma dalla diaconessa Febe, quasi credenziale per la comunità cristiana di Roma, non fondata da Paolo, ma che l’apostolo intende visitare in occasione di un progettato viaggio in Spagna.

Dopo l’indirizzo iniziale, Paolo espone un “compendio del suo vangelo”: prima in una parte dottrinale dove dimostra che la salvezza proviene solo dalla giustizia di Dio e dalla fede in Lui, che ama senza pentimenti tutti, siano essi pagani o Ebrei; e poi in una seconda parte esortativa dove illustra le conseguenze pratiche. La lettera costituisce uno dei vertici del pensiero paolino e conserva un’importanza decisiva per la vita della Chiesa e per l’ecumenismo. È stato scritto giustamente che “le grandi ore della storia della religione cristiana sono anche le ore della lettera ai Romani”.




sabato 19 gennaio 2019

ATTI DEGLI APOSTOLI



Dedicata ancora a Teofilo, personaggio prestigioso ma a noi non meglio conosciuto, come il vangelo, questa è la seconda opera dell’evangelista Luca, che l’ha composta in un greco accurato e con indubbie capacità narrative (basterebbe leggere l’emozionante racconto della tempesta e del naufragio di Paolo presente nel capitolo 27). Gli Atti degli Apostoli uniscono con sapienza al loro interno una serie di memorie storiche, riguardanti la diffusione del cristianesimo delle origini attraverso la testimonianza e l’attività dei primi missionari, tra i quali naturalmente spiccano Pietro e Paolo, a una vera e propria riflessione teologica sulla Chiesa e sulla sua anima, che è la parola di Cristo e lo Spirito Santo.

Proprio per questa fusione tra storia e interpretazione religiosa il libro degli Atti degli Apostoli è stato considerato come una specie di quinto vangelo, che traccia il diffondersi della parola di Cristo da Gerusalemme fino a Roma. Il racconto, infatti, si apre proprio con la stessa scena gerosolimitana dell’ascensione di Gesù al cielo con cui si era chiuso il vangelo. Il “testamento” del Risorto è il progetto dell’opera stessa di Luca: «Mi sarete testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8).

Gli Atti degli Apostoli sono divisi in due grandi parti dal capitolo 15, che descrive il cosiddetto concilio di Gerusalemme. Nella prima sezione (capitoli 1-15) si parte da Gerusalemme e dal grande evento della Pentecoste, che muove la Chiesa verso l’esterno. È nella città santa che si ha la prima predicazione di Pietro (capitoli 1-5). Ben presto, però, la scena si allarga in Giudea e Samaria ed emerge la figura di Saulo-Paolo, il persecutore convertito. Pietro stesso, con l’annunzio di Cristo al centurione romano Cornelio, e Paolo, con l’impegno tra i pagani di Antiochia, aprono il cristianesimo all’orizzonte universale.

Le tensioni con i giudeo-cristiani, che vorrebbero un passaggio previo dei pagani nel giudaismo con la circoncisione prima dell’ingresso nel cristianesimo, sono risolte dal concilio di Gerusalemme. Ha inizio così la seconda sezione (capitoli 16-28), in cui il protagonista è Paolo con i suoi tre viaggi missionari che lo portano in Asia Minore e in Grecia, ma che lo conducono all’arresto in Gerusalemme e a Cesarea Marittima, sede del procuratore romano. Avendo avanzato l’appello al tribunale supremo imperiale, in quanto cittadino romano, l’apostolo raggiunge Roma, ove è posto agli arresti domiciliari, ma con la possibilità di annunziare il vangelo a quanti lo visitano. Con questa scena si chiude il secondo libro lucano.

Nota Finale

Dopo il vangelo, è il secondo libro attribuito a Luca. Il titolo fa capire che vi si narrano le gesta di alcuni apostoli. Difatti si tratta di un saggio storico-teologico sui primi trent’anni di vita della Chiesa, dall’ascensione di Gesù fino all’arrivo di Paolo a Roma nel 61 d.C. Nella prima parte il protagonista è Pietro e il centro geografico Gerusalemme; nella seconda il protagonista è Paolo ed epicentro sono le città di Efeso e di Corinto. Tra queste due parti è collocata l’assemblea di Gerusalemme, che potrebbe essere considerata il primo Concilio della storia della Chiesa.

Il disegno teologico sottolinea la chiamata alla salvezza di tutti, anche dei pagani. Essa è voluta da Dio, che porta a compimento ciò che dicevano le profezie dell’Antico Testamento. Protagonista di questa storia teologica è lo “Spirito Santo”, che fa sì che la Chiesa continui la missione di Gesù. Luca, infatti, è attento a mettere in risalto le coincidenze fra i gesti di Gesù e quelli dei suoi discepoli. Redatto fra gli anni 70-80 d.C., il libro degli Atti degli Apostoli, che narra la diffusione del vangelo da Gerusalemme a Roma, resta un libro aperto. La sua storia continua ancora.  

   


venerdì 18 gennaio 2019

IL NUOVO TESTAMENTO CI RIVELA GESÙ CRISTO



Il Nuovo Testamento è costituito da 27 scritti di diversa estensione, composti con poco più 140.000 parole greche (il più lungo dei vangeli, quello di Luca, contiene 19.404 parole). Se volessimo ordinare questi libri in settori definiti da elementi comuni, potremmo rimandare sostanzialmente a tre aree. Ci sono innanzitutto i “quattro vangeli” – che assommano in sé 64.327 parole greche – che dalla tradizione sono riferiti a quattro autori con caratteristiche proprie: Matteo, Marco, Luca, Giovanni.

La collocazione cronologica più certa è quella che va dalla fine degli anni 60 allo scorcio del I secolo. Il più antico è quasi certamente il vangelo di Marco, seguito da Matteo, Luca e Giovanni. Il “vangelo” costituisce un vero e proprio genere letterario, cioè un modello di composizione che non ha paralleli prima del cristianesimo, e nel valore del termine stesso – in greco “euanghelion”, «buona novella», «annunzio di bene» – contiene la caratteristica fondamentale che lo definisce. Infatti, i racconti evangelici si preoccupano di riferire gli eventi storici e le parole di Gesù di Nazaret, l’indiscusso protagonista di queste pagine.

Gli Evangelisti illuminano quei dati, che tra l’altro sono stati da loro selezionati, alla luce della fede e, più precisamente, dall’esperienza vissuta dalla Chiesa delle origini, quella della Pasqua di Cristo. Perciò, se da un lato è possibile compiere una ricerca sul Gesù storico presente nei vangeli, d’altro lato la testimonianza evangelica si propone la finalità di far comprendere ai lettori il mistero di Cristo, Figlio di Dio, e di condurre il lettore all’adesione nella fede: «[Queste cose sono state scritte] perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Giovanni 20, v.31).

Storia e fede, eventi e interpretazione, «carne» e «parola» (per usare il linguaggio del prologo di Giovanni) si intrecciano in modo stretto, proprio come accade in Cristo che è uomo e Dio. Si può, allora, dire che «il cristianesimo è nato due volte» (Lucien Cerfaux): la prima nascita avviene con la predicazione, l’azione e la storia di Gesù; la seconda con la sua gloriosa risurrezione che diventa il cuore e la chiave di interpretazione dell’intero Nuovo Testamento. Ogni evangelista, che respira la fede della Chiesa e che si rivolge alla Chiesa (anzi, a una precisa comunità ecclesiale), rivela un suo personale approccio alla figura di Cristo.

Matteo (vedi post pubblicazione 07-01-2016) sembra privilegiare le parole di Cristo, distribuendo nella sua opera cinque solenni discorsi; ma al tempo stesso rivela un’attenzione particolare a raccordare la figura e l’insegnamento di Gesù all’Antico Testamento. È, questa, una consapevolezza della sua comunità, costituita da cristiani provenienti dall’ebraismo, ma è anche la coscienza di tutta la Chiesa, come testimonia l’apostolo Paolo: «Tutto quanto è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza» (Romani15,4).

Marco, il primo degli evangelisti in ordine cronologico, si preoccupa invece di avviare il suo lettore su un itinerario che procede dall’oscurità verso la piena rivelazione. Gesù appare innanzitutto come uomo che, però, compie atti sorprendenti di liberazione dal male nei confronti di malati fisici e spirituali. A metà strada è riconosciuto da Pietro come «Cristo», cioè Messia. Una lunga tappa che conduce da Gerusalemme mostra la qualità strana di questo Messia: egli non sarà un trionfatore ma uno sconfitto. Ma è proprio nel momento della sua morte in croce che un centurione romano scopre il segreto ultimo di Gesù, che verrà poi suggellato dalla risurrezione: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39).

Un lungo viaggio è anche al centro del vangelo di Luca (vedi post pubblicazione 14-05-2016). Questa volta, però, è un vero e proprio percorso che si estende nello spazio che conduce a Gerusalemme (capitoli 9-19). Alle spalle ci sono le origini di Cristo e la sua prima predicazione nella regione settentrionale della Galilea; davanti vi sono la morte e la gloria che hanno come meta ultima l’ascensione al cielo, cioè il ritorno di Gesù nell’orizzonte divino, dopo essere stato una presenza viva e salvatrice nella storia umana. Nel viaggio verso Gerusalemme Luca colloca quei temi che più gli sono cari e che ai suoi occhi meglio raffigurano il volto di Cristo: l’amore, la gioia, la povertà, il distacco, la preghiera e la storia trasfigurata dal passaggio del Signore.

Verso la fine del I secolo, tenendo conto di una lunga predicazione della Chiesa e degli altri vangeli, fiorisce l’ultimo scritto, il più alto e originale, quello di Giovanni (vedi i tre post pubblicati il 02-01-2016; il 6 e 7-05-2016), aperto da uno stupendo inno che esalta Cristo come “Logos”, cioè come Parola, Verbo divino, entrato però nella “carne” dell’umanità. L’evangelista modella il linguaggio di Gesù in modo solenne; imposta la sua vicenda terrena immaginando una specie di processo nel quale Cristo è condannato eppure è vincitore; seleziona “sette” miracoli che presenta come “segni”, cioè come espressione di una realtà superiore a cui il Figlio di Dio ci vuole condurre; presenta la fine della vita terrena di Gesù come l’«Ora» per eccellenza della storia della salvezza, e la sua Pasqua come una “esaltazione” nella gloria per attrarre l’intera umanità a Dio.

Profili diversi, quindi, dell’unico Gesù Cristo, proprio perché ciò che gli evangelisti – e prima di loro i predicatori cristiani delle origini della Chiesa – vogliono rivelare non è solo la vicenda storica del nazareno, ma l’opera di salvezza che egli ha compiuto, deponendo un seme di eternità e di vita divina nell’umanità. Gli atti di Gesù sono spesso miracoli perché contengono in sé una forza trascendente; le sue parabole sono racconti affascinanti, ma rimandano al “Regno di Dio”; la sua morte approda a un orizzonte trascendente di luce e di vita, nella risurrezione e nella glorificazione, capace di svelare la divinità di Gesù, ma anche di fecondare e trasformare il dolore e la morte dell’umanità.

Da questa radice fondamentale dell’annunzio di «Gesù Cristo, Figlio di Dio» (Marco 1,1), che si cristallizza nelle pagine dei vangeli, si dirama la riflessione di Paolo e della Chiesa. Giungiamo, così, alla seconda area del Nuovo Testamento, quella delle “Lettere”. Essa è occupata da due generi particolari di scritti che rivelano un aspetto epistolare: si hanno, infatti, indirizzo e saluti iniziali, dichiarazioni rivolte ai destinatari e raccomandazioni e saluti vari in finale.

Dapprima incontriamo il complesso delle Lettere di Paolo, ordinate secondo una sequenza tradizionale che, però, non corrisponde a quella cronologica. Si tratta di 13 scritti contrassegnati in modo esplicito dal nome dell’Apostolo e di un quattordicesimo che è a sé stante, la “Lettera agli Ebrei”. Questa è stata attribuita a Paolo fin dal II secolo, ma in modo esitante, e ora è considerata nettamente distinta dal resto dell’epistolario paolino.

Gli studiosi prevalentemente riconducono a Paolo in modo diretto sette lettere, composte tra gli anni 50-60: 1Tessalonicesi, 1 e 2Corinzi, Galati, Filippesi, Romani, Filemone (Questo è il probabile ordine cronologico). Le altre sarebbero da riferire all’orizzonte paolino e forse riflettono la mano di discepoli, che si ispirano al loro maestro sviluppandone il pensiero (2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1 e 2Timoteo, Tito; le ultime tre vengono chiamate di solito “Lettere pastorali”).

Questa divisione non significa che le seconde non siano ispirate e canoniche: tutte portano in sé il sigillo della rivelazione divina, che si comunica attraverso uomini differenti, ma tutti segnati dallo Spirito di Dio. La “lettera agli Ebrei” è, in realtà, una splendida e complessa omelia della Chiesa delle origini, centrata sulla figura di Cristo sacerdote e sul significato del suo sacerdozio.

Difficile è riassumere in poche battute il sistema di pensiero di Paolo, un uomo che ebbe la vita attraversata dall’irruzione di Cristo (la celebre esperienza sulla via di Damasco narrata in Atti 9). Egli è profondamente ancorato alla matrice ebraica: «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge» (Filippesi 3,5). Tuttavia, la sua nascita a Tarso in Cilicia (attuale Turchia meridionale), città romana, e la sua formazione lo rendono aperto anche all’orizzonte greco-romano. Dopo la sua conversione, la sua grande sfida sarà quella di trascrivere e di comunicare il messaggio cristiano per quel nuovo orizzonte sul quale la nuova fede si stava affacciando.

In quest’opera egli ordina ed elabora il messaggio di Cristo in un nuovo progetto che ne conservi l’anima profonda, ma anche ne riveli le potenzialità e l’attualità. Usando un vocabolario greco molto personale, cioè scegliendo termini particolari e imprimendo ad essi nuovi significati, Paolo sviluppa la visione cristiana dell’uomo e della storia, tesa tra l’epifania della grazia divina offerta in Cristo e il peccato dell’umanità. L’abbraccio di salvezza tra Dio e la creatura avviene attraverso la fede che trasfigura l’uomo conducendolo a partecipare alla stessa vita divina.

I credenti divengono figli adottivi di Dio nel Figlio, Gesù Cristo. Ed è proprio la figura di Cristo a dominare gli scritti paolini; il nome ricorre, infatti, più di quattrocento volte. L’Apostolo confessa che per lui «il vivere è Cristo» (Filippesi 1,21). D’altronde tutti gli scritti neotestamentari potrebbero essere posti all’insegna di una frase della lettera agli Ebrei, che, pur non essendo paolina, ne riflette alcuni elementi: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» (13,8).

Il secondo tipo di lettere raccoglie, invece, una serie di sette scritti attribuiti a vari apostoli – Giacomo, Pietro, Giovanni e Giuda – e oscillanti tra il testo teologico molto ampio e profondo (pensiamo, ad esempio, alla 1Pietro e alla 1Giovanni), l’omelia (Giacomo, ad esempio) e il biglietto breve ed essenziale (2 e 3Giovanni). La tradizione le ha chiamate “Lettere cattoliche”, cioè “universali”, considerandole un messaggio destinato a tutta la cristianità del I secolo, anche se in realtà esse sembrano riflettere l’ambito ecclesiale dell’Asia Minore. La celebrazione del Dio amore ha reso famosa soprattutto la 1Giovanni, ma non mancano spunti molto interessanti anche nelle lettere di Pietro e di Giacomo.




















Giungiamo, così, al terzo e ultimo settore degli scritti neotestamentari. Esso comprende due opere profondamente differenti tra loro e originali nella loro qualità. La prima è il libro degli Atti degli Apostoli, un grande affresco della vita missionaria della Chiesa delle origini tratteggiato dall’evangelista Luca. Da Gerusalemme, il vangelo, predicato da Pietro, dagli altri testimoni e soprattutto da Paolo, raggiunge Roma, la capitale dell’impero, attraversando l’intera area del Mediterraneo. L’attenzione è riservata in particolare a Paolo e ai suoi viaggi missionari. Ma sono la parola di Cristo e lo Spirito Santo l’anima profonda che sostiene la storia della Chiesa e il suo slancio missionario.

A sé stante è anche l’Apocalisse attribuita a Giovanni, l’ultimo libro, che suggella non solo il Nuovo Testamento ma anche tutta la Bibbia. Anch’essa è una descrizione della Chiesa – quella dell’Asia Minore è al centro dei primi capitoli –, non solo nel suo itinerario travagliato nelle vicende storiche ma anche nel suo destino glorioso, raffigurato dalla Gerusalemme celeste, la città della speranza e dell’incontro pieno con Cristo, invocato con passione nell’ultima pagina («Vieni, Signore Gesù!»). L’opera, costellata di simboli gloriosi e terribili, affidata al linguaggio “apocalittico” che era presente già nell’Antico Testamento (Ezechiele e Daniele), si rivela perciò come un grandioso annunzio di fiducia rivolto alla Chiesa in crisi al suo interno e perseguitata all’esterno e come una vigorosa interpretazione della storia. Essa è apparentemente dominata dalle forze mostruose del male, ma la meta che l’attende è luminosa e segnata dalla vita e dal bene.

Abbiamo, così, tracciato la mappa essenziale della Scrittura sacra cristiana: essa, però, non si esaurisce in questi 27 scritti ma si unisce in un ideale abbraccio anche ai 46 libri dell’Antico Testamento e tutti insieme i 73 scritti compongono la Bibbia, il grande libro della parola di Dio. I due Testamenti, il Primo o Antico e il Nuovo, costituiscono non solo la Rivelazione del mistero di Dio ma anche la «lampada per i passi» dell’uomo nel cammino della storia (Salmo 119,105). Infatti, «tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (vedi 2Timoteo 3,16).

Cristo non è venuto per «abolire la legge o i profeti, ma per dare compimento» (Matteo 5,17). È per questo che egli costituisce la chiave d’interpretazione delle Scritture nel loro progetto unitario di salvezza, iniziato con Israele e condotto a sviluppo e a pienezza nel popolo di Dio, a cui tutta l’umanità è invitata a iscriversi e ad aderire attraverso la fede e la giustizia. Cristo, connettendosi ai profeti, continua a interpellare ogni uomo perché accolga e partecipi al Regno di Dio che egli annunzia ed edifica nella storia. La lettura del Nuovo Testamento non è, allora, soltanto la conoscenza della figura di Gesù e della sua realtà profonda e misteriosa né delle testimonianze che su di lui ci hanno lasciato coloro che lo videro e ascoltarono né delle vicende iniziali della cristianità.

Seguire accuratamente e penetrare le pagine neotestamentarie vuol dire anche essere provocati a una risposta personale, a un incontro con la figura di Cristo che ci ripete la domanda rivolta ai discepoli di allora: «Voi, chi dite che io sia?» (Matteo 16,15). La nostra risposta è possibile dopo averlo seguito nei percorsi di fede che queste pagine del Nuovo Testamento ci delineano, invocando la sua vicinanza, ma anche pregandolo di mettersi lui per primo a cercarci, come diceva il filosofo Soren Kierkegaard: «Gesù, vieni in cerca di me sui sentieri dei miei traviamenti ove io mi nascondo a te e agli uomini». Paolo, infatti, aveva scritto ai Romani: «Isaia arriva a dire: Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non si rivolgevano a me» (Rm10,20).



sabato 15 dicembre 2018

MALACHIA



Posto alla fine della raccolta dei profeti, Malachia – il cui nome potrebbe essere anche uno pseudonimo, “messaggero di JHWH” (vedi 3,1) – visse forse nel V secolo a.C. e riflette il clima della comunità ebraica al tempo di Esdra e Neemia. Ma lo apre anche su altri orizzonti più vasti e protesi verso un futuro messianico: è per questo che Malachia è stato citato ben dodici volte dal Nuovo Testamento e un suo passo di sapore universalistico (1,11) è stato applicato, dai primi commentatori cristiani e dal Concilio di Trento, all’Eucarestia.

Dopo una celebrazione dell’amore di Dio che ha scelto Giacobbe-Israele e rigettato Esaù-Edom (1,2-5), Malachia polemizza con la freddezza e l’indifferenza dei sacerdoti nell’espletare le loro funzioni liturgiche (1,6-2,9) e con gli Israeliti che divorziano dalle loro mogli per sposare donne straniere (2,10-16). Si apre, così, una pagina grandiosa che dipinge il «giorno del Signore» nel quale si celebrerà un giudizio di purificazione dal male (2,17-3,5).

Si passa poi a una lezione concreta: le cavallette e la scarsità del raccolto sono viste come segno della punizione divina a causa dell’infedeltà nel versare le decime al tempio (3,6-12). Ai giusti scoraggiati il profeta annunzia l’irruzione di Dio nella storia umana per far finalmente trionfare le vittime delle prepotenze. Questa irruzione sarà preparata dal ritorno sulla terra di Elia, una promessa che Gesù applicherà alla figura di Giovanni Battista (3,6-24).

Pieno di Zelo per la santità dei sacerdoti e per il loro ideale di dedizione alla legge del Signore, impegnato nella perfetta osservanza del culto e nella moralità dei costumi, sostenitore della purezza del matrimonio, Malachia riflette un momento storico non facile, segnato da una pratica religiosa formalistica e da una vita morale in crisi. È questa l’atmosfera di torpore che egli vuole scuotere con l’annunzio del giudizio imminente di Dio e che anche Esdra e Neemia avevano cercato di vincere introducendo maggior rigore nell’osservanza della legge.

Nota Finale

Il nome ebreo Malachia, che significa “mio messaggero”, probabilmente è solo l’appellativo di un profeta rimasto anonimo. Chiunque sia il redattore del libro, egli – rivolgendosi agli Ebrei nel V secolo a.C., alcuni decenni dopo il loro ritorno dall’esilio babilonese e la ricostruzione del tempio – rimprovera non soltanto il popolo ma anche i sacerdoti per la rilassatezza dei costumi e per le infedeltà all’alleanza. 

Come Zaccaria, Malachia parla del giorno del Signore, in cui Dio benedirà i giusti e condannerà i malvagi. Il nuovo elemento introdotto dal vaticinio di Malachia è la promessa che nel grande giorno del giudizio finale sarà inviato un messaggero per preparare la venuta del Signore e purificare il culto, messaggero che gli evangelisti del Nuovo Testamento hanno identificato in Giovanni Battista. Un altro dato di questo profeta, riguardante “l’oblazione pura” offerta in ogni luogo della terra, è stato liberamente applicato dalla tradizione cattolica all’Eucarestia, il sacrificio perfetto e universale.



venerdì 7 dicembre 2018

ZACCARIA



Sotto l’unico nome di Zaccaria (che in ebraico significa: “Il Signore ricorda”) si raccolgono due profeti diversi, così come è accaduto al libro di Isaia che comprendeva gli scritti di almeno tre differenti profeti. Il cosiddetto Primo Zaccaria occupa i capitoli 1-8 del libro: egli inizia la sua predicazione nell’ottobre-novembre del 520 a.C. È quindi contemporaneo del profeta Aggeo, ma la sua scrittura riflette maggiormente quella di un grande profeta dell’esilio, Ezechiele.

Gli oracoli del Primo Zaccaria sono, perciò, da collegare ai primi anni della ricostruzione, dopo l’esilio babilonese, ed evocano i due personaggi principali, il capo politico Zorobabele e il sacerdote Giosuè.
Le sue pagine sono in prosa e sono dominate da otto visioni surreali (capitoli 1-6) poste in coppia tra loro, ma con la prima e l’ultima reciprocamente coordinate. Eccone, allora, la sequenza simbolica logica.

Prima visione: i cavalieri (1,7-17); a essa si associa l’ottava: i cocchi (6,1-8). La seconda visione delle corna e degli artigiani (2,1-4) si raccorda a quella del “geometra” (2,5-9). La quarta, che mette in scena le vesti sacerdotali di Giosuè (3,1-10), va insieme con la quinta del candelabro e degli olivi (4,1-14). La sesta, che introduce un rotolo volante (5,1-4), si connette con la settima, che presenta un moggio enorme da cui esce una donna, l’«iniquità» (5,5-11). Non mancano elementi suggestivi come quello del «servo Germoglio» (3,8), una figura di taglio messianico.

Con il secondo Zaccaria (capitoli 9-14) si passa dalla prosa alla prevalenza di testi poetici e si giunge fino all’epoca ellenistica, come sembrerebbe attestato dal passo di 9,1-17 che mette in scena forse Alessandro Magno e la sua conquista delle città siro-palestinesi (fine IV secolo a.C.). Non mancano anche qui immagini curiose come nella parabola dei due pastori. Molti elementi di queste pagine sono stati riletti dal Nuovo Testamento in chiave cristiana: si ricordino il pastore trafitto, i trenta sicli d’argento e il celebre ingresso in Sion del re-Messia su un asino per annunziare a tutto il mondo il ristabilimento e il trionfo della pace (9,9-10). 

Nota Finale

Nella prima sezione di questo libro, Zaccaria sprona gli Ebrei tornati dall’esilio, e specialmente i loro capi Giosuè e Zorobabele, alla ricostruzione del tempio di Gerusalemme. Gli oracoli del profeta, databili intorno al 519 a.C., si differiscono notevolmente da quelli dei suoi contemporanei: consistono in visioni allegoriche e dialoghi esplicativi sul significato delle visioni. Le immagini, spesso oscure e barocche, sono entrate nel bagaglio tradizionale della letteratura apocalittica. Segue quindi un’esortazione a osservare i comandamenti del Signore e la promessa di un premio per coloro che li rispetteranno.

Nella seconda sezione il tono generale cambia e l’esposizione rispecchia un’età successiva a quella di Zaccaria. Lo sconosciuto compilatore di questa parte prevede per Israele guerre e patimenti, dopo i quali giungerà la redenzione. La descrizione della venuta del re vittorioso e umile è stata vista dagli scrittori del Nuovo Testamento come una prefigurazione dell’entrata di Gesù in Gerusalemme nella domenica delle Palme. Altri simboli, come i trenta denari, l’uomo trafitto e il pastore rifiutato dal suo popolo, serviranno agli evangelisti per interpretare le ultime ore della vicenda terrena del Cristo.

sabato 1 dicembre 2018

AGGEO



Insieme a Zaccaria, il profeta Aggeo (il cui nome rimanda in ebraico al termine “festa”) è il testimone partecipe della ricostruzione della città santa da parte degli Ebrei ritornati dall’esilio babilonese. Le date offerte dal libretto del profeta parlano di agosto-dicembre 520 a.C., allorché si erano intrapresi i lavori di ricostruzione del tempio di Sion (vedi Esdra 5,1 e 6,14, ove si citano Aggeo e Zaccaria).

Lo svolgimento dei due capitoli dell’opera di Aggeo è abbastanza netto. Si parte con un’esortazione rivolta al capo politico degli Ebrei rientrati dalla Babilonia, Zorobabele, e al sacerdote Giosuè, perché si impegnino ad accelerare i lavori di riedificazione vincendo gli egoismi e le inerzie (1,1-11). Rispondono Zorobabele, Giosuè e il popolo (1,12-15), assicurando il loro impegno. Aggeo si rivolge di nuovo ai suoi interlocutori esaltando l’opera da essi intrapresa: la gloria del secondo tempio supererà quella dell’edificio salomonico distrutto nel 586 a.C. dai Babilonesi (2,1-9). In esso confluirà la ricchezza dei popoli (2,7), cioè i contributi persiani e quelli degli Ebrei della diaspora (il passo è stato letto in chiave messianica e universalistica da san Girolamo nella sua versione latina della “Vulgata”).

Le difficoltà agricole che Israele sta attraversando – continua il profeta (2,10-19) – saranno risolte se si offriranno sacrifici puri e accettabili ritualmente, diversamente da quanto finora si è fatto. Rivolgendosi, infine, a Zorobabele, Aggeo annunzia che il Signore abbatterà presto i regni nemici e renderà lo stesso Zorobabele un “anello-sigillo” (2,20-23). È probabile che il profeta veda nel capo d’Israele di quegli anni una specie di figura messianica.

Breve scritto, l’opera di Aggeo è composta in un linguaggio di non alto livello letterario e risulta una testimonianza diretta della situazione difficile in cui si erano trovati i rimpatriati da Babilonia, una volta giunti nella terra dei padri e intrapresa la ricostruzione della città santa di Gerusalemme e del suo tempio.

Nota Finale

Nel 520 a.C., dopo il rientro in patria dall’esilio babilonese, Aggeo esorta il popolo a completare la ricostruzione del tempio di Gerusalemme, distrutto da Nabucodonosor circa settant’anni prima. Sono già passati quasi due decenni dal ritorno degli Ebrei in Palestina, in seguito all’editto di Ciro del 538 a.C., ma del nuovo tempio sono state poste soltanto le fondamenta. Aggeo invita allora i capi della comunità giudaica a impegnarsi con entusiasmo per completare l’opera. Il profeta chiama inoltre i sacerdoti a purificare il culto e sottolinea il legame fra le antiche tradizioni israelite e la promessa di un’età messianica. Il tempio, anche per merito delle insistenze di Aggeo, verrà definitivamente consacrato nel 515 a.C. Il libro, redatto probabilmente più tardi, contiene soltanto un estratto della vigorosa predicazione del profeta.