sabato 23 gennaio 2016

IL DISCORSO DELLA MONTAGNA


Dal capitolo 5 al 7 incontriamo il primo dei cinque discorsi di Gesù che scandiscono il vangelo di Matteo. Esso è stato chiamato “Discorso della Montagna”, perché l’evangelista lo colloca su questo fondale. E’ probabilmente un simbolo del nuovo Sinai sul quale Cristo, nuovo Mosè, offre la sua “legge”. In verità, come si vede dalla prima pagina costituita dalle “beatitudini”, Gesù più che una serie di norme vuole proporre una scelta radicale e totale, come appare dalle espressioni: «poveri in spirito» o «puri di cuore»; l’intero essere dell’uomo, nella sua profondità rappresentata biblicamente dallo «spirito» e dal «cuore», è invitato ad aderire al progetto di Dio, cioè a quello che Gesù chiama «il regno dei cieli». E’ un ribaltamento della visione convenzionale e scontata del mondo per un nuovo ordine di valori (vedi anche post pubbl. dicembre 2015 “la Magna Charta cristiana). 

Dopo la grande pagina delle beatitudini, considerata la “Magna Charta” del Cristianesimo, il “Discorso della Montagna” si svolge con una serie di unità caratterizzata da temi specifici, raccordati al filo che regge l’intera proposta di Gesù, cioè la radicalità e totalità che il cristiano deve offrire nella sua adesione al «regno dei cieli». Limpida e assoluta dev’essere innanzitutto la testimonianza, raffigurata con le tre immagini del “sale”, segno di sapore (come la Sapienza), della “città” collocata su un monte e della “lampada” non nascosta sotto il «moggio» (un recipiente capace di contenere circa 8,5 litri). 

Si puntualizza anche il rapporto con l’Antico Testamento («la legge e i profeti»): c’è unità profonda tra i due Testamenti, al punto tale che Cristo esalta il valore di ogni componente, anche minima (la piccola lettera come lo iod-iota o il segno che distingueva le lettere simili), delle Scritture ebraiche. Egli non abolisce ma porta a pienezza, e qui riaffiora il tema della totalità a cui sopra si faceva riferimento. Un tema che viene poi accuratamente illustrato attraverso le cosiddette “sei antitesi”che si sviluppano nei versetti 21-48. 

Il punto di partenza è sempre un precetto dell’antica legge biblica che non viene, però, negato, bensì portato alla sue estreme conseguenze, alla sua pienezza positiva. Così, il cristiano non si accontenterà di rispettare il comandamento del “Decalogo”, «non uccidere!», ma lo amplierà fino a cancellare ogni aggressione morale nei confronti del fratello: i due termini usati, l’aramaico “raka”, «testa vuota», «stupido», e il greco “moros”, «pazzo», «empio», sono assunti come esempio di questa ira che umilia e uccide moralmente. Altre note sottolineano ulteriormente la generosità assoluta del perdono e dell’amore. Similmente il comandamento che vieta l’adulterio viene riportato alla sua anima più profonda: bisogna combattere non solo l’atto esteriore ma anche il “desiderio”, cioè la scelta interiore, la decisione, la volontà. 

Analoga è la questione del divorzio: Cristo propone ai coniugi cristiani la pienezza della donazione d’amore così come era stata intesa dal creatore nel costituire la coppia. L’ “eccezione” che Matteo introduce («eccetto nel caso di porneia», inteso da alcuni come concubinato o, da altri, secondo certe norme del diritto ebraico antico) riflette una situazione della Chiesa del tempo, ma non incrina il principio dell’amore totale e indissolubile. Una totalità che deve valere anche per il giuramento e la sincerità, affidata alla nettezza del «si, si; no, no» (vedi anche post pubbl. dicembre 2015 “Gesù e il divorzio”). Radicale è pure la condanna di ogni violenza, andando oltre la giustizia del taglione («occhio per occhio, dente per dente», come lo è la scelta dell’amore per il prossimo che non conosce più limiti o frontiere, ma si estende fino al nemico. L’appello finale ad essere «perfetti» come Dio è l’illustrazione più limpida della pienezza e totalità che hanno continuamente retto questa pagina di vangelo (cap.5, 48). 

Gesù ora (cap.6) affronta le tre opere principali della pietà giudaica: L’elemosina, la preghiera e il digiuno. E ancora una volta la sua non è una proposta che cancelli il valore di queste pratiche, ma piuttosto essa mira a condurle alla loro pienezza e purezza di intenzione e di efficacia. Significativa è dichiarazione preliminare sul «praticare le buone opere», ma non «per essere ammirati dagli uomini». Particolare rilievo ha quella specie di “catechismo sulla preghiera” che reca al centro il “Padre nostro”, la preghiera definitiva del cristiano. Matteo ci offre una versione in sette domande, forse ampliate dall’uso liturgico della Chiesa delle origini: Luca, infatti, nella sua versione (11,2-4), presenta solo cinque domande. Certo è che il linguaggio di Matteo è più vicino a quello usato da Gesù, come traspare dalla forte impronta giudaica. 

Ricordiamo, poi, in modo più specifico che «santificare il nome» è la celebrazione della signoria di Dio sulla storia e sull’intera realtà, in pratica è il riconoscimento del suo regno e della sua volontà, come si dice nelle domande successive. Alle invocazioni di natura più direttamente teologica subentrano le suppliche per l’esistenza umana storica, in particolare per il pane “epiousion”, un termine greco assai raro che può alludere sia alle necessità “quotidiane” sia al futuro, al sostegno per il domani (anche se è più probabile la prima interpretazione). I «debiti» nel linguaggio giudaico erano i peccati, e netto è il legame tra il perdono divino e il nostro perdono nei confronti dei fratelli. «non ci indurre in tentazione» è una forte espressione semitica che vuole salvaguardare il dominio di Dio anche sul male, così da evitare ogni dualismo, ma vuole pure evocare la tentazione-prova: il senso, perciò, è quello dell’implorazione a Dio perché non ci esponga alla tentazione del male e alla prova della fede, e, comunque, in esse sempre ci sostenga. 

Dopo l’ammonimento su un digiuno non ipocrita, «per far vedere alla gente», nello spirito della profezia (Isaia 58), Gesù presenta alcune esigenze tipiche del «regno di Dio» e della sua giustizia. Innanzitutto è richiesto il distacco del cuore dalle ricchezze, chiamate con termine aramaico «mammona», un vocabolo che curiosamente ha al suo interno un’assonanza con la radice del verbo della fede, l’ “amen, anche da noi usato. Si tratta di una vera e propria idolatria che conquista e domina l’uomo. 

Segue poi un’intensa lezione sul distacco dalle cose e dagli eventi, illustrata con una serie di esempi di straordinaria fragranza poetica e spirituale e che non necessitano di nessun commento. Gesù ripete per cinque volte il verbo “merimnan” – che in greco significa: «affannarsi», «darsi da fare» (versetti 25.27.28.31.34) –, riguardo al cibo, al vestito e al tempo, per ribadire l’abbandono fiducioso che il fedele deve avere nei confronti del padre celeste e della sua provvidenza continua e amorosa. 

Si conclude in questo capitolo (cap. 7) il “Discorso della Montagna”, descrizione del «regno di Dio» e della sua «giustizia», cioè della sua salvezza e dell’adesione da parte dell’uomo. Si ha una certa varietà di temi, pur nella costante di questo annunzio fondamentale. Innanzitutto si pone l’accento sulla generosità verso il fratello, sulla misericordia nel giudicarlo, consapevoli prima di tutto del proprio limite: celebre è l’immagine della pagliuzza e della trave (ma in 18,15-18 si parlerà anche della necessità della correzione fraterna). Si passa poi, con la citazione di un proverbio («non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci…», a un appello un po’ enigmatico a tutelare la purezza dell’annunzio evangelico. 

E’ di scena successivamente la preghiera, delineata ora nella sua dimensione di fiducia nei confronti di un padre divino che darà sempre «cose buone» ai suoi figli. Questo insegnamento è sostenuto da immagini vivaci, come quelle della porta a cui si bussa, della pietra-pane e del serpente-pesce. Si ha poi, in questa libera sequenza di temi sulla giustizia nei confronti del «regno dei cieli», l’evocazione della “regola d’oro” dell’amore, formulata al positivo e considerata come la sintesi di tutta la morale biblica: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro». A questo punto si apre un lungo paragrafo dedicato al vero e al falso discepolo (dal versetto 13 al 23). 

Appare il simbolo classico delle due vie, cioè della scelta libera del bene, qui trasformato anche nelle due porte che si aprono davanti alle strade. La via del «regno di Dio» è ardua ed esigente e richiede un impegno serio ed assiduo. Attraverso il ricorso allo stile semitico, Gesù ripete a più riprese, così da incidere il suo messaggio nella memoria dei suoi ascoltatori, un monito sulla distinzione tra i veri e i falsi profeti. Le immagini sono quelle delle pecore e dei lupi e degli alberi infruttuosi e carichi di frutti. Per ben sette volte risuona la parola «frutti», considerata come il segno discriminante tra la buona e la cattiva novella. I falsi discepoli, infatti, sono «operatori di iniquità» ed è in questo che devono essere riconosciuti, al di là dell’enfasi delle loro parole e dell’ipocrisia del loro comportamento. Cristo li smaschererà nel giorno del  giudizio su tutta la storia umana. 

Il “Discorso della Montagna” si chiude con due suggestive parabole gemelle. E’ la storia antitetica di chi erige la casa sulla roccia salda e di chi, invece, si affida all’instabilità della sabbia. Il paragone è facilmente decifrabile proprio nel suo parallelismo antitetico: chi «ascolta e mette in pratica» le parole di Cristo è colui che fonda la sua esistenza su base solida; chi ascolta soltanto ma poi compie scelte opposte è destinato allo sfacelo. Attorno alle parole di Gesù – nota l’evangelista – si crea lo stupore della folla che riconosce in quel discorso un’autorità «trascendente» (non riconducibile alle determinazioni dell’esperienza). 

Per il “Discorso della Montagna”, Matteo ha potuto utilizzare una fonte antica (usata anche da Luca), nella quale il discorso iniziava già con le “beatitudini” e terminava con la parabola della “casa sulla roccia”. Ma dentro questo schema, Matteo inserisce molti altri insegnamenti, trasformando in tal modo il discorso in una “Magna charta” dell’esistenza cristiana. La frase, attorno alla quale l’evangelista sembra aver costruito il discorso, è: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (5,20). Si intravedono “tre” giustizie: quella degli scribi, dei farisei e dei discepoli. Matteo contrappone, in una prima parte, il pensiero di Gesù alla giustizia degli scribi; poi, in una seconda parte, spiega la critica di Gesù alle pratiche religiose dei farisei; e infine, terza parte, descrive la giustizia “superiore” del discepolo. L’intento è di rispondere a una domanda cruciale: dove sta l’originalità del discepolo e che cosa lo distingue da un pio Israelita?


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