sabato 2 gennaio 2016

GESU’ CRISTO E’ IL VERBO DI DIO (VANGELO SECONDO GV)

















Il quarto vangelo ha ricevuto, a partire da Clemente Alessandrino (II-III secolo), la definizione di “vangelo spirituale”, una definizione che l’ha accompagnato nei secoli. Testo di alta qualità teologica, «il fiore dei vangeli», come lo chiamava un altro scrittore di Alessandria d’Egitto del III secolo, Origene, questo scritto rivela subito – anche al lettore che lo accosta per la prima volta – almeno due edizioni. Nei capitoli 20 e 21 si hanno, infatti, rispettivamente “due conclusioni”. Gli studiosi hanno voluto, allora, verificare all’interno del testo le tracce di una complessa vicenda “editoriale” che si è svolta in più tappe. 

Essa parte in ambiente palestinese da una tradizione orale legata all’apostolo Giovanni, negli anni successivi alla morte di Cristo e prima del 70, la data della distruzione di Gerusalemme, e si esprime in aramaico. Si ha, poi, una prima edizione del vangelo in greco, destinata a un nuovo pubblico: potrebbe essere quello dell’Asia Minore costiera, che aveva come centro principale la splendida città di Efeso. Alla stesura di questo scritto contribuisce un “evangelista” che raccoglie il messaggio dell’apostolo e lo adatta al nuovo pubblico (si pensi al mirabile inno al Logos, cioè al Verbo divino che è Cristo, destinato a fungere da prologo dell’intero vangelo). 

L’opera, che si concludeva nel capitolo 20, si svolgeva lungo due grandi movimenti: il primo (capitoli 1-12), spesso chiamato “Libro dei segni”, cioè dei sette miracoli emblematici scelti dall’evangelista per illustrare la figura di Cristo, rivelava il Figlio di Dio davanti al mondo, generando adesione e rifiuto. 

Il secondo movimento testuale (capitoli 13-20), spesso intitolato “Libro dell’ora”, cioè del momento glorioso e supremo della vita di Cristo offerta sulla croce, comprendeva la rivelazione del mistero profondo di Gesù ai discepoli (si pensi ai “discorsi di addio” dell’ultima cena, come sono chiamati i capitoli 13-17). 

Infine, come è attestato dal capitolo 21, si procedette a una nuova edizione sullo scorcio del I secolo e forse, in un brano allusivo (21,22-23), si fece riferimento anche alla morte dell’apostolo Giovanni, mentre la Chiesa proseguiva il suo cammino attraverso l’autorità pastorale affidata a Pietro dal Signore risorto (21,15-19). L’insieme del quarto vangelo costituisce un’opera altissima che ha al centro la figura di Cristo, presentata nella sua umanità e divinità con grande originalità teologica. Con Cristo deve confrontarsi l’umanità: i personaggi giovannei sono spesso figure emblematiche che incarnano l’adesione o il rifiuto, mentre tutta la storia si manifesta come la sede di un grande processo che vedrà Cristo glorioso e vincitore proprio nella condanna della crocifissione. 

«In principio era il Logos e il Logos era presso Dio e il Logos era Dio... E il Logos carne divenne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (Giovanni 1, 1-14). 

Il prologo del vangelo di Giovanni è affidato a un inno di straordinaria bellezza e densità, divenuto una delle pagine più celebri dell’intera Bibbia. L’avvio rimanda allusivamente e tematicamente all’inizio della «Genesi»: «In Principio….Dio ordinò…» (1,1.3). Il Cristo è presentato come «Logos» (Parola, Verbo), termine che rimanda alla cultura greca e precisamente ai filosofi Stoici, (per i quali indicava il principio creatore e ordinatore dell’universo) ma che ha le sue radici nell’Antico Testamento, che celebrava la parola creatrice divina, la sapienza del Signore che tutto ordina nell’armonia dell’essere. Cristo è, dunque, alle origini della realtà e della vita ed è nella pienezza della divinità. A questo primo momento ne succede un altro che rappresenta la storia della salvezza. 

L’immagine usata è quella, antitetica, della «Luce» e della «Tenebra», il cui scontro rappresenta la vicenda di Gesù Cristo, annunziato da Giovanni il Battista, che nell’inno appare due volte nella sua funzione di precursore (questa sottolineatura della dipendenza assoluta a Cristo ha fatto pensare ad alcuni studiosi che, qui e altrove, l’evangelista volesse riferirsi polemicamente ai gruppi che consideravano il Battista in una dimensione Messianica). L’ingresso di Cristo-Luce nella storia crea «Tensione» e «Rifiuto», ma anche accettazione nella «Fede». E’ quest’ultima, inoltre, a rendere gli uomini figli di Dio, «generati» dallo stesso Dio che è il padre di Gesù. 

L’ incarnazione di Cristo è espressa nel famoso versetto 14 con l’immagine della tenda («è venuto ad abitare», che in greco suona letteralmente: «ha posto la sua tenda»): il tempio di pietra di Sion (come si dirà esplicitamente in 2,18-22) è ora sostituito dalla «carne» di Gesù, cioè dalla sua corporeità e dalla sua esistenza storica che condivide con noi. Il «Logos», la parola eterna e infinita, entra nelle dimensioni umane dello spazio e del tempo, della vita e della morte. Il tema dell’incarnazione, centrale nel vangelo di Giovanni e nell’intero Nuovo Testamento, è particolarmente marcato negli scritti giovannei, probabilmente in reazione al sorgere delle dottrine gnostiche che negavano appunto il Verbo divino fatto «carne», volendolo conservare nella purezza assoluta della sua Trascendenza. 

L’inno si conclude con un’ulteriore testimonianza del Battista, che ribadisce il primato di Cristo che è «prima» di lui, anche se venuto cronologicamente «dopo» nella storia umana. Si esalta poi la missione del Figlio di Dio presso l’umanità. Egli offre all’uomo soprattutto «La Grazia e la Verità». La «Grazia» è la salvezza che viene effusa in pienezza: l’espressione : «Grazia su Grazia», più che suggerire una successione (prima l’Antico e poi il Nuovo Testamento o prima Cristo e poi lo Spirito Santo), vuole indicare appunto un’effusione costante e piena della salvezza. La «Verità», invece, nel linguaggio Giovanneo è la «Rivelazione di Dio» e del suo «Mistero» che Cristo, «Figlio unigenito, che è nel seno del Padre», può donare al mondo senza riserve e con autenticità. 

Le «Tenebre» (1,5), nel linguaggio biblico, sono il simbolo della morte, del peccato e del potere del male. Ad esse si oppone la «Luce», simbolo di vita e salvezza. Nel Vangelo di Giovanni indicano il «Rifiuto» di Dio e la chiusura alla «Rivelazione» e alla «Salvezza» offerte da Gesù, come pure la condizione dell’uomo e del mondo lontani da Dio. 

«E il Verbo si è fatto Carne». (Giovanni 1,14) contiene espressioni che si ispirano alla mentalità semitica. «Carne» indica la condizione dell’uomo nella sua debolezza e fragilità. L’espressione: «ed è venuto ad abitare in mezzo a noi» è la traduzione del greco: «eskenosen en emin», che allude alla «tenda» (in Greco, Skenè; in Ebraico, Shekinah) nella quale JHWH si rendeva presente al popolo di Israele in cammino nel deserto (Esodo 40,34-35). 

Logos significa “parola, verbo, discorso”, indica la comunicazione tipica dell’essere umano. Nella Bibbia, però, come ben sappiamo, la “parola” è qualcosa di più di quello che intendiamo noi occidentali: essa è anche l’azione con cui esprimiamo noi stessi, perciò il termine ebraico “dabar designa contemporaneamente la parola e l’atto. 

Non per nulla, nelle prime righe della Sacra Scrittura, leggiamo: «Dio disse: Sia la luce! E la luce fu» (Genesi 1,3). La parola divina esprime la persona stessa e l’opera del Creatore. In questa luce è arduo tradurre quel Logos che apre il prologo innico del Vangelo di Giovanni. Goethe, il famoso poeta tedesco, nel suo Faust fa tentare al protagonista diverse versioni che cerchino di esprimere le varie iridescenze di quel vocabolo greco: in tedesco, certo, è Wort, ossia “parola”, ma è anche Sinn, “significato” dell’essere e dell’esistere; è Kraft, “potenza” efficace e creatrice; e alla fine è Tat, cioè “atto”, evento pieno e perfetto, anzi persona in Cristo. 

L’Evangelista, quindi, tratteggia il mistero divino, glorioso e trascendente del Figlio di Dio che è «presso Dio ed è Dio». C’è, però, una svolta radicale che si manifesta in un incrocio tra due realtà che la cultura greca vedeva in opposizione, quasi in collisione tra loro, così da essere reciprocamente repellenti. Il Logos diventa sarx, “carne”. Ora, quest’altro termine greco definisce la fragilità della creatura, il suo essere finita, caduca, mortale, legata al tempo e allo spazio. 

Ecco, allora, quello che potremmo chiamare lo scandalo dell’Incarnazione. Il Logos divino, perfetto, infinito ed eterno diventa sarx, la “carne” umana, limitata, votata alla sequenza temporale, imprigionata nello spazio. Gesù, il Figlio di Dio, sarà appunto vincolato a una cultura, a una lingua, a un modo di vivere sociale, a un territorio e a un’epoca storica circoscritta. La sua realtà profonda di Logos divino è quasi compressa e umiliata fino all’esperienza della morte, che è per eccellenza la nostra carta d’identità di creature racchiuse in un perimetro di tempo e spazio. 

È ciò che esprimeva San Paolo in un inno incastonato nella Lettera ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina..., svuotò sé stesso, assumendo la condizione di servo, divenendo come gli uomini e presentandosi in forma umana; umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (2,6-8). Ed è ciò che a suo modo ha cantato anche uno scrittore agnostico come l’argentino Jorge Luis Borges in una sua poesia pubblicata nel 1969 e intitolata appunto Giovanni 1,14: «Io che sono l’È, il Fu e il Sarà / accondiscendo al linguaggio / che è tempo successivo... / Vissi prigioniero di un corpo e di un’umile anima. / Appresi la veglia, il sonno, i sogni, / l’ignoranza, la carne, / i tardi labirinti della mente, l’amicizia degli uomini / e la misteriosa dedizione dei cani. / Fui amato, compreso, esaltato e appeso a una croce». Un antico testo apocrifo cristiano metteva in bocca a Gesù queste parole: «Io, il Signore, divenni piccolo per potervi ricondurre in alto, donde siete caduti». 

Dopo il prologo, ha inizio la prima parte del vangelo di Giovanni, che si concluderà nel capitolo 12 e che è chiamata da alcuni commentatori il “Libro dei segni” perché l’evangelista vi distribuisce “sette segni”, cioè «sette miracoli» emblematici compiuti da Gesù. E’ il tempo della rivelazione di Gesù davanti ai “suoi”, cioè a Israele, e all’intera umanità. Come accadeva anche negli altri vangeli, entra in scena Giovanni il Battista, il cui profilo è disegnato in modo originale dal quarto evangelista. Egli insiste, infatti, nel ripetere che il Battista non è il Messia («Cristo»), ma solo colui che deve rivelare l’ingresso del Messia nella storia. 

E infatti, nel centro di Betania, «al di là del Giordano» (sconosciuto agli archeologi, ma forse da identificare con la località di Ennon-Sapsafas, in Transgiordania), Giovanni indica in Gesù «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Questa espressione allude al Servo sofferente del Signore, figura interpretata messianicamente dal cristianesimo, cantata da Isaia (capitolo 53) e presentata come l’agnello condotto al macello e capace di portare su di sé i peccati del popolo (Isaia 53,4.7). Naturalmente non manca anche il rimando all’agnello pasquale di Esodo 12,46 (vedi Giovanni 19,36). Lo Spirito Santo che «scende e rimane» su Gesù è il sigillo della sua messianicità, ma anche della sua divinità («Figlio di Dio»). 

Alla testimonianza del Battista subentra la chiamata dei primi discepoli che, anche in questo caso, Giovanni presenta in modo originale. Due sono le scene rappresentate. La prima ha come protagonisti due seguaci del Battista, Andrea e un innominato ebreo. Andrea coinvolge a sua volta nella sequela di Gesù suo fratello Simone Pietro: come in Matteo (16,16-18), è Gesù stesso a dare a Simone il nuovo nome aramaico di «Cefa», cioè “roccia”, Pietro. La scelta di seguire Gesù è fondata sul riconoscimento del suo essere Messia, parola che l’evangelista traduce nel greco «Cristo», cioè “consacrato”, e questo è il segno che il testo finale del vangelo è destinato a un orizzonte di lettori non ebrei (in 1,38 viene tradotta anche la parola «rabbì», «maestro»). 

La seconda scena di vocazione ha al centro un’altra coppia di discepoli, Filippo, concittadino di Pietro e Andrea, e Natanaele, una figura non meglio identificata, che la tradizione posteriore considererà come l’apostolo Bartolomeo. Gesù lo definisce un Ebreo autentico ed esemplare e lo descrive «sotto l’albero di fichi», forse un’allusione all’attività di maestro della legge (secondo il giudaismo il maestro insegnava sotto un fico). Natanaele pronunzia una professione di fede che fonde insieme divinità e messianicità: «tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele». Gesù, però, gli fa balenare un cammino di fede, in cui il discepolo scoprirà in profondità il mistero del Figlio dell’uomo e la sua grandezza trascendente.       



Nessun commento:

Posta un commento