venerdì 8 gennaio 2016

VISITA DEI MAGI E LA FUGA IN EGITTO


Subito dopo, (Cap. 2), si apre la scena solenne della visita dei Magi. Su di essi, diversamente da quanto farà la tradizione successiva, Matteo è molto sobrio. La stella stessa, più che a rimandare a particolari fenomeni astrofisici, ha un valore religioso, essendo nella tradizione giudaica un «segno» "messianico" (come lo sarà nell’Apocalisse). Ciò che è decisivo per l’incontro di questi personaggi, che incarnano l’orizzonte universale dell’umanità, sarà infatti la profezia di Michea (5,1) su Betlemme, patria di Davide. 

I Magi, dunque, rappresentano tutti i popoli della terra che, alla luce della rivelazione cosmica (la stella) e di quella storica (la Bibbia con il profeta Michea), approdano all’incontro con Cristo. Ma attorno a questa scena di adorazione si addensa subito la reazione violenta del male. La strage dei bambini  di Betlemme certo ben corrisponde alle numerose uccisioni che hanno accompagnato il regno di Erode, particolarmente sensibile alla tutela del suo potere e attento a ogni notizia di eventuali pretese o usurpazioni. Ma l’evangelista, citando il profeta Geremia (31,15), mostra che anche attorno a Cristo si sta attuando una vicenda di morte e di vita, così come era accaduto nella storia di Rachele, considerata come la Madre di Israele che piange le vittime del suo popolo. 

Anche la fuga in Egitto, che poteva essere solo un rifugio temporaneo verso le non lontane frontiere meridionali, è letta alla luce di un passo di Osea (11,1): Cristo è chiamato a rappresentare e a compiere in sé l’esodo che condurrà il popolo di Dio alla piena libertà. E questo esodo ha la sua attuazione quando, alla morte di Erode nel 4 a.C. (quindi Gesù dev’essere nato pochi anni prima, forse nel 7-6 a.C.), Giuseppe, «il bambino e sua madre» rientrano in Israele e si stabiliscono in Galilea, a Nazaret, località mai evocata nell’Antico Testamento. Matteo, però, che vuole considerare anche questo evento nel progetto divino di salvezza, parla di un detto profetico non identificabile: «Sarà chiamato Nazareno». Forse vuole genericamente rimandare al vocabolo ebraico assonante “nazir”, (consacrato) o a “neser” (germoglio), un simbolo messianico antico testamentario.  



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