domenica 8 febbraio 2015

HEGEL


Presentando se stesso come la forma suprema e insuperabile di Filosofia, l’«Idealismo» trova in Hegel il più geniale «campione». Per il pensatore tedesco, Natura e Storia, Scienza, Arte, Religione e Filosofia rientrano in un grandioso processo universale di realizzazione dell’«Idea», che si estrinseca nella «Natura» per ritrovarsi come «Spirito» nella «Storia»: un processo dialettico, di contraddizioni necessarie, destinate a riscattarsi e a risolversi attraverso la mediazione in un’unità «superiore». 
Tutti i grandi temi della vita, della cultura e della storia vengono così integrati in un orizzonte unitario tale da eliminare l’unilateralità e configurarli come un momento di un processo profondamente «Razionale e Reale» al tempo stesso. Com’è detto in una celebre pagina della "Prefazione alla Filosofia del Diritto" «ciò che è Razionale, è effettivamente Reale, e ciò che è Reale, è Razionale»
Dopo Hegel, la cui Filosofia rappresenta la forma più alta raggiunta dall’«Epistéme», non ci si interrogherà più su come comprendere il mondo, bensì su come cambiarlo, e, nel contempo, il processo di distruzione dell’«Epistéme» – iniziato dalla stessa scuola hegeliana – caratterizzerà sempre più nettamente il pensiero contemporaneo, dallo Storicismo all’Esistenzialismo, dal Pragmatismo al Neopositivismo. 
La Religione rappresenta una forma dello «Spirito» superiore all’«Arte», poiché nella Religione lo «Spirito» non si cerca e non si trova più immediatamente nel sensibile, ma nel suo manifestarsi a se stesso come rivelazione. Tuttavia ai fini di una comprensione essenziale del problema è importante ricordare almeno la distinzione tra la Religione determinata e la Religione assoluta. La Religione determinata o, meglio, le religioni determinate, corrispondono a quelle fasi dello sviluppo dello «Spirito» nelle quali ancora lo «Spirito»  non è giunto a cogliersi come «Assoluto». Soltanto con il Cristianesimo si ha invece il riconoscimento dell’«Assoluto» come libertà ed autodeterminazione di cui l’articolazione «trinitaria» è espressione. 
Con il Cristianesimo si è giunti infatti a riconoscere Dio in «Spirito e Verità», e questa conquista deve essere considerata «irrevocabile», anche se ne scaturisce un rapporto molto complesso tra Filosofia e Religione. Per un verso infatti non si ha una «morte» della Religione analoga a quella dell’Arte, appunto perché nella Religione assoluta lo «Spirito» ha colto se stesso come «Assoluto» e conciliato. Per altro verso, però, lo «Spirito» non può limitarsi a cogliersi nella rappresentazione e nella «Fede», ma deve conoscersi come concetto. 
La teoria più audace e profonda con cui è stata interpretata la storia del mondo è probabilmente quella di Hegel: «La costituzione degli Stati si fonda sulla Religione». La Religione costituisce la base degli Stati, non nel «Senso» che lo Stato si serva della Religione come strumento, nel «Senso» che si presti obbedienza agli Stati per mezzo di essa, ma per la ragione che gli Stati non sono altro che la manifestazione del vero contenuto della Religione. La storia universale è in sostanza la storia della Religione, il processo in cui la Religione raggiunge il suo «Vero contenuto». 
Per Hegel, come per tutta la cultura tradizionale dell' Occidente, la Scienza capace di conoscere in che consista la «Verità» è la «Filosofia». La quale, pervenuta alla propria maturità, si lascia alle spalle ogni incredulità antireligiosa e falsamente razionale e scorge nel Cristianesimo la manifestazione più alta della «Verità» in campo religioso, in un campo, per altro, ancora inadeguato (per Hegel come per Kant) rispetto alla manifestazione filosofica della «Verità». E cos' è la «Verità?» Hegel ha sollevato la Filosofia Moderna alla consapevolezza che la «Realtà» è «Pensiero». 
Quando oggi si ricorda questa formula non se ne percepisce quasi mai la «Potenza» e l' «Inevitabilità». Pensare una «Realtà» esterna al «Pensiero» è come voler saltare al di fuori della propria ombra. Ma un «Pensiero» che pensi soltanto il mondo, e non riesca a pensare se stesso, è chiuso in una tomba: non vedendo sé, non vede la luce che consente al mondo di mostrarsi, quindi non vede la «Realtà» vera. Il primo movimento del «Pensiero» è dunque, sì, il suo volgersi al mondo; ma per poi rivolgersi a se stesso. Il «Pensiero» è cioè un circolo: un uscire da sé, andando nell' «Altro», nel mondo, per ritornare a sé portando il mondo con sé, liberandolo cioè dalla tomba e dalla morte. Ma, pensa Hegel, non sta proprio in questo circolo l' Essenza del Cristianesimo? 
Dio si è fatto uomo, è venuto nel mondo; ma non per restare uomo e mondo, nella morte e nella tomba, ma per ricondurli a sé. L'incarnazione di Dio è il circolo assoluto della «Realtà» e della «Verità», lo Spirito che risulta dalla generazione del Figlio da parte del Padre. Lungi dall' essere un «Mistero» inesplorabile dalla «Ragione», la «Trinità» cristiana è invece la stessa essenza più profonda della vera «Ragione». 
La «Filosofia della storia universale» non può avere dunque altro compito che rintracciare, nella sovrabbondante varietà e complessità dello sviluppo storico dei popoli e degli Stati, la presenza del circolo divino del «Pensiero». Un compito immane, che Hegel affronta in modo abbagliante, per altro accessibile anche al non specialista. La storia non è abbandonata al caso, ma è guidata dallo «Spirito», appartiene anzi al suo stesso prodursi. I popoli, come tali, non possono capire che cosa significhi il concetto filosofico di «Circolo del Pensiero», ma capiscono molto bene l' immagine religiosa di questo concetto, e cioè che Dio non è rimasto lontano e indifferente, ma si è fatto uomo e ha abitato tra noi per salvarci dal peccato e dalla morte, cioè per ricondurci a lui. Appunto per questo Hegel dice che la Religione, e non la Filosofia, è il fondamento degli Stati; e che la vera Religione, cioè il Cristianesimo, propriamente quello protestante, non può essere un mezzo per rafforzare lo Stato, uno Stato che, lasciando al di fuori di sé la dimensione religiosa, non può avere «Realtà» e prima o poi viene «Annullato». 
Le rivoluzioni nei Paesi latini erano destinate a fallire perché erano soltanto politiche, miravano solo al «Rovesciamento dei troni», mentre «Senza cambiamento della Religione non può avvenire alcun vero cambiamento, alcuna rivoluzione». I Paesi protestanti, invece, «Hanno già fatto la loro rivoluzione» «Pacificamente» e con successo, perché la loro è stata una «Rivoluzione Religiosa», ha portato il Cristianesimo alla sua purezza; quindi è stata la vera «Rivoluzione Politica». Ha portato negli Stati la «Ragionevolezza», la «Verità», e dunque la «Libertà» dall' errore e dal fanatismo. 

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