mercoledì 16 aprile 2014

IL «PARADOSSO» DEL CRISTIANESIMO



Socrate è ammirato da Kierkegaard in quanto avversario della pura speculazione «Metafisica» e primo pensatore che abbia centrato la propria "indagine" sulla categoria del singolo giungendo quasi ad intuire la «Via della Salvezza Religiosa». Ma è la figura di Cristo ad imporsi sopra ogni altra alla mente del filosofo danese poiché incarna l’aspetto «Scandaloso» e «Paradossale» della «Fede», vale a dire la credenza nella «Divinità» che si fa «Uomo», nell’«Eternità» che si fa «Tempo». Solo il «Salto nella Fede», inevitabilmente rischioso, fonda pienamente il valore della soggettività rendendo il singolo «Discepolo» contemporaneo a Cristo
Per Kierkegaard, le tesi socratiche riguardanti la «Verità e la Maieutica» sono da rovesciare. la «Verità» non può venir ricavata dall’Uomo grazie al processo «Maieutico». «La Verità non è nell’uomo, ma fuori di lui; la Verità è Cristo, Salvatore e Redentore». Per diventare «Discepoli» di tale Maestro bisogna attivare la decisione personale, il «Salto nella Fede» fino a giungere al massimo dei paradossi: al fatto storico unico che è costituito dalla presenza di Dio nel Tempo. E’ questo il momento assoluto in cui «Tempo ed Eternità» si incontrano. 
Il Cristianesimo irrompe sulla scena spalancando una nuova dimensione rispetto a quella in cui aveva piena legittimità l’insegnamento socratico, ma per approdarvi bisogna superare enormi difficoltà. Cristo, infatti, è una figura «Scandalosa», rappresenta il «Paradosso Assoluto». Essendo Dio, egli si presenta nelle apparenze di che ne nega la gloria, nelle sembianze di un uomo debole e sofferente, soggetto alla morte. 
Dio è apparso realmente in terra nella povera figura di un servo condannato a morire «Ignominiosamente». Chi è «Discepolo» di Cristo, rendendosi, grazie a un cambiamento interiore, capace di non arrestarsi di fronte alle apparenze, si mette nella condizione di ricevere da «Lui» la «Verità», ma pone anche le condizioni atte a consentire che Dio si manifesti. Il cambiamento radicale attuato dal «Salto nella Fede» implica una decisione nel Momento: incontro di «Tempo ed Eternità». Attraverso il «Salto» l’Uomo trova la «Salvezza» in quell’evento unico che è Cristo. Il Momento, in cui l’«Eternità» irrompe nel «Tempo», è il «Paradosso» del Cristianesimo (la venuta di Dio nel Mondo). 
Grazie a tale «Paradosso» si può andare «Oltre» la definizione di Dio come differenza «Assoluta» (l’Uomo Non è Dio e di conseguenza è nella Non-Verità e nel Peccato). Producendosi quell’evento unico che è la venuta di Dio nel Mondo, il Cristianesimo si caratterizza come fatto storico. Non bastano per prestare «Fede» a tale incomprensibile fatto storico i richiami alle testimonianze dirette di coloro che vissero al tempo di Gesù o a ciò che si è sedimentato, attraverso i secoli, nel patrimonio storico, nella tradizione, nel sapere accumulato dalle istituzioni religiose. 
La Storicità di questo fatto si ripresenta ogni volta che il singolo si apre alla «Fede» e decide per «Essa», essendo peraltro, (ed è questo un «Paradosso» ulteriore) la «Fede» stessa un «Dono di Dio». Non esistono «Discepoli di seconda mano» di Cristo. O si è «Discepoli di prima mano» o non si è «Discepoli affatto». Anche colui che vive secoli e secoli dopo Cristo, se è di «Lui» veramente un «Discepolo», è «suo contemporaneo». La venuta di Dio nel Mondo torna ad essere l’evento originario che è stato con Gesù ogni qualvolta vi sia un autentico «Discepolo» di Cristo anche se questi vive millenni dopo i fatti storici cui si riferiscono i «Vangeli». La divinità di Cristo non era più evidente per coloro che avevano la possibilità di vederlo con i propri occhi. Se essi erano veramente suoi «Discepoli» ciò era dovuto alla loro «Fede». 
Solo il vero «Discepolo» di Cristo ha il diritto di volgere le spalle a Socrate per guardare ad un altro Maestro, a un Maestro che «Trascende» la misura umana, che implica la presenza di Dio nel «Tempo», che è questo stesso Dio nel «Tempo». Per il socratismo l’Uomo vive nella «Verità», anzi la reca in sé, anche se non ne è consapevole, e si tratta solo di renderla esplicita, di trarla fuori. Il Maestro è il mezzo per attivare il progetto «Maieutico», l’occasione che consente alla «Verità», che abita già, fin dal principio, nel «Discepolo», di rendersi manifesta. Con piena legittimità, conseguentemente a tale caratteristiche del processo «Maieutico», Socrate non voleva essere chiamato Maestro, sostenendo  di non essere in grado di insegnar nulla. 
Per il Cristianesimo, secondo Kierkegaard, l’Uomo deve venir ricreato, fatto rinascere affinché possa aprirsi alla «Verità» che viene «a lui da fuori». Il Maestro deve provocare la seconda nascita del «Discepolo», dar vita a un «Uomo nuovo» che si mostri in grado di far sua la «Rivelazione», di accogliere la «Verità» di Dio. Tale Maestro deve essere quindi un «Salvatore e un Redentore». 
Socrate in qualche modo può venir considerato un precursore di Cristo, avendo egli intravisto il «Mistero» ed essendosi fermato sulla sua soglia. Egli però non ha conosciuto una «Verità» oltre l’Uomo, una «Salvezza» che è «Grazia». Ai «Discepoli» di Cristo egli non è in grado di dare nulla; resta però ancora un Maestro per coloro che, «credendo d’essere cristiani», sono invece immersi in una «Realtà» che del Cristianesimo è la «Negazione». 

Cristiani, semplicemente, non si è, ma si diventa. E il diventarlo è una strada stretta che implica l'azzardo supremo per cui il singolo affronta se stesso come vivente problema dalla cui soluzione dipende la sua «perdizione» o la sua «salvezza». 





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