domenica 6 settembre 2015

IL PECCATO NEL MONDO


L’Essere umano non cessa di stupire. Sia nel bene che nel male. Anche se bisogna pur dire che il bene stupisce sempre assai meno del male: i giornali scandalistici, infatti, non fanno fortuna raccontando opere buone, ma raccontando omicidi, stupri, frodi e tradimenti. In realtà sembra che nessuno si stupisca del bene. Il bene continua sempre ad avere un certo suo aspetto di normalità, nonostante che il male sia così tanto diffuso. La disonestà, l’inganno e la violenza, invece, continuano a stupire tutti, pessimisti e ottimisti. E’ che ciascuno lo sente d’istinto come qualcosa che non dovrebbe mai accadere. 

Da qui viene la grande domanda: perché e come mai ciò che non dovrebbe mai accadere accade? Perché e come mai dall’interno dell’uomo, dai suoi sentimenti, dalle sue passioni e dalla stessa sua intelligenza possono scaturire tante cose così orribili? E ciò che meraviglia di più non sono tanto i gravi delitti commessi da uomini perversi, quanto l’esperienza, drammaticamente descritta da San Paolo, come pure dall’antico poeta pagano Ovidio, dell’uomo normale, che cerca e desidera l’onestà e il bene e poi, in realtà, misteriosamente sopraffatto dal male, commette ciò che non vorrebbe e non fa il bene che avrebbe desiderato compiere. 

Questa condizione umana ha sempre tormentato lo «Spirito e l’Intelligenza» dell’uomo: come mai e perché? Nella tradizione della Fede Cristiana c’è un termine, ben noto a chiunque abbia frequentato il catechismo, che vuole suggerire una risposta: il «Peccato Originale». Da un lato vuol dire semplicemente il primo peccato commesso dall’uomo nella sua storia. Dall’altro vuol significare una situazione di peccato in cui è rimasta coinvolta la natura umana, nella quale l’uomo si trova ad esistere prima ancora di una qualsiasi libera decisione . 

La Bibbia ci descrive con meravigliosa finezza e rara penetrazione psicologica il meccanismo perverso della colpa: l’incredibile attrazione che il «Male», poi da tutti deplorato, esercita sull’uomo e sembra essere dovuta ad una potente «Volontà» di indipendenza e alla presunzione di poter essere legge a se stessi, invece di accettare quella di Dio. 

La grande tentazione viene dal «Serpente», simbolo di Satana. Però si potrebbe dire che essa è anche inscritta nella stessa natura dell’uomo: Dio ci ha resi veramente padroni del nostro destino, dandoci l’enorme potere dell’«Intelligenza», della penetrazione dei segreti delle cose e, soprattutto, quella magnifica e tremenda capacità di poter decidere da noi cosa vogliamo fare e cosa vogliamo essere. Essere uomini è come camminare su di una lama di rasoio. Essere esenti, però, dal rischio della libertà significherebbe non essere più uomini, ma animali o automi. 

La salvezza dell’uomo è la «Grazia». Cioè il fatto che Dio non l’ha creato così per divertirsi, ma perché solo con una creatura così gli sarebbe stato possibile avere un dialogo e uno scambio d’«Amore». E’ «Grazia», quindi, che Dio, oltre che essere sopra di noi, ci sia vicino. E fu «Grazia», quella dei «primogenitori» descritti dalla «Genesi», destinata a garantire un futuro per l’uomo, nell’armonia dei suoi rapporti di «Amore» con i fratelli e con Dio. 

Gesù dice ai Farisei, che vogliono ucciderlo, che il loro padre è il diavolo, che sin dall' inizio è stato omicida e non è rimasto nella verità . Infatti ha indotto i nostri progenitori al «Peccato», cioè ad essere come Dio, e Dio ha punito l'uomo consegnandolo alla «Morte». 

Ad opera di un uomo , dice Paolo, entrò nel mondo il «Peccato», e ad opera del «Peccato» la «Morte». Ma ecco il centro di quanto va soprattutto pensato: che non è che la «Morte» sia entrata nel mondo ad opera del «Peccato», ma, all'opposto, che il «Peccato» è entrato nel mondo ad opera della «Morte»; e cioè che il vero «Peccato» è la «Morte» (vedi Post Agosto 2014 Il Vero Peccato, la Morte). 

Il Peccato dell’origine non fu quindi solamente la caduta nella presunzione di essere i padroni del «Bene e del Male», ma allo stesso tempo ignoranza e rifiuto di una condizione, che potremmo definire di privilegio, nella quale la mano tesa di Dio rendeva possibile all’uomo, in un quadro d’«Amore», camminare sul filo del rasoio della sua nobiltà, senza scivolare nella follia del suo orgoglio. 

Secondo la Bibbia così comincia la storia dell’uomo. E tutto ciò che segue ne resta irrimediabilmente segnato. Certamente nessun uomo nasce colpevole, però nessuno nasce in una umanità innocente. La natura umana è rimasta in possesso della ricchezza della sua libertà, ma spogliata del dono che le avrebbe reso possibile goderne gioiosamente, senza il tarlo dell’orgoglio e della ribellione. Ecco perché abbiamo bisogno di Gesù: egli è venuto a riportare nel «Cuore» della natura umana, che ha fatto propria, l’apertura dell’«Amore» e della dedizione. 

L’aspetto deplorevole della condizione umana non è che l’uomo sia libero, ma che egli tenda nell’esercizio della sua libertà a ripiegarsi su se stesso, a fare di sé la meta dei suoi desideri, a porre se stesso in cima a tutte le cose. La salvezza di Cristo non per nulla è tutta lì, in quell’esito impensabile e conturbante della sua opera messianica che è la sua «Croce». Gesù, infatti, è l’anti Adamo: in Adamo l’uomo presume di essere Dio, in Gesù il figlio di Dio si fa Uomo; Adamo afferma se stesso mentre Gesù si nega a se stesso per darsi agli uomini e al Padre. 

Poche sentenze di Gesù sono così cariche di significato quanto questa: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me la salverà». Sembra assurdo eppure è chiaro: è dandosi che ci si ritrova, con Dio e con i fratelli, nell’«Amore»; mentre, cercando se stessi non si può trovare altro che la propria solitudine, come Adamo ed Eva che dopo aver preteso di essere come Dio si ritrovarono «Nudi».



martedì 1 settembre 2015

CREAZIONE ED EVOLUZIONE


Del cielo e della terra, delle piante, degli animali e dell’uomo possono parlare lo scienziato, il filosofo, il teologo, ognuno secondo le sue competenze e in base ai metodi che utilizza: le scienze naturali si basano sull’osservazione e sulla sperimentazione, la filosofia sul concetto e sul significato dell’«essere», la teologia sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa. 

Intorno alle origini dell’universo e dell’uomo si pongono tanti interrogativi. Alcuni chiamano in causa direttamente la scienza: quando, come, dove…; altri, come quelli sul perché, sul significato, attendono risposta dalla filosofia e dalla teologia. Non sarebbe corretto dare risposte a domande che esulano dalle proprie competenze. La Bibbia, ha osservato Sant’Agostino e con lui Galileo Galilei, non ci dice la verità sul corso del sole e della luna, non ci dice che cos’è il cielo, ma ci dice «come si va…. In cielo». 

Non si può far dire alla scienza quello che essa non «può» dirci, perché non rientra nel suo orizzonte conoscitivo, come ad esempio la dimostrazione o la negazione dell’esistenza di Dio o dell’anima. Non si può fare dire alla Bibbia quello che essa non «vuole» dirci, perché anche quando ci porta su oggetti affrontati dalla scienza, lo fa con intendimento religioso, riutilizzando le conoscenze del tempo a cui risale il testo sacro. Sarebbe fuori luogo cercare, tendere a interpretare il testo biblico sulla creazione del mondo in modo tale da mostrare la sua concordia fondamentale con i risultati delle moderne indagini scientifiche o con le vedute attuali della scienza. 

«Fede e Scienza», ha osservato Giovanni Paolo II, «appartengono a due ordini di conoscenza diversi, che non sono sovrapponibili. La ragione può cogliere l’unità che lega il mondo e la verità alla loro origine solo all’interno di  modi parziali di conoscenza» (Discorso agli scienziati di Colonia, 15 novembre 1980). 

La teoria evolutiva viene ritenuta la spiegazione più plausibile delle forme fossili preumane e umane, come pure delle piante e degli animali fossili. Un problema ancora aperto è invece la spiegazione delle cause e dei meccanismi dell’evoluzione biologica. Il modello Darwiniano, che individua le cause dell’evoluzione nelle variazioni della specie (modernamente intese come mutazioni genetiche) e nella pressione selettiva operata dall’ambiente, che nel corso dell’evoluzione si è sensibilmente modificato, è ritenuto valido da molti studiosi, essenzialmente a livello microevolutivo, ma non sufficiente per spiegare tutto il processo evolutivo, soprattutto le grandi direzioni che si disegnano nel corso dell’evoluzione e ben difficilmente potrebbero spiegarsi, anche per il poco tempo a disposizione, con modalità puramente «casuali». 

Ma a prescindere dalle modalità con cui tutta la realtà viene da Dio e dal suo sviluppo nel tempo, ci si può chiedere quali punti debbano essere tenuti fermi e quindi sono irrinunciabili anche in una interpretazione evolutiva della realtà e dell’uomo. Essi possono essere individuati nei seguenti. Tutta la realtà creata viene da un Dio «Trascendente» e «Personale». L’evoluzione suppone sempre la creazione, cioè un rapporto di radicale dipendenza da Dio non solo agli inizi delle cose, ma anche nella loro conservazione. 

Ha osservato Giovanni Paolo II: «Una Fede rettamente compresa nella creazione e un insegnamento rettamente inteso dell’evoluzione non creano ostacoli. La creazione si pone nella luce dell’evoluzione come un avvenimento che si estende nel tempo - come una creatio continua -, in cui Dio diventa visibile agli occhi del credente come il creatore del cielo e della terra» (Fede Cristiana ed Evoluzione, 27-04-1985).


L’evoluzione cosmica e l’evoluzione biologica si sviluppano secondo un disegno superiore. Esse corrispondono a un progetto di Dio, in qualunque modo si sia realizzato tale progetto, fosse anche per eventi casuali, che Dio ha preveduto in un quadro di possibilità e di leggi o principi d’ordine insiti nella materia. In tale disegno l’uomo si presenta come il punto culminante del processo evolutivo. 

L’uomo ha una Trascendenza rispetto alle altre creature in forza del principio spirituale che lo caratterizza, l’«anima». Essa non può derivare da altri esseri di ordine materiale, ma richiede un concorso particolare di Dio creatore, analogamente a quanto avviene nella formazione di ogni essere umano. 

In conclusione, la vera alternativa non è tra evoluzione e creazione, ma tra la visione di un mondo «autosufficiente», capace di crearsi e trasformarsi da sé per eventi puramente casuali e la visione di un mondo in evoluzione, dipendente da Dio creatore, secondo un suo disegno.


domenica 12 luglio 2015

I QUATTRO ELEMENTI DELLA BIBBIA


«I Cattolici hanno un grande rispetto per la Bibbia e questo rispetto lo dimostrano standone il più lontano possibile». Dichiarazione che lo scrittore francese Paul Claudel aveva fatto nel 1946. Certo, il Concilio Vaticano II ha avvicinato di molto la Sacra Scrittura ai fedeli nella liturgia e nella catechesi; le edizioni della Bibbia, i commenti, le introduzioni si sono moltiplicati. Eppure pochi sono riusciti a leggere integralmente e a meditare tutte quelle pagine, e forse la Bibbia che hanno in casa è rimasta su uno scafale. I quattro particolari originali ed essenziali della Bibbia sono:
  1. il nome e il canone
  2. la struttura
  3. la rivelazione e l’ispirazione
  4. l’interpretazione

Primo: «Bibbia» deriva dal nome plurale greco «Biblia» che significa letteralmente «i libri». E’ un termine usato a partire dal III secolo d.C., divenuto poi nel latino del Medioevo un sostantivo femminile, «Biblia», da cui è derivato il nostro «Bibbia», il «Libro» per eccellenza. Sotto questo vocabolo si raccolgono 46 libri scritti prima di Cristo e chiamati tradizionalmente «Antico Testamento», espressione della prima alleanza tra Dio e Israele, e 27 libri sacri cristiani chiamati «Nuovo Testamento». La determinazione del numero di questi libri, che costituiscono le sacre scritture ebraiche e cristiane, è avvenuta attraverso l’illuminazione dello «Spirito» all’interno della Chiesa e ha avuto la sua formulazione ufficiale nel «Canone», cioè nell’elenco dei libri sacri, definito già nei primi secoli cristiani e solennemente ratificato per la Chiesa cattolica dal Concilio di Trento (1546). 

Secondo: L’Antico Testamento rivela tre grandi regioni che comunemente in ambito cristiano sono così delineate: i libri storici, che comprendono i primi cinque libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) e i successivi testi della storia d’Israele (ad esempio, Giosuè, Samuele, Re); i libri sapienziali, che sono simili a grandi riflessioni sul mistero di Dio, dell’uomo e dell’universo (ad esempio, i Salmi, Giobbe, Proverbi, Cantico dei Cantici); i libri profetici che raccolgono gli oracoli dei grandi profeti come Isaia, Geremia, Ezechiele e quelli di altri profeti «minori» come Amos, Osea, o Zaccaria. Gli ebrei, invece, attribuiscono un peso maggiore ai primi cinque libri che chiamano «Torah», la legge, e che noi siamo soliti definire «Pentateuco», un termine greco che significa «cinque custodie», perché essi erano raccolti in particolari contenitori in segno di venerazione. Il resto dell’Antico Testamento è diviso dagli ebrei in «Profeti» (“anteriori”: i libri storici, e “posteriori”: i profeti in senso stretto) e in «Scritti» che sostanzialmente equivalgono ai libri «sapienziali» sopra citati. Più semplice l’articolazione del Nuovo Testamento, scandita dai Vangeli, dagli Atti degli Apostoli, dalle Lettere di Paolo, dalle Lettere cattoliche (così dette perché scritti apostolici destinati alla Chiesa universale), e dall’Apocalisse. 

Terzo: la Bibbia contiene la «Rivelazione» divina , cioè la manifestazione del «mistero», della volontà segreta di Dio, «volontà di chiamare gli uomini a sé e renderli partecipi della sua natura divina per mezzo di Gesù Cristo», come ha dichiarato il Concilio Vaticano II. Questa «Rivelazione» si è compiuta attraverso eventi storici e parole ed è stata distribuita nel tempo e nello spazio, approdando poi allo scritto della Bibbia. E’ questa la «storia della salvezza» che ha il suo apice nel Cristo, parola di Dio fatta carne. L’Antico e il Nuovo Testamento costituiscono il racconto di questa storia in cui Dio e l’uomo sono profondamente intrecciati fino a raggiungere una piena unità in Cristo. L’«Ispirazione» consiste, invece, nell’azione dello «Spirito Santo» all’interno di coloro che narrarono la «storia della salvezza» e la «Rivelazione» divina: pur restando legati alla loro cultura e pur conservando la loro libertà e le loro qualità umane, essi furono guidati dallo “Spirito” a «insegnare con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, in ordine alla nostra salvezza, volle fosse consegnata alle sacre Lettere», secondo quanto afferma ancora il Concilio. La Parola di Dio perfetta ed "eterna" si rivestì, così, di parole umane, concrete e storiche. Sant’Agostino scriveva: «ci sono pervenute lettere da quella città celeste verso cui siamo pellegrini: sono le sacre scritture». 

Quarto: L’autore umano – si diceva – non è annullato. E’ per questo che nella Bibbia si trovano modi di espressione, come i cosiddetti “generi letterali”, che appartengono a una cultura e a forme di comunicazione ben definite e persino datate. C’è una visione scientifica del mondo sorpassata. Anzi, c’è uno snodarsi progressivo legato alla successione storica che parte da Abramo e arriva sino a Gesù Cristo e alla Chiesa delle origini cristiane. Per cogliere quella «verità in ordine alla nostra «salvezza» che Dio ci vuole comunicare è necessaria l’«Interpretazione» corretta della Bibbia. Sotto la guida dello «Spirito Santo», effuso nella Chiesa, ma anche con l’aiuto della critica storica e letteraria per comprendere le parole umane, il fedele riesce a scoprire nella Bibbia il grande progetto di salvezza che Dio ha inaugurato nella creazione, ha progressivamente attuato nella storia d’Israele e ha portato a pienezza nel Figlio suo Gesù. 

Essendo la Parola divina e le parole umane intimamente intrecciate tra loro, è necessario che l’«Interpretazione» unisca «Fede e Scienza», «illuminazione e comprensione», «tradizione e ricerca». Il risultato, allora, non sarà solo la conoscenza di un documento storico-letterario, pur affascinante e fondamentale nella cultura dell’Occidente, ma l’adesione a una "Parola" che è lampada per i passi, martello che spacca la roccia, spada che trafigge, fuoco che incendia, pioggia che feconda, miele che nutre, come ama dire la stessa Bibbia. Paolo scriveva a Timoteo: «ogni Scrittura è ispirata da Dio, utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia ben formato, perfettamente attrezzato per ogni opera buona» (2Timoteo 3,16)

          

giovedì 9 luglio 2015

L’UOMO CUSTODE DELLA NATURA


Nel corso della sua storia l’uomo ha sperimentato via via la natura come forza sacra da rispettare (religioni orientali) o come potenza minacciosa da esorcizzare (animismo magico), come padrona da propiziare assecondandone i ritmi (civiltà contadina) o come oggetto da manipolare (civiltà tecnologica moderna). Per millenni l’uomo si è sentito dipendente dalla natura e impotente di fronte al suo corso, oscillando tra l’atteggiamento difensivo e quello fatalista. 

Nell’epoca moderna i progressi della Scienza e della Tecnica hanno rovesciato l’antico senso di «impotenza» nell’opposta pretesa di «onnipotenza manipolatrice», degenerata in quell’atteggiamento di «prepotenza» – per un presunto diritto di uso e di abuso – che è all’origine dell’attuale crisi ecologica.

Genesi 1-3 presenta il rapporto dell’uomo con la natura nel contesto dell’antica esperienza del mondo (l’uomo minacciato dalla natura), opposto a quello attuale (la natura minacciata dall’uomo): questo spiega l’accentuazione polemica della dipendenza della natura e la sua aperta desacralizzazione. 

Il rapporto è prospettato in due quadri distinti. Il primo richiama l’armonia del rapporto del giardino dell’Eden, originario, ideale, che corrisponde al progetto divino e che rappresenta la meta a cui tendere. Il secondo fa riferimento alla conflittualità del rapporto “storico” inquinato dal peccato. Normativo è evidentemente il primo quadro, che vede la natura donata all’uomo e affidata alle sue cure. Questo affidamento viene presentato nel racconto “Sacerdotale” come «dominio» (Genesi 1,26-30), in quello “Jahvista” come «coltivazione e custodia» (Genesi 2,15). 

Particolarmente significativo è poi il contesto – la solitudine di Adamo («non è bene che l’uomo sia solo») – in cui è collocata la creazione degli animali e l’invito divino a dare a ciascuno di essi un nome (segno di appartenenza). Il «dominio» di cui parla il testo non va equivocato: è quello che l’uomo è chiamato ad esercitare come “immagine” (ad imitazione) di un Dio che ama e cura le sue creature. Non ha quindi nulla di arbitrario e di tirannico. 

Plasmato dalla polvere del suolo (Genesi 2,7), l’uomo rimane a tal punto solidale con la terra che, per la fede cristiana, la «risurrezione» finale comporterà una «nuova terra» quale contesto di una salvezza che riguarda non solo l’anima (ciò che nell’uomo trascende la natura), ma anche il corpo (che rappresenta la nostra radicazione nella natura). Certo, l’uomo non è solo parte della natura. Quale immagine di Dio e depositario dell’alito divino (Genesi 2,7), è signore, centro e vertice di un mondo che solo in lui si fa consapevole del dinamismo che lo sospinge alla propria meta. 

Questo non significa che egli possa disporre arbitrariamente delle cose. La natura, pur messa nelle sue mani, resta opera di Dio, e, come tale, titolare di una dignità e di un valore “proprio” , che l’uomo deve riconoscere e rispettare. In quanto frutto della Parola di Dio, la natura ha infatti anche qualcosa da dire e da insegnare al suo custode. Reca le tracce del Creatore e ad esso rinvia (Sapienza 13,1-5; Romani 1,20). Riflesso della sapienza divina, può insegnare un po’ di questa saggezza all’uomo, aiutandolo a comprendere e a realizzare la propria missione nel mondo. 

L’epoca moderna vede la natura ridotta ad oggetto che l’uomo plasma con le proprie mani (Scienza, e Tecnologia), producendo un mondo sempre più artificiale. Oggi godiamo, certo, dei notevoli vantaggi della rivoluzione scientifica e tecnologica, ma assistiamo anche al dissesto ambientale prodotto dalla violazione dei diritti di una natura a cui abbiamo tolto la parola. (Vedi post Marzo/Aprile 2013 su: Consumismo-Inquinamento-La legge dell'Entropia-La Tecnologia-Il Sistema di Trasporti)

A questo punto la fede biblica nella creazione si ripropone in tutta la sua attualità prospettandoci una natura né da risacralizzare (alla “New Age”) né da manipolare arbitrariamente, ma da considerare come nostro ambiente vitale nel cammino verso la meta a cui Dio ci chiama. Una natura di cui siamo parte (in qualche modo la natura è il nostro corpo comune), con cui siamo solidali. Una natura di cui dobbiamo essere curatori, non despoti arbitrari, che possiede un valore che non deriva da noi ma dal comune Creatore. Una natura che ci è compagna (Francesco d’Assisi la sente addirittura «sorella») e, per certi aspetti, anche maestra. 

        

sabato 4 luglio 2015

PARADISO


Il termineParadiso indica un luogo utopico sereno e non soggetto al trascorrere del tempo, caratterizzato da pace e felicità. Nel contesto di numerose religioni si riferisce alla «vita eterna» beata dei defunti. Il “Paradiso” nel Cristianesimo è uno dei tre stati (Inferno, Purgatorio, Paradiso), due nel protestantesimo dove il Purgatorio non viene riconosciuto, in cui vive l'uomo dopo la morte. Il “Paradiso” dopo la morte è l'unione definitiva tra Dio e l'Uomo, come viene simbolicamente visto nella Bibbia (Cantico dei cantici, Apocalisse) ed è la più profonda delle aspirazioni dell'uomo, conducendolo definitivamente alla felicità (v. I Corinzi, XIII, 12 ; I Giovanni, III, 2 ). 

Nei libri dei “Maccabei”, libri deuterocanonici non inclusi nel canone ebraico, si esprime la certezza della «risurrezione dei morti» e della «vita eterna». La retribuzione sarà secondo le opere di ciascuno. Gesù Cristo ha presupposto molto chiaramente questo insegnamento in varie parabole e discorsi: Nel giudizio universale (Matteo 25,31-46). Al "buon ladrone" , come vedremo poi, (espressione meglio tradotta come "delinquente pentito") Gesù promette il regno usando questa stessa parola: «In verità ti dico: oggi sarai con me nel Paradiso» (Luca 23,39-43). 

Il termine appare anche in 2Cor 12,4: L'apostolo Paolo afferma di essere stato rapito in paradiso «e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare». L'Apocalisse 2,7 dice anche: «Al vincitore darò da mangiare dell'albero della vita, che sta nel paradiso di Dio». La congregazione dei testimoni di Geova ritiene invece che il “Paradiso” corrisponderà a un ripristino dell'Eden sulla Terra dopo la fine dei tempi

Ma cos'è il “Paradiso”? Come è fatto l'aldilà? Sono domande umane, antiche, a cui Papa Francesco dà una risposta: «Più che un luogo, si tratta di uno stato dell'anima, in cui le nostre attese più profonde saranno compiute e il nostro essere creature e figli di Dio giungerà alla piena maturazione». Quando avverrà questo "passaggio finale"? Il Papa ricorda che questa domanda è stata già rivolta dai discepoli a Gesù. «Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la Terra e l'umanità e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l'universo. Sappiamo però dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione in una Terra Nuova, in cui abita la giustizia e in cui la felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgano da cuore degli uomini». In “Paradiso” «saremo finalmente rivestiti della gioia della pace e dell’amore di Dio in modo completo, senza più alcun limite. È bello pensare che tutti noi ci ritroveremo in Cielo, tutti! È bello e rafforza l’anima». «Tutto il Creato sarà liberato ed entrerà nella gloria dei figli di Dio». Anche gli animali. «La Sacra Scrittura - osserva ancora il Papa - ci insegna che il compimento di questo disegno meraviglioso non può non interessare anche tutto ciò che ci circonda e che è uscito dal pensiero e dal cuore di Dio. L'apostolo Paolo lo afferma in modo esplicito, quando dice che anche la stessa Creazione, tutto il Creato, sarà liberato dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà e nella gloria dei figli di Dio». 

Ritorniamo , infine, al “Buon ladrone: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno!». «In verità ti dico: Oggi sarai con me in Paradiso» (Luca 23, 42-43). Chi non conosce questo estremo dialogo tra Gesù in croce e uno dei due “malfattori” (e non “ladroni”, come di solito si dice?) È solo l’evangelista Luca a narrarlo, ed è probabile che di scena siano due “rivoluzionari” contro il potere romano. 

Erano forse due “zeloti”,così denominati per il loro zelo in difesa della libertà ebraica, mentre i romani li bollavano come sicari, a causa del corto pugnale, in latino "sica", con il quale perpetravano i loro attentati contro le truppe imperiali. Perché abbiamo posto tra i passi difficili dei Vangeli queste parole così limpide e dolci, testimonianza di un ultimo atto d’amore di Cristo? Per parlare di una realtà a cui il credente aspira come meta ultima, il “Paradiso”, ma che, a sorpresa, è pochissimo evocata nella Bibbia. 

Partiamo dal vocabolo: è la resa greca (parádeisos) e poi italiana (“Paradiso”) di un arcaico termine iranico che designava un giardino recintato (pairideza). Questo vocabolo, divenuto in ebraico "pardes", indicava un parco o un giardino ricco di vegetazione: è ciò che si ha nei soli tre passi antico testamentari ove compare (Cantico 4,3; Qohelet 2,5; Neemia 2,8). 

Il termine non è presente nei capitoli 2 e 3 della Genesi ove si descrive l’Eden (2,8), che noi siamo soliti chiamare “Paradiso terrestre” e che invece nel testo biblico è denominato come “giardino”. E nel Nuovo Testamento? Anche qui si ha una sorpresa: il "parádeisos/paradiso" è presente solo tre volte,ma ha perso il suo valore vegetale di base e si è trasformato in un simbolo dell’aldilà, dell’oltrevita, del “Regno di Dio”, come appare nel primo passo ove è introdotto, quello di Luca sopra citato. 

Il malfattore implora di essere ricordato nel “Regno” in cui Gesù sta per entrare e Cristo gli risponde parlando del “Paradiso” ove lo accoglierà. Il secondo testo è nell’epistolario paolino quando l’apostolo descrive una sua esperienza mistica: «So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa... fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (2Corinzi 12,2-4). 

Infine, nell’Apocalisse a chi è fedele nella prova della persecuzione Cristo promette che gli «darà da mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio» (Apocalisse 2,7). Quindi, nonostante la popolarità e la ricchezza dei colori e delle immagini usate dalla tradizione, il “Paradiso” vale più per il suo contenuto che per le sue rappresentazioni. La meta finale del giusto è, infatti, la comunione con Dio, l’«essere sempre col Signore», come dice san Paolo (1Tessalonicesi 4,17), in un’intimità di vita con lui, mentre l’ “Inferno” è una lontananza, un’assenza, un distacco da questo abbraccio vitale. 


In conclusione:

Il "Paradiso" è la gloriosa corte in cui abitano schiere celesti circondati da una ineffabile luce. Lassù i Serafini e le anime che amano, appartenenti allo stesso coro, divampano incessantemente in Dio. Fiamme ardenti avvolgono i Serafini e la loro compagnia rendendoli luminosi. E in tutta la schiera celeste fluisce la dolcezza divina. Nell'unione contemplativa di Dio le anime troveranno appagamento ed eterna beatitudine, una ricompensa infinita per aver percorso sulla terra la via non facile indicata dal Divino Maestro. Troveranno applicazione le Sue parole: «Venite a me, miei diletti, prendete possesso del regno eterno che vi è stato preparato dall'inizio del mondo». Qui è la patria dei giusti, qui è la quiete assoluta, qui c'è il giubilo del cuore, qui vi è la lode insondabile che dura per sempre. 

Il "Paradiso" è l'espansione della luce di Dio che attira a Sé coloro che da Lui provengono e che sono rimasti sempre nel suo santo sguardo. È la terra promessa dei Martiri, di tutti quelli che, credendo, hanno vissuto la loro vita per potervi abitare un giorno. È il punto d'arrivo della perfezione dei figli di Dio. È lo sguardo dove Dio concepisce i suoi pensieri creativi. È l'oasi di tutta la creazione degli esseri viventi e ragionevoli. È la fonte da dove provengono la ragione e la natura della vita. 

Il "Paradiso" è il luogo della suprema beatitudine nel quale l'umanità di Cristo Gesù, la Vergine Santissima, gli Angeli e i Santi dimorano insieme godendo della visione grandiosa di Dio e del suo possesso. È la delizia di un cuore immerso in un oceano d'amore, nell'amore stesso della Santissima Trinità! È la vita in perfezione, dove vi è la presenza di tutto ciò che vi è di più puro, di più innocente, di più dolce, di più santo! «Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo cosi come egli è». (1 Gv 3,2). 

Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più morte, né lutto, né grido, né pena esisterà più, perché il primo mondo è sparito. E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco Io faccio nuove tutte le cose»... A chi ha sete io darò gratuitamente del fonte dell'acqua della vita. Il vincitore erediterà queste cose: Io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio (Ap. 21-4).







domenica 28 giugno 2015

INFERNO E PURGATORIO



Molte volte la Sacra Scrittura dice che gli uomini che non si pentono dei loro peccati perderanno il "premio eterno” della comunione con Dio, e finiranno invece nella "dannazione eterna”. «Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da Lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “Inferno». 

Questo non vuol dire che Dio abbia predestinato alcuni alla "condanna eterna”; è l’uomo stesso che, cercando il suo fine ultimo al di fuori di Dio e della sua volontà, costruisce per sé un mondo a parte nel quale non può entrare la luce e l’amore di Dio. L’ “inferno” è un mistero, il mistero dell’Amore respinto, e sta anche a indicare quale sia il potere distruttore della libertà umana quando si allontana da Dio. 

Inferno è il termine con il quale si indica il luogo di punizione e di disperazione che, secondo molte religioni, attende, dopo la morte, le anime degli uomini che hanno scelto in vita di compiere il “male”. L' “Inferno” è un concetto presente in un gran numero di culture precristiane, cristiane e non cristiane. È solitamente identificato con un mondo oscuro e sotterraneo, collegato all'operato del Dio e della "creatura superiore" che ha originariamente introdotto nella Creazione l'errore, la menzogna, il peccato, e, in definitiva, il principio distruttivo dell'ordine delle cose; tale "creatura superiore" si identifica nel “diavolo”, nella divinità del male o nell'ebraico/cristiano Satana”, a seconda delle culture. In tal senso il concetto di "tentatore", o "demonio", e il concetto stesso di "male" sono intrinsecamente legati. Il "tentatore" della religione cristiana, o divinità negativa, solitamente genera, con il suo operato, tanto l' “Inferno”, quanto le condizioni che vi trascinano i viventi abbruttendo le loro scelte “morali”. 

È tradizionale distinguere, per ciò che riguarda l’ “Inferno”, tra la “pena di danno”, la più fondamentale e dolorosa, che consiste nella separazione perpetua da Dio, sempre anelato dal cuore dell’uomo, e la “pena dei sensi”, alla quale si allude spesso nei Vangeli con l’immagine del fuoco eterno. 

La dottrina sull’ “Inferno è presentata nel Nuovo Testamento come un richiamo alla responsabilità nell’uso dei doni e dei talenti ricevuti, e alla conversione. La sua esistenza fa intravedere all’uomo la gravità del peccato mortale, e la necessità di evitarlo con tutti i mezzi, sopratutto, com’è logico, mediante la preghiera fiduciosa e umile. La possibilità della condanna richiama ai cristiani la necessità di vivere una vita interamente apostolica.

Indubbiamente l’esistenza dell’ “Inferno” è un mistero: il mistero della giustizia di Dio nei confronti di quelli che si chiudono al suo perdono misericordioso. Alcuni autori hanno pensato alla possibilità dell’annichilimento del peccatore impenitente al momento della morte. Questa teoria è difficile da conciliare con il fatto che Dio ha dato per amore l’esistenza – spirituale e immortale – a ogni uomo. «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro "salvezza eterna”, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo». 

Si può pensare che molti uomini, pur non avendo vissuto una vita santa sulla terra, non si siano neppure chiusi definitivamente nel peccato. La possibilità, dopo la morte, di essere mondati dalle impurità e dalle imperfezioni di una vita più o meno vissuta male si presenta allora come ulteriore manifestazione della bontà di Dio, come la necessaria preparazione per entrare in intima comunione con la santità di Dio. «Il “Purgatorioè una misericordia di Dio, per purificare i difetti di quanti vogliono identificarsi con Lui». Anche l’Antico Testamento parla della purificazione ultraterrena (cfr. 2 Mac 12, 40-45).


Secondo la Chiesa Cattolica, nell'ambito del Cristianesimo, il “Purgatorio”, insieme ad “Inferno e  Paradiso”, è uno dei possibili luoghi o condizioni ai quali vengono destinate le anime dei defunti. Il “Purgatorio” è considerato un elemento importante della dottrina escatologica della Chiesa cattolica romana. Di carattere temporaneo, il “Purgatorio” si potrebbe immaginare come una sorta di "anticamera" del "Paradiso" per la maggior parte di coloro che, pur essendo in "stato di grazia", necessariamente devono transitarvi per perfezionare la loro purificazione morale e spirituale prima di accedere al "Paradiso" e alla comunione perfetta con Dio. 

Secondo questa concezione, infatti, si suppone che essi, benché oggetto della redenzione operata da Cristo, ancora debbano espiare personalmente, in un luogo di sofferenza, parte delle pene meritate dai loro peccati e soddisfare così la giustizia divina. A differenza dall' “Inferno però, il “Purgatorio” non è inteso, dalla dottrina cattolica-romana, come una punizione crudele ma come espressione dell'amore di Dio. Un'anima imperfetta, si dice infatti, non potrebbe stare al cospetto di Dio senza soffrire immensamente per la propria miseria, perciò il “Purgatorio” viene concepito come uno "stato" dell'anima (e non necessariamente "un luogo"), qualcosa di necessario alla beatitudine delle anime peccatrici. Secondo questa stessa concezione, la permanenza delle singole anime in “Purgatorio” sarebbe abbreviabile mediante l'esecuzione in loro nome, da parte dei viventi, di particolari opere meritorie precisate della Chiesa. La fondatezza biblica e teologica del "Purgatorio", però, è respinta dalla maggior parte delle altre confessioni cristiane. 

Nella prima lettera ai Corinzi (1Cor 3, 10-15) San Paolo presenta la purificazione cristiana, in questa vita e in quella futura, attraverso l’immagine del "fuoco"; un "fuoco" che in qualche modo emana da Gesù Cristo, Salvatore, Giudice e Fondamento della vita cristiana. l’antichissima e unanime pratica di offrire suffragi per i defunti, specialmente mediante il Sacrificio eucaristico, è un chiaro indizio della Fede della Chiesa nella purificazione ultraterrena. Infatti non avrebbe senso pregare per i defunti se si trovassero o salvati nel “cielo o condannati nell’ “Inferno”. 

La maggioranza dei protestanti nega l’esistenza del “Purgatorio”, perché la ritengono frutto di una fiducia eccessiva nelle opere umane e nella capacità della Chiesa di intercedere per quelli che hanno lasciato questo mondo. Più che un luogo, il “Purgatorio” deve essere considerato uno stato di temporanea e dolorosa lontananza da Dio, nel quale si perdonano i "peccati veniali", si purifica l’inclinazione al male che il peccato lascia nell’anima e si soddisfa la “pena temporale” dovuta al peccato. 

Il peccato non solo offende Dio e danneggia lo stesso peccatore, ma, mediante la comunione dei santi, danneggia la Chiesa, il mondo, l’umanità. La preghiera della Chiesa per i defunti ristabilisce in qualche modo l’ordine e la giustizia: soprattutto per mezzo della Santa Messa, delle elemosine, delle indulgenze e delle opere di penitenza. I teologi insegnano che nel “Purgatorio” si soffre molto, a seconda della situazione di ciascuno. Tuttavia si tratta di un dolore che ha un significato, di «un dolore beato». Per questo i cristiani sono invitati a cercare la purificazione dei peccati nella vita presente mediante la contrizione, la mortificazione, la riparazione e la vita santa.