giovedì 23 aprile 2015

IL DESTINO DELL’EUROPA: ABBANDONARE LA TRADIZIONE (Cap.1)


La Filosofia greca scorge nella vita stessa il pericolo estremo: l'annientamento delle cose che peraltro provengono dal «Nulla». Sperimenta l'angoscia estrema. Con la Filosofia l'uomo vuole quindi veramente salvarsi, avere cioè quella vera «Potenza» che manca al mito e che vive solo in quanto unita alla «Ragione». La «Ragione» svela l' «Ordinamento Immutabile e Divino», adeguandosi al quale l'uomo e lo Stato sono veramente potenti. Già in Eschilo questo discorso è esplicito. E si estende man mano, producendo la «Tradizione europea» che culmina nel pensiero di Hegel. Cultura, Cristianesimo, Impero romano, Chiesa, Sviluppo economico e giuridico, Rinascimento, Stato Nazionale moderno, Riforma, Scienza moderna, Illuminismo, Democrazia, Capitalismo, Comunismo, rispecchiano in sé, in modi diversi e spesso opposti, quel discorso originario. Ma dopo Hegel l'unità di «Potenza» e «Ragione» tramonta: in quanto conoscenza della «Verità incontrovertibile», la «Ragione» è respinta e l' «Europa» concepisce e realizza se stessa come pura «Potenza». 
Se l'Europa è dapprima unità di «Potenza» e «Ragione», e poi rimane pura «Potenza», l'Europa è allora una frattura, non un' «identità». Due, non un'unico spazio in cui crescano le differenze e le opposizioni. E invece non è così: lo spazio è unico. La «Potenza» si unisce alla «Ragione» per salvare l'uomo dal «Nulla» da cui le cose sporgono provvisoriamente. È questo modo di intendere l' «Essere cosa» delle cose e innanzitutto dell'uomo, a costituire lo spazio-unico in cui crescono sia la «Tradizione europea», sia la sua distruzione. 
Prima, a proteggere le cose minacciate dal «Nulla» c' è Dio (o quella sua versione laica che è lo Stato moderno di diritto); poi si crede che a proteggere uomo e cose non vi sia altro che l'agire dell'uomo. Ma resta identico il modo in cui l' «Esser cosa» è concepito e vissuto. Ed esso finisce per esser presente e attivo non solo nei filosofi, nei giuristi, negli uomini di Stato, negli storici, eccetera, ma nell'uomo comune, nel taglialegna, nel pescatore, nell'artigiano, nel padrone e nel servo, nel capitalista e nell'operaio. 
Oggi qualsiasi persona condivide, a grandi linee, la concezione del presente come qualcosa che ieri «non era», come qualcosa che ieri «era niente». Nel momento in cui si riflette sul significato radicale del «niente» portato alla luce dal pensiero filosofico, si capisce come non possa esserci unificazione tra ciò che esiste adesso e ciò che ieri era «nulla», come non possa esistere un legame che unisca l’«essere nulla» delle cose ieri e il loro esistere in questo momento. Loscillazione delle cose tra il «nulla» e l’«essere» è un concetto essenzialmente separante, e proprio questa separazione sta alla matrice del costituirsi di ciò che chiamiamo «Europa» e del modo in cui oggi è considerata (Vedi post Febbr.2014 Tecnica e Senso Greco della Cosa). 
In realtà non esiste una risposta unica alla domanda «che cos’è oggi l’Europa?», ma ne esistono molte: una risposta religiosa, una politica, una economica, una geologica, una geografica, una psicologica, una etnologica, una antropologica, insomma una per ogni ambito del sapere umano. E sono tutte giustapposte, rigorosamente separate. Una separazione è di tipo concettuale, e deriva dalla visione della realtà come oscillante tra l’«essere» e il «niente»; un’altra separazione è invece dovuta alla specializzazione scientifica, per la quale l’Europa, come ogni cosa, non si presenta come qualcosa di unitario: ci sono molte Europe. 
L’elemento aggregante in tutti questi casi è il concetto, portato alla luce dal pensiero greco, «dell’uscire dal nulla per tornare nel nulla». Alle spalle delle forze che, nel nostro tempo, determinano le scissioni che rendono difficoltosa l’unificazione europea, agisce quel concetto originario di isolamento/separazione che era sconosciuto alle culture pre-greche, pre-occidentali. Si tratta di un duplice concetto di separazione/unificazione, che sta alla radice delle difficoltà che l’Europa incontra nel processo di unificazione e che ai tempi della Guerra fredda aveva a che fare con gli interessi delle due Superpotenze (vedi post Dic.2013 USA-URSS). Questa difficoltà si può spiegare così: se le parti del mondo sono isolate le une dalle altre e il matrimonio tra due di esse avviene tra coniugi che rimangono ognuno presso di sé, separato dall’altro, allora ogni unificazione è un fenomeno provvisorio e accidentale, quindi fallimentare. 
L’Europa è altresì destinata ad abbandonare le proprie radici cristiane, in quanto destinata ad abbandonare la «Tradizione». Per capire questo punto è necessario chiarire in cosa consista la «Tradizione» e in che senso il Cristianesimo le appartenga essenzialmente. Per spiegarlo, bisogna ripartire dal concetto di «niente» evocato dai Greci. Evocando il «niente», cioè la variazione del mondo come un uscire e un ritornare nel «niente», i Greci evocano l’«angoscia estrema». Sarebbe un errore attribuire all’esistenzialismo, a Kierkegaard o Heidegger, il concetto di «angoscia» per il «nulla»: sono i Greci ad evocare per primi il mostro, la nullità delle cose, per poi, come l’apprendista stregone, restare terrorizzati di fronte a ciò che essi stessi hanno evocato: la variazione del mondo come intrisa di «nulla» è uno spettacolo che scatena l’«angoscia». 
La parola aristotelica «thauma» non va tradotta come «meraviglia» e «stupore», ma come «angoscia», «meraviglia angosciata», «terrore». Un terrore che deriva dalla nuova consapevolezza che la variazione delle cose è il loro morire e che l’istante appena trascorso è ormai «nulla». L’uomo comincia a pensare la morte come annientamento, come un andare nel «nulla», non più come a un viaggio da cui si può ritornare. Si tratta di una concezione essenzialmente diversa da quella precedente. 
La tradizione che inizia con i Greci e arriva fino a Hegel, di fronte al pericolo estremo costituito dall’annientamento della vita, evoca un rimedio che nella sua configurazione più visibile e più nota viene chiamato «Dio», il «Sacro», l’«Eterno», l’«Immutabile», che protegge e contiene il divenire delle cose. Ma «Dio» per i Greci, che non erano teologi, altro non era che il luogo in cui tutti i tratti di loro interesse venivano conservati: in fondo che cos’è «Dio» se non il custode di tutto ciò che all’uomo interessa, colui che impedisce che un annientamento totale e irreversibile lo strappi a tutto ciò che ama e desidera? Questo è il quadro della tradizione: un senso eterno, divino del mondo che agisce da «rimedio», termine quest’ultimo usato da Eraclito ed Eschilo («saldi rimedi») di contro al pericolo estremo della morte. Questo processo, pur attraverso fasi varianti, ha questo tratto permanente, ossia la ricerca di un rimedio immutabile, di un senso immutabile del mondo, che in qualche modo anticipi il futuro eliminando l’«angoscia» legata all’imprevedibilità del futuro. Il terrore del «niente» che ci attende viene così lenito dall’esistenza di quel luogo divino che, contenendo tutto ciò che all’uomo interessa, anticipa il futuro. 
A mostrare la fallibilità di questo rimedio all’«angoscia» legata alla scoperta del «nulla», e di conseguenza a mostrare la necessità per l’Europa di abbandonare la tradizione e quindi il Cristianesimo, ci pensa il sottosuolo essenziale della filosofia contemporanea. Questo sottosuolo, creatosi negli ultimi duecento anni, ha pochi protagonisti ma molto significativi. Il primo, più noto, è Nietzsche (Vedi post Maggio 2014 La Dottrina della morte di Dio); un altro, poco conosciuto fuori dall’Italia, è Giovanni Gentile. A mostrare insieme a loro l’impossibilità del divino e di tutto ciò che al divino è connesso, vi è anche Giacomo Leopardi, nostro maggiore filosofo e massimo poeta (Vedi i post Febbr./Mar. 2015). 
Il grande nemico del Cristianesimo, che senza dubbio rappresenta la connessione più vistosa della nostra cultura, non è quel «relativismo» che è riconducibile, da ultimo, allo scetticismo ingenuo che si autoelimina, ma è proprio quel sottosuolo in grado di distruggere la tradizione filosofico-culturale-operativa dell’Occidente (se si crede in un Dio, si agisce conformemente). Ora, se esiste questo sottosuolo che riesce a mostrare l’impossibilità dell’«Eterno», e poiché esiste, allora anche il Cristianesimo risulta impossibile. Quindi il punto non sta nel fatto che l’Europa dovrebbe abbandonare la tradizione, ma nel fatto che è inevitabile che ciò accada, proprio perché tale sottosuolo mostra l’impossibilità della base concettuale su cui si fonda il Cristianesimo. 
È pensabile il Cristianesimo senza il concetto di creazione? No. La definizione del concetto di creazione è illuminante: la creazione è dal «nulla», creatio ex nihilo, ovvero il mondo prima di essere creato era «nulla» e tornerà ad essere «nulla» dopo essere stato creato. Dio, secondo la teologia cristiana, è colui che (concetto molto chiaro nell’Apocalisse) distruggerà la vecchia terra e il vecchio cielo in vista dell’avvento della terra nuova, nella quale il lupo amerà l’agnello, e del cielo nuovo, dove gli astri saranno a loro volta sintesi erotica amorosa. 
Il motivo per cui il sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo è in grado di eliminare la tradizione, quindi la tradizione cristiana, è che se l’«Eterno» esiste non può esistere il «Divenire», poiché l’uscire e il ritornare nel «nulla» è una situazione in cui il futuro è «nulla». Il futuro è «il non ancora» («noch nicht»), come diceva Bloch, e prima di lui Aristotele, Platone, Einstein, la scienza e la religione stessa. Se l’«Eterno» esiste, esso è una legge che si impone non soltanto sulle cose presenti ma anche su quelle passate e future. In altre parole le cose future non vengono trattate dal Dio come un «nulla», un «ancora nulla», ma come sottoposte alla sua legislazione, come ascoltatrici della legge del Dio, e quindi non come un «nulla» ma come un che di positivo. In altre parole, vengono «Entificate»
Allora il motivo di fondo di questa inevitabile distruzione del passato – che si può trovare in Nietzsche, in Leopardi, in Gentile, ma anche in Peirce, in qualche modo in Bresson e in pochi altri (non in Heidegger e in Wittgenstein) – è appunto che è il rimedio stesso (Dio) all’«angoscia» del «Divenire» a rendere impossibile quel «Divenire» che per primi riconoscono proprio coloro che, angosciati, evocano l’esistenza di un Dio (vedi post Mar. e Magg.2014 Il Divenire Evidenza suprema e la Fede nel Divenire). 
Che cosa accade, dunque, quando il sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo mostra l’impossibilità di ogni Dio e di ogni «Eterno»? Accade che, di conseguenza, trovi dimostrazione anche l’impossibilità di una verità assoluta, definitiva (vedi post Mar.2014 Il Tramonto della verità assoluta). Si provi a riflettere sulla funzione del Dio rispetto all’agire umano: l’uomo agisce con l’intento di dominare sempre di più il mondo, ma l’esistenza del Dio costituisce un limite (si pensi al Dio cristiano) a questo suo agire: «agisci pure – dice Dio all’uomo – ma fino a un certo punto, oltre il quale devi arrestarti altrimenti violi la mia legge». 
Il divino è il limite all’agire dell’uomo, ma il sottosuolo filosofico del nostro tempo è la distruzione del divino e perciò di ogni limite assoluto. In un frangente in cui l’agire dell’uomo non ha più davanti a sé nessun limite, è come se il pensiero filosofico dicesse all’uomo «vai e corri per questa tua pianura senza remore, perché non hai più davanti a te alcun limite assoluto che ti impedisca di procedere oltre». Si pensi alle questioni della bioetica, dell’ingegneria genetica, della procreazione assistita, del fine vita, dell’eutanasia: sono tutti problemi che nascono dal fatto che c’è un limite oltre il quale, secondo la «Tradizione» e la tradizione cristiana, non si può andare. 
Ma se il sottosuolo, invece, dice che non c’è limite, allora l’uomo può agire senza remore. E questo agire in cosa si concretizza maggiormente? Ovvero qual è la «forza» che oggi costituisce la forma più potente dell’agire dell’uomo, quella che gli consente di trasformare più radicalmente il mondo?  


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