venerdì 15 maggio 2015

ISLAM E OCCIDENTE


Al centro dei fenomeni del nostro tempo c'è la fame. Fortemente cresciuta rispetto al passato: sia per il modo in cui viene distribuita la ricchezza prodotta, sia per la crescita smisurata della popolazione mondiale. Inevitabile, quindi, la pressione degli affamati su chi riesce a sopravvivere nonostante le preoccupazioni causate dal Pil. Inevitabile anche, in questa situazione, che si facciano avanti le «forze» che progettano di sfruttare a proprio vantaggio la volontà degli affamati di godere anch'essi dei beni esistenti sulla Terra. 

  • PIL: In macroeconomia il prodotto interno lordo è il valore monetario totale dei beni e servizi prodotti in un Paese da parte di operatori economici residenti e non residenti nel corso di un periodo di tempo, generalmente un anno, e destinati al consumo dell'acquirente finale, agli investimenti privati e pubblici, alle esportazioni nette (esportazioni totali meno importazioni totali). Non viene quindi conteggiata la produzione destinata ai consumi intermedi di beni e servizi consumati e trasformati nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi.
Ieri la maggiore di queste forze era l'Unione Sovietica. Con la sua fine, quel progetto è stato ereditato dall'Islam che vede nel Capitalismo e nella cultura dell'Occidente il male assoluto. E la condizione dell'Occidente è peggiorata, perché, nonostante e anzi proprio in virtù della guerra fredda e della tensione nucleare, l'Urss ha esercitato una funzione di controllo e di contenimento delle spinte antioccidentali dei Paesi musulmani. Era costretta a svolgere questo compito, paradossalmente vantaggioso per l'Occidente, perché c'era di mezzo il pericolo di rompere l'equilibrio tra le due superpotenze, giungendo a quel suicidio atomico al quale né l'una né l'altra ha mai inteso arrivare (Vedi i Post Dic. 2013 USA-URSS). 

Con la fine dell'Urss son venuti meno anche il controllo e contenimento di cui si è detto. Quelli operati dal mondo islamico nei confronti delle proprie forme estremistiche sono estremamente meno efficaci, sia perché il mondo islamico (già di per sé ostile all'Occidente) è frammentato, sia perché non esiste una tensione tra esso e l'Occidente analoga a quella tra Usa e Urss: ancora non esiste il pericolo che l'estremismo, in questo caso islamico, abbia a rompere un equilibrio di potenza, in questo caso tra Islam e Occidente, determinando così la catastrofe nucleare. 

La fame umana (il dolore, la morte) esiste all'interno di una cultura da cui è interpretata. E le interpretazioni (cristiana, islamica, capitalistica, marxista, ecc.) si combattono. Anche perché hanno avuto una storia diversa. 

Nel Medioevo la cultura cristiana e quella islamica crescono entrambe nel terreno della filosofia greca. Poi il Cristianesimo, a differenza dell'Islam, si imbatte nella cultura moderna, che lo mette radicalmente in questione e con esso finisce col lasciarsi alle spalle l'intera tradizione dell'Occidente. 

L'Islam ignora l'atteggiamento critico in cui la modernità consiste. In quanto critica del proprio passato l'Occidente è debole; in quanto fede nella propria tradizione l'Islam è forte (anche se la «primavera araba» può far pensare a un primo, incerto passo dei Paesi arabi verso la modernità, quindi verso l'indebolimento; un passo forse già fallito). 

Tuttavia l'abbandono della Tradizione ha consentito in Occidente lo sviluppo della Scienza e della Tecnica. E della «Tecnica» guidata dalla Scienza moderna intendono servirsi tutte le «forze» oggi ancora in campo. Anche il mondo islamico intende servirsene. La «Tecnica» è il mezzo più potente. Il programma nucleare iraniano è sintomatico. Nonostante la sua efferatezza e il numero delle vittime, il terrorismo islamico ha ancora un carattere artigianale. Per diventare una minaccia alle strutture del mondo occidentale deve acquistare un carattere tecnologico-industriale. E perché ciò accada occorre uno Stato. 

Ma se per realizzare quella minaccia uno Stato terrorista islamico è indispensabile, la sua esistenza è anche controproducente, un pericolo per la propria sopravvivenza. Infatti esso sarebbe ben visibile. La sua distruzione incontrerebbe meno difficoltà tecniche che non l'individuazione e distruzione della nebulosa costituita dalle cellule terroristiche sparse per il mondo. Si preannuncia un tempo in cui la volontà del terrorismo di uscire dallo stadio artigianale, impadronendosi delle opportunità offerte dalla «Tecnica», sarà in conflitto con la consapevolezza del pericolo a cui si va incontro con la costruzione di uno Stato terrorista islamico, inevitabilmente richiesto da quella volontà. D'altra parte, se l'Islam è già presente in Europa, in America, in Russia, una conquista islamica dell'Occidente e della Russia è impossibile. Probabile, sì, un consistente aumento degli islamici immigrati, rispetto agli autoctoni (Riferito a un popolo e alla sua cultura, originario del luogo stesso in cui vive, in cui si sviluppa). Ma la difficoltà estrema che gli islamici si adeguino alla cultura occidentale tende a svanire nella misura in cui questa cultura si presenta loro non come ideologia cristiana o capitalistica o democratica, ma come «Tecnica». La loro volontà di dominio non può prescindere dalla potenza che è conferita dall'uso razionale della «Tecnica». 

E’ il rovesciamento per il quale la «Tecnica», da mezzo per realizzare gli scopi ideologici delle forze che intendono servirsi di essa, è destinata a diventare, essa, il loro scopo. La presenza dell'Islam nel mondo occidentale e in Russia sta appunto diventando una di tali forze. Che sono tra di loro in conflitto. Quindi tra esse prevarrà quella che, rinunciando al proprio scopo ideologico, assumerà come scopo quello che la «Tecnica» possiede per se stessa: l'aumento indefinito della capacità di realizzare scopi. 

La «Tecnica» è la punta di diamante della cultura occidentale. Rimane tale qualunque sia la razza umana che essa incorpora in sé. Se la razza bianca illanguidisce è perché non è più o non è ancora capace di assumere come scopo l'aumento indefinito della potenza. Se nel mondo occidentale prevarranno le razze che oggi si fanno guidare dall'Islam, sarà perché esse avranno quella capacità. Ma nel momento stesso in cui si saranno mostrate così capaci, non saranno più guidate dall'Islam ma dalla razionalità tecnologica, che esige l'abbandono della «Tradizione», di ogni «Tradizione», quella islamica compresa. Vincente, da ultimo, è la struttura del mondo occidentale, qualunque sia la razza umana che essa incorpora e qualunque sia l'ideologia da cui tale razza è guidata (Islam, Capitalismo, Comunismo, Cristianesimo, Democrazia, ecc.). E nella «Tecnica» confluisce e si raccoglie l'intera storia di quella struttura. 

Per quanto sembri occupare la scena del mondo, lo scontro tra Islam, da una parte, e Cristianesimo, Capitalismo, Democrazia dall'altra è uno scontro di retroguardia. Il nemico autentico e vincente sia dell'Islam sia di quei suoi nemici visibili è la «Tecnica», di cui sia l'Islam sia quei suoi nemici intendono servirsi per prevalere nello scontro di retroguardia. 

A proposito del trasferimento della conflittualità planetaria dall'asse Est-Ovest a quello Nord-Sud vi si dice che «le potenzialità tecnologiche di cui oggi dispongono le società avanzate saranno in grado di risolvere i problemi dell'intera razza umana. Ma si tratta di un evento che potrà verificarsi a lungo termine. I problemi e i pericoli riguardano il breve e medio termine, il tempo che intercorre tra la situazione attuale e l'esplicazione su scala planetaria delle possibilità salvifiche della «Tecnica». Ci si illude se si pensa che la relativa composizione del conflitto Est-Ovest abbia a inaugurare un lungo periodo di pace. Essa inaugura una nuova forma di «guerra». Che tuttavia sta andando verso la pax Tecnica (verso il luogo, peraltro, in cui si è ben lontani dall'aver risolto tutti i problemi, ma in cui tutti i nodi della storia dell'Occidente vengono al pettine).

Nota Finale

Dopo la «guerra fredda» il «mondo» è diventato molto più pericoloso per i Paesi ricchi perché il contenimento e il controllo che l’islam può esercitare nei confronti delle proprie forme estremistiche non può che essere molto debole. Infatti tra mondo islamico e Occidente non esiste una tensione nucleare analoga a quella della «guerra fredda» e quindi per quel mondo non esiste la necessità di evitare con ogni mezzo che l’equilibrio con l’Occidente sia messo in pericolo dalle iniziative dell’estremismo terroristico che di quel mondo in qualche modo si nutre.



venerdì 8 maggio 2015

L’ULTIMO DIO (Cap.2)


La «Tecnica» destinata a dominare il mondo è abissalmente diversa dalla «Tecnica» dei «governi tecnici». La Politica diventerebbe grande Politica se lo capisse. Il capo del governo dice di non interessarsi delle «ideologie», ma di voler risolvere i problemi concreti dell’economia e della società italiana. Ma uno dei tratti caratteristici della «Tecnica» che i «governi tecnici» si propongono di valorizzare è appunto questo: il disinteresse per la gestione ideologica dei problemi. (Vedi post Dicembre 2013 Governi tecnici
Il disinteresse di Matteo Renzi procede dunque in direzione di quella gestione tecnologica dei problemi alla quale egli crede di voltare le spalle. Ma a questo punto va anche detto che sia un «governo tecnico» come quello di Monti (o quello che si ritiene oggi dominante in Europa), sia un «governo politico-non tecnico», come quello che Renzi intende promuovere, sono chiaramente e robustamente ideologici. C’è bisogno di ricordare che anche il Capitalismo è un’ideologia? Sì, nonostante tutto ce n’è un gran bisogno! Il Capitalismo non è la «legge naturale eterna» dei rapporti economici. 
Nonostante la crisi attuale, il Capitalismo è l’ideologia vincente in grandi aree del Pianeta, ma non per questo i suoi principi (ad esempio autonomia e libertà dell’individuo, proprietà privata, uso della merce per aumentare il profitto, dipendenza dei consumi della gente e della ricchezza delle nazioni dall’iniziativa privata) sono verità assolute. Ebbene, sia i «governi tecnici», sia i «governi politici non tecnici» oggi in circolazione si propongono di adottare le misure più idonee per guarire il Capitalismo dalla malattia che lo sta affliggendo: per guarire ciò che è percepito come la dimensione che da ultimo determina e configura i rapporti sociali e la stessa sorte dei governi. Che quindi, siano di destra oppure di sinistra, si combattono in famiglia. 
L’ideologia capitalistica stabilisce pertanto anche il modo in cui la «Tecnica» deve essere usata e usata anche dai «governi tecnici». Sì che, in quanto regolata dal Capitalismo, anche la «Tecnica» è un’ideologia. In Italia, poi, tutti quei tipi di governo sono chiaramente e robustamente delle ideologie anche perché, oltre ad esser guidati dall’economia di mercato, sentono fortemente l’influenza dell’ideologia della Chiesa cattolica. Se poi si rifiuta la «Tecnocrazia» e si vuole che alla guida della società stia la Politica, allora il carattere ideologico dell’esecutivo cresce ulteriormente, perché la Politica stessa (la Politica come «arte» Politica) è «ideologia». Un agire economico è capitalistico solo se, oltre ad un insieme di altri fattori, è un agire a rischio (tanto che nel rischio la scienza economica individua uno dei principali motivi che giustificano il profitto e la sua entità); e il rischio caratterizza in modo essenziale anche la decisione di credere in un’«ideologia». Ma quanto si sta dicendo del carattere rischioso dell’intrapresa capitalistica va detto anche della Politica in quanto tale. 
Il politico rischia come l’imprenditore (Vedi post L’Imprenditore Ott. 2013). Le sue decisioni non sono garantite da una competenza tecno-scientifica, anche se la tecno-scienza fornisce alla Politica i mezzi con cui essa può realizzare le proprie decisioni. Sono decisioni a rischio; quindi eminentemente ideologiche. Si può osservare che queste considerazioni sono ben poco utili a risolvere i problemi attuali, come ad esempio quello della regolamentazione del lavoro. Ma se i popoli non pensano di essere alla fine della loro esistenza, allora, ancora più decisivi dei «problemi attuali» e «concreti» sono quelli relativi alla direzione verso cui il mondo sta andando. Appunto rispetto a questo tema si fa avanti il carattere decisivo della differenza abissale tra la «Tecnica» quale oggi si presenta sul Pianeta e ciò che essa è destinata a diventare: «Tecnocrazia». Un termine, questo, da intendere tuttavia in «senso» del tutto diverso da quello in cui la «Tecnocrazia» è stata concepita a partire da Saint-Simon, e poi da Thorstein Veblen fino alle analisi curate da Hansfried Kellner e da Frank W. Heuberger. In queste prospettive si ignora l’inevitabilità del processo in cui la «Tecnica», da mezzo delle ideologie che intendono servirsene per realizzare i loro scopi, diventa il loro scopo e dunque le domina. 
Inoltre, le forme di sapienza della tradizione obiettano alla «Tecnocrazia» quale è comunemente intesa che non tutto ciò che essa può fare è lecito farlo; e la «Tecnica», come tale, non possiede oggi una risposta capace di risolvere l’obbiezione. Infatti la risposta adeguata presuppone che la «Tecnica» sia capace di ascoltare e di capire la voce dell’essenza (peraltro tendenzialmente nascosta) della filosofia degli ultimi due secoli, che mostra l’impossibilità dell’esistenza di Limiti assoluti all’agire umano e quindi all’agire tecnico, giacché solo la filosofia, non la scienza, può mostrare tale impossibilità e autorizzare la destinazione della «Tecnica» al «Dominio». 
Va richiamato anche un ulteriore motivo di tale destinazione. La gestione della produzione industriale è ideologica (capitalistica o spuria come quella cinese o araba). Servendosi della «Tecnica» per realizzare i propri scopi, tale gestione sta distruggendo la Terra. Oggi si riconosce che questo è il pericolo maggiore per l’umanità. Ma la gestione ideologica dell’economia, distruggendo la Terra, distrugge se stessa. 
Quindi o va incontro all’autodistruzione, oppure, per evitarla, assume come scopo la capacità della «Tecnica» di produrre energie alternative non inquinanti. Rinuncia cioè ai propri scopi. E anche in questo caso va incontro all’autodistruzione. Alla guida dell’agire del mondo si pone la «Tecnica», l’ideologia vincente che sostituisce il Capitalismo alla guida del mondo e ha come scopo l’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi. «L’ultimo Dio».

sabato 2 maggio 2015

L’ULTIMO DIO (Cap.1)



  • «Compito primario del governo è adottare provvedimenti che non sono né di destra né di sinistra e che tutti sanno più o meno quali sono». 
  • «Occorre un’azione governativa che si ponga oltre le ideologie». 
  • «Non si possono prendere ordini dalla finanza europea (cioè innanzitutto tedesca): l’Europa deve essere guidata dai suoi popoli, non dalla Tecnocrazia Europea». 

Sono, queste, espressioni che anche in questi giorni sentiamo ripetere, tanto da chi le sostiene quanto da chi le rifiuta. Ma che cosa si intende quando oggi, in Italia e altrove, vengono pronunciate? Che cosa si pensa, cioè, con le parole «Ideologia» e «Tecnocrazia»? La tendenza prevalente è di chiamare «Ideologia» ogni prospettiva diversa da quella che si condivide. La gran questione è la consistenza dei motivi in base ai quali si condivide qualcosa. 
  • Ideologia; Il complesso sistematico di concetti, principi posti (e talvolta irrigiditi) alla base di un atteggiamento politico o culturale; di Dottrina che ispira o sembrerebbe ispirare un Governo o un Partito. 
  • Tecnocrazia; Il Governo, il predominio dei Tecnici, cioè degli specialisti (talvolta anche nel senso part. di fisici, ingegneri, ecc.) nella vita sociale, politica ed economica di un Paese. 

Anche la Democrazia è un’«Ideologia». Ma molti considerano «ideologie» anche il Cristianesimo, il Capitalismo, il Comunismo, ecc. Che per molti altri sono o sono state invece verità indiscutibili. Le frasi richiamate all’inizio intendono dire che ci si deve liberare da tutto ciò che impedisce il buon funzionamento della macchina statale. A questa «macchina» appartiene anche quel rapporto tra «potere» (economico, politico, militare, ecc.) e «burocrazia» dove quest’ultima ha come «scopo» la realizzazione di tale potere. Ciò che ne impedisce il buon funzionamento è la «burocrazia» che assume scopi diversi e che quindi è irrazionale rispetto a quello «scopo» (anche se è vantaggiosa per certi burocrati). 
Max Weber rileva appunto che la «burocrazia» «è il modo formalmente più razionale di esercizio del potere», cioè «sapere specializzato», sempre più tecnico, guidato pertanto da competenze scientifiche  che non sono né «di destra» né «di sinistra». Da competenze, aggiungiamo, che quindi non sono ideologiche, visto che ormai nessuno si rifiuta più di servirsi della Tecno-Scienza, ma tutti se ne servono per realizzare i loro scopi, e quindi le riconoscono l’innegabile capacità di trasformare il mondo più di qualsiasi altra forma di potere. 
Tutti riconoscono che la sua potenza è innegabile. Tutti. Chi? Le ideologie! (Anche quelle che ammoniscono la «Tecnica» dicendole che non tutto quello che essa può fare è giusto farlo). Della «Tecnica» si servono, ad esempio, sia l’economia di mercato sia quella pianificata. E della «Tecnica» si serve anche la «Politica», giacché se il buon senso non ha mai negato l’esistenza di rapporti sociali (cioè politici), invece la «Politica» come criterio di organizzazione di tali rapporti è stata sempre messa in questione e travolta, ossia è sempre stata intesa come «Ideologia». Poiché solo la «Tecnica» gode del consenso di cui si è detto, «Ideologia» dovrebbe essere tutto ciò che non è Tecno-Scienza. 
Ma che «Tecnica» è quella che si chiama in causa quando si dice (approvando o disapprovando) che l’Europa deve essere guidata dai suoi popoli e non dalla «Tecnocrazia»? È essa stessa un’«Ideologia». Lo si riconosce ormai anche nel mondo capitalistico, dove si depreca lo scollamento tra dimensione finanziaria e produzione industriale e l’illegalità che avvolge l’agire economico. Ma non si va oltre. Il sottinteso, sia di chi condanna sia di chi favorisce questo stato di cose, è anzi che il Capitalismo (e la sua unione con la democrazia parlamentare) non sia un’«Ideologia». 
Oltre alla «Tecnica», nemmeno il Capitalismo sarebbe «Ideologia». Nelle stesse «sinistre» la fede capitalistica non è forse ormai diventata vigorosa? Certo, il Leitmotiv ormai completamente assimilato, ma tutt’altro che indiscutibile, è che una critica al Capitalismo possa avere solamente due matrici: quella marxista, rivoluzionaria anche quando si presenta come socialdemocrazia, e ormai fallita persino in Cina; e quella della Chiesa, che invita il Capitalismo ad avere come scopo il «Bene Comune» e non il «Profitto Privato» (da perseguire quindi solo come mezzo per ottenere quello scopo). Che è un invito, sia pure inconsapevole, al suicidio (Vedi  i Post Giu.-Lug.-Ago.Sett. 2013 su Capitalismo e Capitalismo e Chiesa). Non si capisce, e l’incomprensione è pressoché generale, che la «stessa» visione del mondo (Democrazia, Capitalismo, Tecnica, Cristianesimo, Islam, ecc.) È diversa, quando il suo scopo riesce ad essere lo scopo dell’agire sociale, e quando invece il suo scopo è ridotto a mezzo per realizzare uno scopo diverso. Diversa anche se apparentemente identica. 
Un uomo può sposare una donna perché è ricca, oppure perché la ama. Nel primo caso il suo «scopo» è goderne le ricchezze e il «mezzo» è fingere di amarla; nel secondo lo «scopo» è godere l’amore per lei e ogni possibile «mezzo» per ottenerlo è tutt’altro che quella finzione. Sono due uomini diversi, anche se li si può confondere. Così come sono due diverse forme di economia il Capitalismo, quando la società diventa mezzo per realizzare l’incremento del «Profitto Privato», e il Capitalismo la cui volontà di profitto diventa il «mezzo» (come la Chiesa ribadisce) per realizzare il «Bene Comune». La «Tecnocrazia» alla quale o non si vuole o si vuole subordinare la volontà dei popoli europei è in realtà la «Tecnica» al servizio del Capitalismo, cioè la «Tecnica» come mezzo per realizzare la volontà di profitto: la «Tecnica» come «Ideologia» (giacché anche altre forze si contendono, col Capitalismo, l’uso della Tecnica). 
Una «Tecnica» che è qualcosa di completamente diverso dal «potere» (krátos ) che la «Tecnica» è destinata ad avere quando non sarà più mezzo ma scopo, cioè accrescimento della potenza (della capacità di realizzare scopi), servendosi anche del profitto capitalistico, in modo analogo ma conflittuale rispetto a quello in cui la Chiesa intende servirsi del profitto per realizzare il «Bene Comune». È questa la «Tecnica» che si pone «oltre le ideologie». Non ci si avvede della destinazione della «Tecnica» autentica al «Dominio» e la si confonde con la «Tecnica» come mezzo, cioè con le sue forme ideologiche. E se un uomo sposa una donna sia perché l’ama, sia perché è ricca, non potrà amarla, rispondiamo, come quando in cima ai suoi pensieri sta soltanto l’amore; e nemmeno come quando in cima sta il desiderio di condurre una vita agiata. Ognuna delle due cime rimpicciolisce l’altra, cioè si serve dell’altra come «mezzo» per farsi spazio. 
L’illusione che ognuna delle due rimanga la stessa di quando non aveva l’altra accanto a sé è l’illusione di chi vuol tenere insieme Capitalismo e Cristianesimo, o Democrazia e Capitalismo, o Tecnica e Fede religiosa. Se qualcuno si unisce a una donna perché l’ama, il suo amore sarà più potente di quello di chi le si unisce perché, oltre ad amarla, desidera la sue ricchezza. Un sistema sociale che ha come «scopo» la volontà Tecno-Scientifica di aumentare la potenza è più potente di un sistema dove questa volontà si spartisce lo spazio con la volontà di «profitto», o con la Fede religiosa, o con la Democrazia. È più potente, dunque è destinata al «Dominio». (Vedi anche i Post. Genn. e Febbr. 2014 in merito alla Tecnica



 

sabato 25 aprile 2015

IL DESTINO DELL’EUROPA: ABBANDONARE LA TRADIZIONE (Cap.2)


Se una volta si pensava che la «preghiera» potesse muovere le montagne, oggi è senz’altro l’agire tecnico guidato dalla «Scienza moderna» a ricoprire questo ruolo. Sono proprio la «Tecnica» e la «Scienza» a rappresentare la forma più radicale dell’agire dei nostri tempi. Ecco emergere così la simbiosi che viene a costituirsi tra il sottosuolo, che distrugge la «Tradizione» (quindi anche la tradizione cristiana) e che dice all’agire «tu non hai limiti», e la «Tecnica», che da questo discorso viene autorizzata a procedere senza limiti verso la realizzazione del suo scopo. 
Queste forze, Capitalismo, Comunismo, Democrazia, Islam compreso, considerano ancora, erroneamente, la «Tecnica» come lo strumento per realizzare un mondo democratico, capitalistico, comunista ecc., tralasciando il fatto che anche la «Tecnica» ha uno scopo. Di per sé la «Tecnica» ha come scopo l’aumento indefinito della capacità di realizzare scopi. In questo consiste ormai l’apparato che raccoglie tutte quelle forme di potenza che vanno sempre più omologandosi al tipo di potenza propria del sapere scientifico-tecnologico. 
Tale apparato è un sistema di sottosistemi (l’apparato militare, economico, giudiziario, finanziario, sanitario, scolastico, giuridico…), ognuno dei quali è animato da una logica che va progressivamente assimilandosi a quella delle scienze dure di tipo fisico-matematico. Qui per apparato scientifico-tecnologico si intende il sistema di tutti i sottosistemi che costituiscono ciò che oggi chiamiamo la «Tecnica» (vedi i post Genn- e febbr.2014 in merito alla Tecnica). E dalla «Tecnica» scaturisce la tanto agognata supremazia: le forze che si illudono di servirsi della «Tecnica» per i propri scopi sono in perenne conflitto fra loro e perciò devono potenziare lo strumento di cui si servono per combattere le avversarie. 
A livello macroscopico, questo si è visto nella contrapposizione tra Stati Uniti/Unione Sovietica e si sta riproponendo oggi nella filiera di quelle nazioni atomicamente fornite – la prima filiera vede da un parte Stati Uniti, Francia, Inghilterra; l’altra ha come leader la Russia, in qualche modo l’Iran, verosimilmente la Corea del Nord. Ebbene queste due filiere contrapposte hanno in sostanza ereditato la potenza distruttiva dei duumviri. La conflittualità delle forze oggi in campo è tale per cui ognuna si serve della «Tecnica» nel conflitto con tutte le altre. Ma poiché il conflitto è gestito promuovendo e incrementando il potenziale tecnico, si produce il seguente fenomeno di rovesciamento: ognuna di queste forze, che inizialmente ha come scopo quello che la costituisce per definizione (es. il «capitale», ossia il profitto privato, per il Capitalismo), si vede costretta a potenziare il proprio strumento tecnico e con ciò finisce inevitabilmente con l’assumerlo come scopo. 
In questo modo il potenziamento dello strumento tecnico da mezzo diventa scopo. E qui va fatto il rilievo decisivo: poiché ogni azione è definita dal proprio scopo, se tale scopo cambia, cambia necessariamente anche l’azione «Lo scopo di una certa azione definisce infatti l'essenza stessa di tale azione» (Aristotele). L’azione cioè non è più la stessa. (vedi post Ago.2013 Capitalismo e Chiesa) Se, ad esempio, la Chiesa approva il Capitalismo perché lo considera un sistema di produzione più efficace dell’economia pianificata di tipo sovietico, in realtà chiede al capitalismo niente di meno che di rinunciare al proprio scopo, imponendogli come scopo non il «profitto privato», ma il «bene comune». Si tratta dello stesso tipo di violenza operata ai danni del capitalismo dal sistema comunista che voleva distruggerlo: si distrugge un agire quando si impedisce la realizzazione del suo scopo. 
Quando la «Tecnica» da mezzo (nelle mani delle forze citate) diventa lo scopo del loro agire, si ha la fine di Democrazia, Capitalismo, Islam, Cristianesimo, ecc. La dominazione della «Tecnica» sul pianeta non è altro che la dominazione di un insieme di forze che da scopi sono diventati i mezzi dell’agire tecnologico
La storia d’Europa coincide con la storia del nichilismo, e quando si parla della destinazione della «Tecnica» al dominio si allude al farsi massimamente coerente da parte dell’errore. In altre parole, quanto si è detto fin qui altro non è se non una descrizione di come nasce l’errore, che consiste nel pensare che le cose provengano dal «niente» e vadano nel «niente»
Si tratta dell’alienazione estrema perché si finisce per pensare che tutte le cose siano «niente», dal nostro corpo allo spazio che occupa, all’Italia, all’Europa, al mondo, alle galassie, ai nostri sentimenti. Quando parliamo di dominazione della «Tecnica» parliamo appunto del modo più rigoroso in cui l’errore si può realizzare. All’inizio è un errore incoerente perché, se da un lato affermando il loro oscillare tra l’«essere» e il «niente» si afferma la nullità delle cose, dall’altro si tenta di escogitare un rimedio contro l’«angoscia» provocata proprio dal loro divenire, dalla contingenza. Quando poi si è parlato del «sottosuolo», si è indicata la necessità che l’errore divenga coerente a sé stesso, cioè alla propria «fede nel Divenire» delle cose, eliminando quel Dio che rende appunto impossibile il «Divenire», ovvero la nullità del futuro. 
Quanto detto finora potrebbe sembrare un’apologia della «Tecnica», ma in realtà è un’apologia dell’errore. E non di un errore qualsiasi, bensì dell’errore inteso in senso ancor più radicale di quanto lo si intenderebbe se con errore si indicasse il peccato originale di Adamo. È un’apologia della coerenza dell’errore: il vero «monstrum» del nostro tempo diviene coerente con le sue premesse quando la «Tecnica» prende il sopravvento. Ma la «Tecnica» non ha l’ultima parola, come si vedrà. In tutto questo resta da definire il ruolo dell’uomo e il suo rapporto con la «Tecnica». Per comprendere questo punto è necessario togliersi di torno quell’atteggiamento che, per esempio, è presente in quella che Heidegger (che vuol salvare l’uomo) chiama Gelassenheit, abbandono alle cose in un atteggiamento di pensiero meditante e non calcolante. Qui, invece, si sta dicendo che, quando l’uomo si pone come obiettivo la propria salvezza, non si salva. 
Tornando all’esempio umano-teologico: l’uomo chiede a Dio di salvarlo, quindi la salvezza dell’uomo è lo scopo e Dio è il mezzo. Poi però si accorge che se il mezzo è qualcosa di cui può disporre, qualcosa che tiene in mano, Dio stesso – così declassato a mezzo per salvare l’uomo – diventa incapace, debole. Si costituisce perciò un processo tale per cui, da una situazione in cui l’uomo dice a Dio «salvami» e cioè «fai la mia volontà», si arriva ad un’altra, che rappresenta la maturità dell’errore, in cui l’uomo, conscio del fatto che Dio non lo può aiutare proprio in quanto mezzo nelle sue mani (e pertanto inficiato dalla debolezza costitutiva dell’essere umano), dice a Dio «sia fatta la tua volontà», trasformando la volontà di Dio in scopo. 
La stessa cosa avviene con la «Tecnica»: prima l’uomo le chiede di salvarlo (attribuendole quel ruolo salvifico che un tempo attribuiva alla preghiera), ma nel momento in cui la «Tecnica» diviene un mezzo per la salvezza dell’uomo, tale salvezza è automaticamente inficiata dalla debolezza propria dell’umano. E anche in questo caso, come in quello umano-teologico, accade che l’uomo infine dica alla «Tecnica» «sia fatta la tua volontà». Così l’uomo ottiene la salvezza rinunciando ad essere lui stesso lo scopo del processo salvifico e assumendo invece come scopo quell’incremento infinito della potenza della «Tecnica» che consente, di riflesso, di migliorare sempre di più la condizione umana. 
Un esempio più banale può chiarire questo punto: la critica del Capitalismo nei confronti del Comunismo consiste nell’obiettare che il Comunismo, proponendosi come scopo la società giusta, finisce con il non saper dare ai lavoratori, agli operai, quello che invece il Capitalismo riesce a garantire, assumendo come scopo non il benessere di questi strati sociali ma il profitto privato. Questo a conferma del fatto che l’uomo si salva rinunciando a porsi come scopo. Certamente senza elemento umano non si dà apparato tecnologico; però l’elemento umano è un analogon di quelle forze come la Democrazia, la Religione ecc., destinate a diventare esse stesse mezzi nelle mani della «Tecnica». Ragion per cui, mentre oggi il capitale si serve della «Tecnica» per crescere sempre di più, domani sarà la «Tecnica» a servirsi del capitale per incrementare in modo indefinito la propria potenza. 
Il paradiso della «Tecnica», ovvero la coerenza estrema dell’errore, non è comunque l’ultima parola, perché verrà il tempo in cui i popoli parleranno proprio questo linguaggio, il linguaggio dell’errare estremo, per il quale le cose vengono nel «nulla» e tornano nel «nulla». Questa altro non è se non la forma originaria dell’omicidio, il cui scopo è annientare, eliminare completamente l’avversario, il nemico, in modo che non possa più turbare o ostacolare i progetti dell’agente. L’eliminazione originaria consiste proprio nel pensare le cose come di per sé stesse attraversate, inficiate, inquinate dal «nulla». Questo pensiero (che può turbare la coscienza religiosa) è anche il pensiero del divino, perché il divino realizza la forma di omicidio originario: se il Dio pensa l’uomo come qualcosa che di per sé è «nulla» (Tommaso diceva delle creature che sono "propre nihil"), crea le premesse per cui poi sulla terra gli uomini continuino ad uccidersi. 
Da questo nichilismo si esce solo pensando a qualche cosa di infinitamente più alto di Dio e cioè pensando che ogni cosa, anche la più umile, è ed è impossibile che non sia, cioè è «Eterna». E questo è quello che nei scritti di E. Severino (vedi post Marzo 2013 Il Filosofo della verità) è chiamato «Contenuto del de-stino della necessità».

giovedì 23 aprile 2015

IL DESTINO DELL’EUROPA: ABBANDONARE LA TRADIZIONE (Cap.1)


La Filosofia greca scorge nella vita stessa il pericolo estremo: l'annientamento delle cose che peraltro provengono dal «Nulla». Sperimenta l'angoscia estrema. Con la Filosofia l'uomo vuole quindi veramente salvarsi, avere cioè quella vera «Potenza» che manca al mito e che vive solo in quanto unita alla «Ragione». La «Ragione» svela l' «Ordinamento Immutabile e Divino», adeguandosi al quale l'uomo e lo Stato sono veramente potenti. Già in Eschilo questo discorso è esplicito. E si estende man mano, producendo la «Tradizione europea» che culmina nel pensiero di Hegel. Cultura, Cristianesimo, Impero romano, Chiesa, Sviluppo economico e giuridico, Rinascimento, Stato Nazionale moderno, Riforma, Scienza moderna, Illuminismo, Democrazia, Capitalismo, Comunismo, rispecchiano in sé, in modi diversi e spesso opposti, quel discorso originario. Ma dopo Hegel l'unità di «Potenza» e «Ragione» tramonta: in quanto conoscenza della «Verità incontrovertibile», la «Ragione» è respinta e l' «Europa» concepisce e realizza se stessa come pura «Potenza». 
Se l'Europa è dapprima unità di «Potenza» e «Ragione», e poi rimane pura «Potenza», l'Europa è allora una frattura, non un' «identità». Due, non un'unico spazio in cui crescano le differenze e le opposizioni. E invece non è così: lo spazio è unico. La «Potenza» si unisce alla «Ragione» per salvare l'uomo dal «Nulla» da cui le cose sporgono provvisoriamente. È questo modo di intendere l' «Essere cosa» delle cose e innanzitutto dell'uomo, a costituire lo spazio-unico in cui crescono sia la «Tradizione europea», sia la sua distruzione. 
Prima, a proteggere le cose minacciate dal «Nulla» c' è Dio (o quella sua versione laica che è lo Stato moderno di diritto); poi si crede che a proteggere uomo e cose non vi sia altro che l'agire dell'uomo. Ma resta identico il modo in cui l' «Esser cosa» è concepito e vissuto. Ed esso finisce per esser presente e attivo non solo nei filosofi, nei giuristi, negli uomini di Stato, negli storici, eccetera, ma nell'uomo comune, nel taglialegna, nel pescatore, nell'artigiano, nel padrone e nel servo, nel capitalista e nell'operaio. 
Oggi qualsiasi persona condivide, a grandi linee, la concezione del presente come qualcosa che ieri «non era», come qualcosa che ieri «era niente». Nel momento in cui si riflette sul significato radicale del «niente» portato alla luce dal pensiero filosofico, si capisce come non possa esserci unificazione tra ciò che esiste adesso e ciò che ieri era «nulla», come non possa esistere un legame che unisca l’«essere nulla» delle cose ieri e il loro esistere in questo momento. Loscillazione delle cose tra il «nulla» e l’«essere» è un concetto essenzialmente separante, e proprio questa separazione sta alla matrice del costituirsi di ciò che chiamiamo «Europa» e del modo in cui oggi è considerata (Vedi post Febbr.2014 Tecnica e Senso Greco della Cosa). 
In realtà non esiste una risposta unica alla domanda «che cos’è oggi l’Europa?», ma ne esistono molte: una risposta religiosa, una politica, una economica, una geologica, una geografica, una psicologica, una etnologica, una antropologica, insomma una per ogni ambito del sapere umano. E sono tutte giustapposte, rigorosamente separate. Una separazione è di tipo concettuale, e deriva dalla visione della realtà come oscillante tra l’«essere» e il «niente»; un’altra separazione è invece dovuta alla specializzazione scientifica, per la quale l’Europa, come ogni cosa, non si presenta come qualcosa di unitario: ci sono molte Europe. 
L’elemento aggregante in tutti questi casi è il concetto, portato alla luce dal pensiero greco, «dell’uscire dal nulla per tornare nel nulla». Alle spalle delle forze che, nel nostro tempo, determinano le scissioni che rendono difficoltosa l’unificazione europea, agisce quel concetto originario di isolamento/separazione che era sconosciuto alle culture pre-greche, pre-occidentali. Si tratta di un duplice concetto di separazione/unificazione, che sta alla radice delle difficoltà che l’Europa incontra nel processo di unificazione e che ai tempi della Guerra fredda aveva a che fare con gli interessi delle due Superpotenze (vedi post Dic.2013 USA-URSS). Questa difficoltà si può spiegare così: se le parti del mondo sono isolate le une dalle altre e il matrimonio tra due di esse avviene tra coniugi che rimangono ognuno presso di sé, separato dall’altro, allora ogni unificazione è un fenomeno provvisorio e accidentale, quindi fallimentare. 
L’Europa è altresì destinata ad abbandonare le proprie radici cristiane, in quanto destinata ad abbandonare la «Tradizione». Per capire questo punto è necessario chiarire in cosa consista la «Tradizione» e in che senso il Cristianesimo le appartenga essenzialmente. Per spiegarlo, bisogna ripartire dal concetto di «niente» evocato dai Greci. Evocando il «niente», cioè la variazione del mondo come un uscire e un ritornare nel «niente», i Greci evocano l’«angoscia estrema». Sarebbe un errore attribuire all’esistenzialismo, a Kierkegaard o Heidegger, il concetto di «angoscia» per il «nulla»: sono i Greci ad evocare per primi il mostro, la nullità delle cose, per poi, come l’apprendista stregone, restare terrorizzati di fronte a ciò che essi stessi hanno evocato: la variazione del mondo come intrisa di «nulla» è uno spettacolo che scatena l’«angoscia». 
La parola aristotelica «thauma» non va tradotta come «meraviglia» e «stupore», ma come «angoscia», «meraviglia angosciata», «terrore». Un terrore che deriva dalla nuova consapevolezza che la variazione delle cose è il loro morire e che l’istante appena trascorso è ormai «nulla». L’uomo comincia a pensare la morte come annientamento, come un andare nel «nulla», non più come a un viaggio da cui si può ritornare. Si tratta di una concezione essenzialmente diversa da quella precedente. 
La tradizione che inizia con i Greci e arriva fino a Hegel, di fronte al pericolo estremo costituito dall’annientamento della vita, evoca un rimedio che nella sua configurazione più visibile e più nota viene chiamato «Dio», il «Sacro», l’«Eterno», l’«Immutabile», che protegge e contiene il divenire delle cose. Ma «Dio» per i Greci, che non erano teologi, altro non era che il luogo in cui tutti i tratti di loro interesse venivano conservati: in fondo che cos’è «Dio» se non il custode di tutto ciò che all’uomo interessa, colui che impedisce che un annientamento totale e irreversibile lo strappi a tutto ciò che ama e desidera? Questo è il quadro della tradizione: un senso eterno, divino del mondo che agisce da «rimedio», termine quest’ultimo usato da Eraclito ed Eschilo («saldi rimedi») di contro al pericolo estremo della morte. Questo processo, pur attraverso fasi varianti, ha questo tratto permanente, ossia la ricerca di un rimedio immutabile, di un senso immutabile del mondo, che in qualche modo anticipi il futuro eliminando l’«angoscia» legata all’imprevedibilità del futuro. Il terrore del «niente» che ci attende viene così lenito dall’esistenza di quel luogo divino che, contenendo tutto ciò che all’uomo interessa, anticipa il futuro. 
A mostrare la fallibilità di questo rimedio all’«angoscia» legata alla scoperta del «nulla», e di conseguenza a mostrare la necessità per l’Europa di abbandonare la tradizione e quindi il Cristianesimo, ci pensa il sottosuolo essenziale della filosofia contemporanea. Questo sottosuolo, creatosi negli ultimi duecento anni, ha pochi protagonisti ma molto significativi. Il primo, più noto, è Nietzsche (Vedi post Maggio 2014 La Dottrina della morte di Dio); un altro, poco conosciuto fuori dall’Italia, è Giovanni Gentile. A mostrare insieme a loro l’impossibilità del divino e di tutto ciò che al divino è connesso, vi è anche Giacomo Leopardi, nostro maggiore filosofo e massimo poeta (Vedi i post Febbr./Mar. 2015). 
Il grande nemico del Cristianesimo, che senza dubbio rappresenta la connessione più vistosa della nostra cultura, non è quel «relativismo» che è riconducibile, da ultimo, allo scetticismo ingenuo che si autoelimina, ma è proprio quel sottosuolo in grado di distruggere la tradizione filosofico-culturale-operativa dell’Occidente (se si crede in un Dio, si agisce conformemente). Ora, se esiste questo sottosuolo che riesce a mostrare l’impossibilità dell’«Eterno», e poiché esiste, allora anche il Cristianesimo risulta impossibile. Quindi il punto non sta nel fatto che l’Europa dovrebbe abbandonare la tradizione, ma nel fatto che è inevitabile che ciò accada, proprio perché tale sottosuolo mostra l’impossibilità della base concettuale su cui si fonda il Cristianesimo. 
È pensabile il Cristianesimo senza il concetto di creazione? No. La definizione del concetto di creazione è illuminante: la creazione è dal «nulla», creatio ex nihilo, ovvero il mondo prima di essere creato era «nulla» e tornerà ad essere «nulla» dopo essere stato creato. Dio, secondo la teologia cristiana, è colui che (concetto molto chiaro nell’Apocalisse) distruggerà la vecchia terra e il vecchio cielo in vista dell’avvento della terra nuova, nella quale il lupo amerà l’agnello, e del cielo nuovo, dove gli astri saranno a loro volta sintesi erotica amorosa. 
Il motivo per cui il sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo è in grado di eliminare la tradizione, quindi la tradizione cristiana, è che se l’«Eterno» esiste non può esistere il «Divenire», poiché l’uscire e il ritornare nel «nulla» è una situazione in cui il futuro è «nulla». Il futuro è «il non ancora» («noch nicht»), come diceva Bloch, e prima di lui Aristotele, Platone, Einstein, la scienza e la religione stessa. Se l’«Eterno» esiste, esso è una legge che si impone non soltanto sulle cose presenti ma anche su quelle passate e future. In altre parole le cose future non vengono trattate dal Dio come un «nulla», un «ancora nulla», ma come sottoposte alla sua legislazione, come ascoltatrici della legge del Dio, e quindi non come un «nulla» ma come un che di positivo. In altre parole, vengono «Entificate»
Allora il motivo di fondo di questa inevitabile distruzione del passato – che si può trovare in Nietzsche, in Leopardi, in Gentile, ma anche in Peirce, in qualche modo in Bresson e in pochi altri (non in Heidegger e in Wittgenstein) – è appunto che è il rimedio stesso (Dio) all’«angoscia» del «Divenire» a rendere impossibile quel «Divenire» che per primi riconoscono proprio coloro che, angosciati, evocano l’esistenza di un Dio (vedi post Mar. e Magg.2014 Il Divenire Evidenza suprema e la Fede nel Divenire). 
Che cosa accade, dunque, quando il sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo mostra l’impossibilità di ogni Dio e di ogni «Eterno»? Accade che, di conseguenza, trovi dimostrazione anche l’impossibilità di una verità assoluta, definitiva (vedi post Mar.2014 Il Tramonto della verità assoluta). Si provi a riflettere sulla funzione del Dio rispetto all’agire umano: l’uomo agisce con l’intento di dominare sempre di più il mondo, ma l’esistenza del Dio costituisce un limite (si pensi al Dio cristiano) a questo suo agire: «agisci pure – dice Dio all’uomo – ma fino a un certo punto, oltre il quale devi arrestarti altrimenti violi la mia legge». 
Il divino è il limite all’agire dell’uomo, ma il sottosuolo filosofico del nostro tempo è la distruzione del divino e perciò di ogni limite assoluto. In un frangente in cui l’agire dell’uomo non ha più davanti a sé nessun limite, è come se il pensiero filosofico dicesse all’uomo «vai e corri per questa tua pianura senza remore, perché non hai più davanti a te alcun limite assoluto che ti impedisca di procedere oltre». Si pensi alle questioni della bioetica, dell’ingegneria genetica, della procreazione assistita, del fine vita, dell’eutanasia: sono tutti problemi che nascono dal fatto che c’è un limite oltre il quale, secondo la «Tradizione» e la tradizione cristiana, non si può andare. 
Ma se il sottosuolo, invece, dice che non c’è limite, allora l’uomo può agire senza remore. E questo agire in cosa si concretizza maggiormente? Ovvero qual è la «forza» che oggi costituisce la forma più potente dell’agire dell’uomo, quella che gli consente di trasformare più radicalmente il mondo?