domenica 12 marzo 2017

ARISTOTELE E LA FISICA O FILOSOFIA DELLA NATURA


Oltre alla filosofia prima, delle scienze teoretiche fanno parte anche la fisica e la matematica. La fisica ha per oggetto le cose che hanno una esistenza separata, ma sono nel divenire; la matematica, invece, ha per oggetto realtà invariabili, le quali tuttavia non esistono per sé o separate, giacché gli oggetti della matematica – ad esempio, numeri e figure – sono solo astrazioni che derivano dalle realtà dalle quali esse sono astratte. La “phýsis”, oggetto della fisica, indica quella realtà che ha in sé il principio del movimento e della quiete. A differenza della natura dei presocratici, che significa la totalità dell’essere, la natura aristotelica indica solamente una parte del reale, quella soggetta al divenire. 

La prima questione che occorre risolvere concerne l’esistenza stessa della “phýsis”. Tale esistenza, infatti, è stata decisamente negata da taluni filosofi precedenti, in particolare dagli “eleati” (Parmenide, Senofane, Zenone, Melisso). Questi infatti negano ogni tipo di divenire e insieme riducono tutte le cose all’uno. Tuttavia «esaminare se l’essere sia uno e immobile non fa parte delle ricerche fisiche» (Phys., I, 2). 

Ogni scienza particolare presuppone come esistente il proprio oggetto e di questo studia leggi e proprietà. L’eventuale giustificazione dell’oggetto stesso compete perciò ad altra scienza. Questo dovrebbe valere anche per la “Fisica”. Invece Aristotele, sia pure con qualche titubanza, affronta immediatamente tale questione pregiudiziale, conformemente al significato profondo di questa scienza, che è non scienza particolare in senso stretto, ma “ontologia dell’essere in divenire”. «Da parte nostra noi poniamo che le cose della natura, o tutte o in parte, sono mosse. Ciò è evidente per intuizione immediata» (Phys., I, 2). Egli non presuppone l’esistenza, quanto ne afferma l’originaria evidenza e quindi la sua indimostrabilità. Né si può dimostrare ciò che è evidente a partire da ciò che evidente non è. Esso può essere colto o meno, come avviene in rapporto ai colori. Si può e si deve, invece, procedere alla confutazione dei suoi negatori, attraverso un procedimento dialettico, così come è avvenuto in relazione al principio di non contraddizione e alla sua evidenza logica nel IV libro della “Metafisica”. 

Il medesimo procedimento, rivolto in particolare contro gli “eleati”, viene da Aristotele sviluppato nella “Fisica”. Altre dottrine sono pervenute talvolta alla negazione del divenire soltanto per l’incapacità a fornire di esso una spiegazione adeguata. Innanzi tutto, in quanto esse concepiscono il divenire come passaggio dall’«essere» o dal «non essere» in senso assoluto. Il divenire viene ammesso, ma insieme viene posto come aspetto essenziale di questo il «non essere». Ma ciò è contraddittorio. Tale è ancora il divenire, se esso è ricondotto semplicemente ai contrari; sicché il divenire si realizza solo a patto di identificare i due contrari: il bianco è nero, il grande è piccolo. 

La soluzione del problema è trovata da Aristotele nell’introduzione del «sostrato»: infatti, è l’uomo che diviene da non-musico a musico, e non il non-musico che diviene musico. «Sicché è chiaro (…) che tutto ciò che diviene è sempre composto e vi è non solo qualcosa che diviene, ma anche l’oggetto che qualcosa diviene; ed esso è duplice : da una parte, infatti, è il “sostrato”, dall’altra è l’ “opposto”: e dico “opposto” l’a-musico, “sostrato”, l’uomo; “opposta” la mancanza di figura o di forma o di ordine, “sostrato”, invece, il bronzo o la pietra o l’oro» (Phys., I, 7). 

Il divenire si configura pertanto come passaggio del “sostrato” dalla «potenza» all’«atto», cioè dalla privazione di una certa forma alla forma stessa o «atto». E la privazione, ad esempio, il non-musico, non indica il non essere assoluto, ma semplicemente il non essere in «atto» di una certa forma, cioè la privazione di quella forma, il suo essere in «potenza». «In senso assoluto nulla diviene dal non ente»: quindi non è possibile «sopprimere l’affermazione che ogni cosa o è o non è» (Phys., I, 8). Inoltre, il movimento si produce in rapporto alle quattro cause – materiale, formale, efficiente e finale – già esaminate nella “Metafisica”. Non sono cause invece né la fortuna né il caso. In contrapposizione al meccanicismo, la natura è intesa come causa finale. Perciò negare il finalismo significa negare la stessa natura. La necessità, presente anch’essa in natura, non è altro che l’elemento materiale presente nella finalità. 

Il “movimento” è definito da Aristotele né come solo «atto» né come sola «potenza», ma come «atto di una potenza in quanto è potenza» (Phys., III, 1): così il movimento qualitativo o alterazione è «atto» di ciò che è alterabile, in quanto è alterabile; lo stesso deve dirsi in rapporto agli altri tipi di movimento. Esso inoltre, come abbiamo visto, concerne l’essere solo di alcune categorie – sostanza, qualità, quantità, luogo – non di tutte. Le precondizioni che rendono possibile il movimento sono: il motore il mosso, lo spazio e il tempo, i contrari. Inoltre, il movimento ha luogo solamente da “sostrato” a “sostrato”. Trattando delle precondizioni del movimento, Aristotele affronta e risolve innanzi tutto il problema dell’«infinito», giacché l’«infinito» sembra essere necessariamente implicato sia nello spazio, come nel tempo, nella perennità del movimento, nella tendenza a porre il limite, nel nostro pensiero (Phys., III, 4). 

Per lo Stagirita, l’«infinito» non esiste come sostanza separata, cioè come realtà a sé stante, né può concepirsi come corpo sensibile infinito in «atto». L’«infinito» esiste sempre e solo in «potenza» nelle realtà continue, come spazio, tempo e movimento. Esso indica semplicemente la possibilità della considerazione senza limite propria del pensiero nell’atto della divisione del continuo o nella assunzione di un termine sempre maggiore del termine dato. Ma non può mai darsi in «atto». 

Nel IV libro della “Fisica”, Aristotele analizza il ”luogo” e il “tempo”. Per quanto concerne il “luogo”, esso non è né forma né materia, come ritengono taluni, proprio perché forma e materia sono nel “luogo”. Neppure è intervallo, giacché questo muta, mentre il “luogo” rimane immutato. Né è materia, giacché mentre questa è separabile, il “luogo” non è separabile dai corpi. Esso è quindi primo immobile, limite del corpo contenente (IV, 4). Questa definizione diverrà famosissima nel Medio Evo e verrà fissata nella celebre formula «terminus continentis immobilis primus». In quanto limite, il “luogo” esiste solo in relazione al corpo di cui è il limite. Proprio per questo, esso non si identifica con il vuoto. 

I capitoli finali del IV libro della “Fisica” affrontano il problema del “tempo”, con una profondità e finezza di analisi presupposta dalle indagini di Plotino, S. Agostino, S. Tommaso, Hegel. Secondo il consueto procedimento, Aristotele esamina dapprima le aporie sull’esistenza del “tempo”. Se infatti si intende il “passato” come ciò che non è più e il “futuro” come ciò che non è ancora, il “tempo” dovrebbe esistere pur essendo costituito di parti che non sono. Anche l’esistenza dell’istante appare problematica: infatti esso non può intendersi né come identico, né come differente, né come continuo. Il “tempo” è stato spesso identificato con la sfera del tutto, e quindi con lo stesso movimento. Ma il “tempo” non è il movimento, giacché quest’ultimo è nel “tempo”. 

Tuttavia il “tempo” non esiste senza il movimento; esso è qualcosa del movimento. Tempo, spazio, e mobile si implicano reciprocamente. In questo rapportarsi, essi esprimono il prima e il poi, che dallo spazio si estende al mobile e quindi al “tempo”. Il “tempo” è allora «numero del movimento secondo il prima e il poi» (IV, 2). Il concetto di “numero” è da intendere non come numero astratto, cioè come mezzo di numerare, ma come numero concreto o numero numerato: ossia numero che sussiste sempre e solo come predicato di cose. 

Numerare è l’atto di determinazione del movimento introdotto dalla “coscienza”, che, a partire dal prima e dal poi del movimento, determina anche il “tempo”. Il “tempo” è determinato dai due istanti, prima e poi. Né l’istante è parte del tempo, elemento discreto che costituisce per sommatoria il “tempo”, bensì esso è il limite del continuo. In quanto limite, l’istante è senza grandezza, solo «sosta» virtuale introdotta nel continuo dalla “coscienza” che determina. Come si vede, la “coscienza” gioca un ruolo essenziale nella dottrina aristotelica del “tempo”. Dal momento che il “tempo” è numero, e il numero è in rapporto con l’atto del numerare proprio della “coscienza”, Aristotele si chiede se il “tempo” potrebbe esistere qualora non esistesse la coscienza”.

Nel VI libro viene affrontato il problema del “continuo”: questo non è costituito da elementi indivisibili, come sembrava credere Zenone nei suoi paradossi, bensì è quantità sempre divisibile. Il “continuo” è quantità nella quale un limite congiunge sempre due punti dati, partecipando di entrambi. Il movimento è inconciliabile con una considerazione della grandezza come costituita di elementi indivisibili. Nel libro VIII, infine, Aristotele si propone di giungere alla determinazione della “causa ultima del divenire”. Dio, pertanto, costituisce il principio ultimo di giustificazione della “phýsis”.


Nessun commento:

Posta un commento